poca gente in giro. freddo. passi di qui, accompagnando la principessa al lavoro. ultime cose. faccende domestiche, quasi, da fare senza pensarci troppo. sta finendo l'anno, ma non lo senti. non sei in vena di bilanci. ancora troppo scosso dalla due giorni natalizia. ti sei narcotizzato, per non subire. una corazza da tonto, dura da togliere. stasera partirai. mare, tuo fratello, qualche amico. speri di trovarci qualcosa. un po' di pace, equilibrio, un modo di recuperarsi al tempo che verrà. non sarà facile. non lo è mai.
già. diamo la colpa alla società, all'educazione, alla famiglia, all'ambiente. no, siamo esattamente come volevamo. né un millimetro di più, né uno di meno. e ne siamo anche orgogliosi, stronzaggine compresa. questa è la verità.
il problema è che non ti riesce cambiare. in fondo, ti sei voluto così. già, ciascuno, durante la vita, si costruisce pezzi di sé, delle opinioni, delle idee, dei giudizi che poi modificano il comportamento. allora poi uno diventa orso, irascibile, oppure stronzo, anche. ma non puoi più cambiare. sono le idee che decidono per te. allora non puoi tornare indietro, cambiare la vita, le esperienze e le idee, per essere meno stronzo. sei così, punto e basta.
il problema, per uno come te, non è superare il natale, con pranzi, riunioni di famiglia, scambio di auguri, regali, baci e abbracci. il problema è farlo senza urtare la sensibilità di nessuno. infatti, anche quest'anno ti sei prestato a tutte le manfrine del caso, arrivando poi ad organizzarti vere e proprie fughe, assentandoti fisicamente con le scuse più stupide. bene. sei riuscito a star male tu e a far male a chi ti sta vicino. tanto valeva partire il ventiquattro e tornare a gennaio. da solo. ricordarselo per l'anno prossimo.
noti una cosa, frequentando (raramente) case di donne single. c'è un caos apparente, ma voluto, cercato, ricercato quasi. cose messe in mezzo, a prima vista casuali, ma che poi vedi assemblate, composte, con un loro senso estetico, un loro linguaggio pieno di significati, neanche tanto nascosti. come segnali messi lì, con noncuranza, ma precisi. parole scolpite, per chi sa leggerle. ma forse no. troppa fantasia, la tua.
strana serata. ti invita a cena una curatrice di una fondazione amica di tuo padre. la principessa dice vai, così posso far tardi a lavoro e mettermi in pari. ti trovi lì, con quella ragazza strana, ricercata, minuta. una casa bella, curata, un po' fredda, da donna single. poi arrivano gli altri. il collega di lei alla fondazione, tuo fratello, tuo cugino, un vecchio ceramista, uno scultore famoso e un pittore famosissimo. poi c'é un'amica di lei, fa la pierre per le mostre d'arte, compie gli anni. tutti amici di tuo padre. ti guardi intorno. a parte te, tuo fratello e tuo cugino, ti sembra di essere in un altro mondo. ti senti un po' a disagio. non sei all'altezza, lo sai. non ti intendi d'arte, di ceramica, tu queste cose le ami, ma le hai subite per parentela. inadeguatezza portata all'estremo. comincia la cena. non sai come, l'atmosfera cambia. quei colossi sono esseri umani. il pittore sta facendo il ritratto ad una giovane attrice, famosissima. tutti la criticano, lui la difende. si vede, chi dipinge coglie il bello, quello vero, e se ne innamora. quel signore anziano e grassottello che parla di quel fiore di donna, è tenerissimo. poi parli con lo scultore. io facevo il vigile, mai mi sarei immaginato un giorno di campare con la scultura, la ceramica, la pittura. ora mi avanzano i soldi, non so che farmene. ecco, allora capisci. sono complicati dentro, ma semplici fuori. e bellissimi, a guardarli. e poi lo senti. questi non sono teorici, politici, artisti del discorso. non sono come te, virtuali. gente solida, idee dentro e voglia di fare. giganti dell'espressione vera, quella fatta con le mani. niente mouse, tastiera, programmi. parlano di un'americana che vive a firenze, una matta che espone in tutto il mondo. lo vedi, le vogliono bene. come lo volevano a tuo padre. allora ti senti più a tuo agio. è tardi, rimanete tu, tuo fratello, la ragazza padrona di casa ed un signore anziano, proprietario di una fabbrica di ceramica famosa. è vecchio, ma ancora indomito, battagliero. ascolti aneddoti, storie, battaglie. lo guardi. è un monumento. un monumento al fare. orgoglioso di sé, ma non di quel che è, di quel che ha fatto, che fa, che intende ancora fare. è vecchio, separato, figli grandi. ma non è solo, non lo sarà mai. vive in compagnia delle sue ceramiche, delle forme che sono nate dalle sue mani. allora capisci questa ragazza bionda e minuta, l'amica di tuo padre, che ama frequentare gente un po' anziana, di quelli che a vederli non ti stanno neanche simpatici. l'amore per la ricerca interiore, per il fare, per il fare bene soprattutto. fare meglio che puoi. sì, è così. deve essere così. ti spieghi anche che alle una e mezza hai salutato quella gente, quel signore anziano, con un affetto e un desiderio di conoscerli meglio che ti ha meravigliato. in loro non solo riconosci un po' tuo padre, ma i veri padri che ciascuno vorrebbe avere come riferimenti, come esempi. bella serata, davvero.
ieri sera teatro, in città. parcheggio difficile, saluti la principessa, pizza in centro mangiata al volo, entrate. lei è contenta, saluta le amiche, parla con un sacco di gente, ti presenta. si abbassano le luci, comincia. una cosa immonda, imbarazzante, tossica. sei andato via nell'intervallo, scusandoti. lei ti guarda andar via. torni a casa, ti metti a letto maledicendo il momento che hai detto sì a quella proposta, sapendo già come finiva. leggi, dopo un po' torna lei. fredda, delusa, acida. stamani uguale. non ce la fai ad accontentarla. la deludi, ogni volta la deludi. un pantofolaio pigro e orso che si scontra con una tipa vivace e dinamica, vogliosa di vita esterna e relazioni sociali. eppure lei ti ha scelto. due volte lo ha fatto. pensaci.
certi momenti sai che devi passarli. una tassa da pagare. un gran respiro e via, ti ci tuffi. abbi pazienza, poi finisce. il problema è dopo. ti piacerebbe dimenticarli. invece no, rimane addosso qualcosa, il dispiacere, l'odore acre dell'imbarazzo. allora capisci. certi momenti, dentro, non passano mai.
diciottenni. sì, il periodo era quello. un gruppo di ragazzi, appena maggiorenni. chi studiava e chi lavorava già. grande discriminante quella. bastava guardar le tasche. da una parte sentivi suonar moneta, sempre, dall'altra silenzio. però si era ricchi lo stesso, o almeno pareva così. anche i ricordi, di gite al mare, e gran mangiate di qua e di là, roba che ora ti sembran sogni. poi c'era lui, un tipo figo. liceo scentifico, ma poi gli morì il padre, e allora si mise a tagliar la pelle per un amico. figo dicevo, col golf diesel nuovo, e le camicine sempre stirate, coi paricollo che sembravano cachemire, e quel sorriso ganzo, affabile, scherzoso. arrivava con la golf, scendeva col suo loden verde, le college di vernice lucidate e quel sorriso che faceva cascar le donne. quante cene ci ha pagato, e quante gite al mare, con la macchina nuova. una volta il suo boss tornò da londra con un vecchio taxi inglese, un morris nero gigantesco, col vetro a separare il guidatore e il cambio automatico. dai, si va al mare. ma siamo troppi, nella golf non ci si sta. arrivò dopo dieci minuti col carro armato. partimmo, allegri e contenti. castiglioncello era già un blocco di ville, scogli e cemento sul mare. ci si mise a far tuffi e scherzi su un moletto in cemento. io mi sdraiai a prendere il sole con una ragazza. mi garbava quella figliola minuta, mora, silenziosa. poi mi invitò a fare il bagno. non riuscivo ad alzarmi. qualcosa mi teneva i capelli attaccati al molo. catrame. riuscii a staccarmi, impacciato e imbarazzato. grandi risate, io no. mi giravano i coglioni. tornammo, in quel taxi gigantesco e rumoroso. io mi appoggiai al vetro di separazione, e ci rimasi appiccicato. il mio amico, al volante, rideva e mi pigliava per il culo. gli lasciai una gran patacca nera sul vetro, e gli toccò pulirlo, con l'olio di oliva. io con l'olio mi lavai i capelli, incazzato. è una vita che non ci si vede più. ha cambiato mille lavori, si è sposato, ha fatto una bambina, si è separato tra mille problemi. io poi mi misi con quella ragazza minuta, ma durò poco. mi è tornato in mente, col loden il sorriso affabile e le scarpe lucide. forse per lui il tempo è passato peggio. forse.
vedi gente che si sbraccia per rimanere a galla. gesticolano, armeggiano, si affannano per non affogare nel mare della vita. li guardi, con un leggero senso di superiorità. ti senti sicuro, un nuotatore esperto. facile, per te, nuotare nelle tue pozzanghere.
è che uno dovrebbe fermarsi, ogni tanto. per capire. per capire di volere. uscir dai suoi panni, far due passi e guardarsi. con occhi diversi, dico, stranieri. si perde il dettaglio, ma si contempla l'insieme. è che i dettagli non fanno l'insieme. la distanza, ci vorrebbe quella. esser distanti abbastanza da noi. e guardare. una scena ferma. ché se si muove è già differente. ma come si fa? fermare il tempo. no. non essere noi. no. occhi fermi, adatti a intuire. neanche. allora niente. tanto vale fare, andare, senza capire, senza volere. senza possibilità di scelta. e via così.
i ricordi son come vecchie foto appese al muro. col tempo, quelle grandi, le panoramiche piene di gente e di cose, staccano il chiodo e cadono, frantumandosi. rimangono quelle piccole. particolari, primi piani, pezzi insignificanti. il muro è quasi tutto scoperto, pieno di buchi vuoti, e tu guardi quei pochi francobolli che ti raccontano una vita.
e il vento, e il freddo, e la gente che strizza i baveri e gli occhi, e passa svelta, e le mani in tasca, e quell'umido che senti sulle guance e sulla punta del naso, e ancora vento e freddo. stringi i pugni, in fondo al cappotto. li stringi intorno alla voglia di sole, di mare. ignudo, la sabbia scotta, cammini nell'acqua che parlotta con la spiaggia. poi il tuffo. non è il momento. soffiati il naso.
più ti gira intorno la frenesia natalizia, più ti vien voglia di metterti al camino, da solo, a sentir musica e pensare. ché già leggere sarebbe mossa ardita, per il tuo voler d'oggi.
fine settimana dedicato a pulire il giardino, mettere dentro le piante, all'albero di natale e, soprattutto, a stare a casa a dormire. per come la vedi tu, è iniziato il letargo.
le parole spesso riescono a rendere complicato un pensiero che in testa era semplice. raramente succede il contrario. direi quasi mai. anzi, mai. ecco, vedi?
ecco perché le donne vivono più degli uomini. si incazzano fuori. escandescenze, sfuriate, scene madri, poi finisce lì. noi sembriamo calmi, pacifici, serafici. teniamo dentro, somatizziamo, ingoiamo tutto con un sorriso. poi arriva l'ictus. olè.
ieri sera carte. c'era anche la principessa, ma è tornata a casa presto. maschi contro femmine. perso a canasta, vinto lo scopone. stanno tentando di averci per la festa dell'ultimo dell'anno. occhi di ghiaccio cerca di corrompere la parte cedevole, la principessa. a un certo punto la interrompo bruscamente. lei si gira. allora dillo, ti stiamo tutti sui coglioni? uno alla volta no, tutti insieme sì, e non poco. vaffanculo. argomento chiuso, spero.
tornavo in ufficio. e ascoltavo un ciddì, una raccolta vecchia. e pensavo al libro. inadatti al volo. opera corale, pensavo. arriva un pezzo di peter gabriel. forse il più bel pezzo mai fatto dal vivo. ecco, quello è un'opera corale davvero. artisti di tutte le parti del mondo, che suonano e cantano in un amalgama sonoro davvero speciale. e ballano anche, insieme a qualche decina di migliaia di persone. il risultato è grandioso, dieci minuti irripetibili di felicità pura, che pare non finiscano mai. l'ho trovato su youtube, e lo posto qui. e lo dedico a trentasette inadatti che hanno fatto un'opera corale. grazie.
ah, dimenticavo. mettere a palla le casse del piccì.
che tanto è tutto un gioco. finché qualcuno non si fa male. quel qualcuno non sei mai tu. o almeno così sembra a te. ma forse è solo insensibilità alla vita.
cena aziendale con la principessa al ristorante trendy. seduti su dei pouff, musica alta messa da un dj che hai alle spalle, mangiare antipasti misti toscani in mezzo a gente che balla e batte le mani. era troppo. infatti, mezz'ora dopo eri a casa tua. chi ha capito bene, sennò pace.
il bello della sera è il silenzio. a quest'ora apri le finestre dell'ufficio, cambi l'aria e fuori è tutto deserto. la città non esiste. un cane lontano. solo il freddo, pungente, che entra. il freddo non fa rumore. momento giusto. tra un po' sarai a cena in un ristorante di quelli alla moda, pieni di gente, col chiacchiericcio mischiato a scalpiccio e a rumor di posate, risate, parole urlate e non ascoltate, vite sbagliate. ma ora no. non ancora. e così sia.
scrivere è il tentativo di espellere, dandogli un equilibrio, qualcosa che hai dentro e che equilibrio non ha. la roba esce, ma spesso rimane zoppa. e cade.
stamani novantasette chili. pantaloni, camicie. è tutto un saltar di bottoni. le feste sono ancora lontane e la tua allegra lievitazione continua, imperterrita.
è tornato tuo fratello dall'inaugurazione della triennale di milano. sei andato a prenderlo alla stazione, ieri notte. napolitano, la moratti, formigoni, e poi i vari elkann, sgarbi, de benedetti eccetera. il gotha del mondo che conta. il fatto che un qualunque geometra di provincia e suo cugino l'industriale mangiassero al tavolo accanto al rampollo di casa fiat ti ha fatto sorridere. immaginavi la scena. poi ti ha raccontato la mostra. la sezione ceramiche del museo del design è fatta per più della metà da pezzi della nostra collezione. mentre lo diceva gli vedevi l'orgoglio in faccia. sì, lo vedevi soddisfatto, ma a te non te ne fregava nulla. eri contento per lui, punto. in fondo è lui il curatore della collezione. poi ha parlato delle altre sezioni. le cose di brionvega, eclisse di vico magistretti, la poltrona gonfiabile trasparente che noi rompemmo subito giocandoci, facendo incazzare il senior di brutto. e poi munari, colombo, ponti. insomma, diverse delle cose che ha visto erano in casa quando eravate piccoli. poi ti ha detto di aver visto un giochino. era un puzzle di legno, fatto con degli animali. lo disegnò enzo mari nel cinquantanove. ci avete giocato una vita. il serpente, l'elefante, il toro, era tutto un incastro bellissimo e armonico. c'era anche quello. hai visto un brillare d'occhi, nel buio, su quel faccione da orco che ti riempiva la macchina mentre lo riportavi a casa. i bambini non crescono mai. al massimo, rimangono nascosti dentro di noi. poi, ogni tanto, vengono fuori.
devi andare in centro a firenze per una pratica. non ne hai voglia, ma domani mattina prenderai il treno e ci andrai, da bravo bambino. che in fondo a te certi obblighi vestiti da castigo ti garbano anche. sei un moralista con retrogusto sadomaso.
faccio il pubblicitario. già, è il mio mestiere. spesso mi piace farlo. a volte, quando lo faccio per gli altri, mi riesce anche benino. è che stavolta mi tocca lavorare per me, e onestamente non mi riuscirà tanto bene. non ci so fare con internet, non so mettere i link i banner e tutte 'ste diavolerie. e poi mi vergogno, anche, e non poco. allora faccio una cosa, la racconto come la so. esce un libro. l'ha voluto, chiesto, sudato, richiesto, patito, organizzato e prodotto il mio socio di penna maschio, giovanni di muoio. è edito da giulio perrone editore. un bel libro di racconti, il cui fil rouge è la malattia, vista da ottiche diverse e raccontata con linguaggi diversi. ma non pensate ad un libro triste, non lo è, anzi, è capace che vi scappano anche un paio di sorrisi. se lo comprate fate anche un po' di beneficenza, che non guasta mai. e poi è come avere un ciddì sampler di musiche differenti, dentro ci trovate sicuramente la vostra, quella col ritmo che vi garba. se cliccate qui ne saprete di più. questo libro si intitola "inadatti al volo" e ci hanno scritto trentasei bravi bloggers. e un cretino. io.
oggi dovrei essere a milano con mio fratello. si inaugura la triennale d'arte. siamo tra i prestatori d'opere di una bellissima mostra di ceramica. e dovrei essere anche qui. perché anche qui ho prestato un'opera. invece no. meglio così.
c'è gente convinta di riuscire a scrivere la vita. quando va bene, è la vita a scrivere su di noi. fin quando non strappa la pagina. e tu spera di non finire in bagno.
uno scrive e non ci pensa. o meglio, pensa, ma pensa e scrive, così, come parlare. se parli non è che pesi, ponderi, valuti frase per frase. così quando usi il blog. pensi scrivi e posti. ti viene così, automatico. lo fai qui e di là, su malaparata. un post sull'acqua. era nato più come provocazione che per altro. un miscuglio di giochi di parole e non sensi, tanto per contrabbandare una vecchia pubblicità oscena. poi arriva uno e tira fuori una frase. una sola. leva il prima, il dopo, e lascia solo quelle poche parole ignude, drastiche, drammatiche. non ce n'è tanti che lo sanno fare. bisogna essere chirurgi, saper tagliare. togliere il contesto senza far male al concetto. anzi, dargli lo spazio che merita, quell'aria intorno che faccia vedere bene. è successo con douglas, ieri. nel post trovi il link che ti rimanda ad un suo post. il post è leggiadro, gradevole, ironico come sa essere lui. la frase che ha estratto no. parlavi del tuo fiume, quello che attraversa il paese. è ancora in secca, e ti manca. così ti era venuta una frasetta.
se non c'è più lui, allora anche io ci sono un po' meno.
non ci avevi fatto caso, nella foga dello scrivere. sei un superficiale, scrivi e dimentichi. ci voleva douglas a fartici pensare. quella frase. una frase. una frase che toglie la spoletta ad una domanda bomba. di cosa sei fatto? di ricordi? di luoghi che per te rimangono uguali per sempre? di punti fermi, immutabili, ai quali ti aggrappi in maniera quasi autistica? oppure di futuro, sogni, speranze. oppure un mix di passato e futuro. e il presente? ti piacerebbe saperlo. le dinamiche interne che non sai, ma vedi il risultato. hai cercato di scoprirlo, o almeno di intravedere qualcosa, scrivendo qui. ma anche scrivere non serve. quel mix di ricordi da ricordare e speranze da sperare non fa altro che farti assumere posizioni innaturali, scomode, sgraziate. come se gli uni e gli altri si allontanassero tra loro e tu rimani in mezzo, le braccia tese, senza decidere da che parte andare. una cosa è certa. il tempo passa, e siamo tutti un po' più di qualcosa, un po' meno di qualcos'altro.
sto ascoltando fifth of forth, da selling england by the puond dei genesis. con i temi inseriti in quella sola canzone oggi ne farebbero almeno un album doppio.
stamani ti sei pesato. novantanove chili. solo perché stai provando a smettere di fumare. dopo natale peserai quanto una intera seconda elementare del burkina faso.
oggi è grigio. tutto grigio. acqua e vento. tanta acqua e tanto vento. da una parte ti spiace. la norvegia ti ha privato del mare e del sole con cui facevi il pieno di caldo ad agosto. poi però guardi fuori e ci godi lo stesso. preferiresti essere a dantedieci, camino acceso e veder gocciolare i pini dalle vetrate, ma sei contento anche così. ti piace percepire un mondo inospitale, scomodo, antiumano. sì, un mondo antiumano, ecco. oggi lo è.
ti alzi la mattina. devi pagare bollette. sulla via per la posta c'è il fiume. il tuo fiume. c'era, il fiume. è dicembre e non c'é ancora. solo erba e sassi, dove c'era l'acqua. già, l'acqua. poi vai a lavoro. strada diversa. costeggi l'arno. a sinistra il fiume, in secca, a destra case, campi, boschi. poi noti le fasce. grandi fasce arancioni a circoscrivere cantieri nuovi. dove c'erano alberi adesso grandi buche scavate. cambierà lo skyline delle tue colline, cambierà ancora. in peggio. attraversi un paese. un grande spiazzo in cemento. piazza della pace, c'é scritto. pace. abbiamo bombardato il mondo col cemento. ne abbiamo fatto un deserto. e l'abbiamo chiamata pace.