che c'azzecca una vacanza in norvegia con la pentola a pressione? evidentemente una correlazione c'è, visto che nella mia borsa per partire ce n'è una da cinque litri, con tanto di cestello per la cottura a vapore.
ieri sera pizza e gelato, come piace a lei. ma era stanca. poi a casa, con gli amici di vacanza. relax e fresco. le si chiudevano gli occhi. sono andati via presto. lei a letto, io a mettere a posto. alle undici dormiva profondamente. stamani l'ho svegliata tardi. mi è piaciuto. spero anche a lei.
del meravigliarsi. mi meraviglio, io per primo. che chi mi legge poi si meravigli. non ho una gran vita. giornate lasche, normali, spesso nulle. ma mie. ecco, questo lo sento. quel tempo che passa, quelle facce che vedo, quel poco che succede è mio, mi appartiene. scriverlo qui me lo ricorda, lo certifica come parte di me. un attestato di memoria, una patente scritta che dice che quel poco mi è successo davvero. prima di scordarlo, perderlo per sempre. ma forse è la forma. breve, sintetica, come il pensiero. estrarre il succo, denso, concentrato in poche frasi corte. non la cerco, mi vien così. come la fotografia. un clic e il racconto è tutto lì, in quel quadrato di carta. non son capace a fotografare, anche se amo farlo, davvero. non mi viene mai quel che vedo attraverso l'obiettivo, o quasi mai. forse mi vergogno. la parola no, quella la uso come so, senza vergogna. sarà l'anonimato. già, son sicuro che di faccia non parlerei. né scriverei. meglio così. mi sento più libero, di essere me. uno normale. uno qualsiasi. di quelli che incontri. e ignori.
serata bellina. dantedieci, con mio fratello e suo figlio, il grande. la principessa è tornata alle nove. compra tu il pane, scongela il sugo e cuoci il pollo in forno. come faccio? come ti pare, ma in forno è meglio. abbiamo mangiato pasta al pomodoro, fortunatamente abbondante, e pollo al forno, non tanto e soprattutto sciocco. fortunatamente c'erano i pomodori di casa bensa, regalati dall'ex vicino, ad alzare il livello della tavola. poi ho guardato il nipote, un quattordicenne biondo e brufoloso, un metro e ottanta per novanta chili. ho fatto lo spelling silenzioso. nu-te-lla. ha sorriso. ci siamo finiti il barattolo, col pane buono. al caffè sono arrivati gli amici che ci andiamo in vacanza. poi fuori, nel giardinetto dietro, al buio, a bere vodka ghiacciata e grappa fatta in casa da amici. e parlare, del più e del meno, di vacanze, di viaggi, di barche, di mari e pescate lontane. fino a che la stanchezza della notte, quella buona, dolce, fresca, non si è fatta vedere sui volti illuminati dal lume della candela. se ne sono andati, ciondolando. chiuso casa, lavato denti, caricato sveglia, a letto. buonanotte. la principessa sorrideva nel buio. poi l'ho sentita dormire.
ieri sera la principessa ha lavorato fino a tardi. poi è andata a cena dai suoi. io ho accettato un invito da mio fratello. cena in terrazza, io lui e tamarindo. prima son passato da dantedieci. l'ho chiamata. mi mancava. glie l'ho detto. si era lì, in silenzio, al telefono. lei nel suo ufficio, io a casa. come due cretini di quattordici anni. poi ho aperto casa per farla raffrescare e sono andato. bella serata, ma monca.
ieri sera cena in terrazza a casa bensa. arrivati alle cinque. tuffo in piscina, acqua a trenta gradi, perfetta. sono uscito alle sette. poi, lentamente, mi sono goduto il panorama. a intervalli frequenti mi affacciavo verso il mare. la luce che cala, le ombre che allungano, le luci che si accendono nelle valli. laggiù la gorgona che sparisce nel buio, che poi inghiotte anche la corsica. e poi la notte, le stelle, il buio fresco, con l'aria del bosco che ti arriva sulla pelle come una carezza buona, un massaggio rilassante. mi son ricordato quando ci si cenava tutte le sere lì, davanti a quello spettacolo, e ci si godevano le diverse sfumature tra una sera e l'altra. le giornate che accorciano, il sole che cala un po' più a sinistra, allontanandosi dal monte serra, oppure le nubi che arrivano dal mare ad ombreggiare le colline metallifere. usciti dalla piscina i miei amici mi chiedevano dove si poteva vedere san gimignano. ecco, sull'ultima fila di colline laggiù, in direzione sud sud-ovest c'è una vu, una valle, sulla destra ci sono dei cipressi che scendono sul profilo della collina. ecco, proprio all'incrocio basso, quando è limpido, si vede lo skyline di san gimignano, le torri della città medievale. lo ricordavo, glie l'ho indicato. l'hanno visto, ma male, nella foschia della sera. ho sentito dentro un piccolo, minuscolo rimpianto. ogni tanto guardavo la principessa. sapevo che lo provava anche lei. non ha detto niente, io pure. siamo tornati a dantedieci abbastanza presto. era bellissima, nel buio della notte. solo un po' troppo in basso. per noi che si ha ancora gli occhi dei contadini, tra una casa di poggio e una casa di valle c'è un mare di differenza, specie d'estate. lei aveva sonno, io no. va bene così.
qui si schianta di caldo, in inghilterra annegano sotto piogge monsoniche. il problema non è la mancanza delle mezze stagioni, ma l'esuberanza di quelle intere.
uno non ci pensa mai. all'accettazione. quante cose devi far ingoiare a chi ti sta accanto? molte, a pensarci. lo fai anche tu, ma senza grosso fastidio. o meglio, il più delle volte senza accorgertene. che vuol dire questo? che l'accettazione dell'altro è una forma di ingiustizia autoprodotta. una pena, se volontaria, non è più tale. se non è rassegnazione. un distinguo necessario.
la sicurezza di far bene è una forma di arroganza che alla fine nuoce sempre, a sé stessi e agli altri. al contempo, il dubbio sulla bontà delle tue azioni ti impedisce di compierle con la forza e la volontà che si richiederebbe. l'ipotesi migliore resta la certezza dello sbaglio. una volta accettato questo, la vita è più facile.
assenza, mancanza, privazione. ogni tanto ci penso. da piccoli non si sopportano queste cose. un bambino piange, si dispera, ripete esasperato lo voglio lo voglio. poi ci si calma. non sempre, ma insomma, ci fai l'abitudine a non poter avere tutto. deve essere l'età. la parola senza la si usa sempre di più, andando avanti nella vita. deve essere una specie di training, un cercare di abituarsi al meno, al senza, appunto. in fondo, arriverà un giorno che rimarrai senz'aria.
strano. non hai più riletto nulla di ciò che hai scritto. rimosso. eppure sai che dovresti. dovresti almeno tentare. così, a distanza, per vedere l'effetto. niente, è lì, e tu qui. vi ignorate. eppure siete parenti, tu e lo scritto, e conoscervi potrebbe aiutarti a capire un paio di cose. dove fai bene e dove sbagli, ad esempio. dove la parentela è stretta e dove no. sicuramente il finale è da aggiustare. questo lo sai, ma è l'unica cosa che ricordi. tra un po' dimenticherai anche il finale. forse aspetti questo. dopo le ferie vediamo. urgente procrastinare.
ieri sera cena all'aperto, da amici. la principessa è arrivata tardi, ma non ultima. si sente in colpa a volte, ma il suo lavoro è così. era bellissima. come sempre, due tavolate, maschi e femmine separati. peccato, avrei voluto starle accanto. menù buonissimo, a base di pesce, e poi chiacchiere e sigarette. c'era anche una donna che non conoscevo. è del paese, ma vive in francia. storia strana. faceva l'infermiera ma le piaceva cantare. un coro piccolo, poi uno più grosso. non so come, l'hanno chiamata all'opéra di parigi. fa la corista lì da molti anni, per lavoro. nel frattempo ha sposato un francese, è nato un figlio che ora ha diciassette anni, è morto suo marito. era qui in vacanza, dai parenti. il figlio parla solo francese, lei parla un toscano strano, frammisto a parole francesi, buffo. eravamo gli unici a fumare. io al mentolo, lei all'anice. si è parlato di cultura, politica, europa. si sente che è lontana, sola, ipercritica verso tutto e tutti. come me, forse di più. si era d'accordo su tutto, quasi. di lei mi è rimasta una frase. "è una gran fortuna, fare la cosa che ti piace di più nella vita, e finire a farla per lavoro, vivere di quello". già.
se si va in pensione più in là di qualche anno si aiutano i giovani. ecco, ma se uno vecchio va in pensione più tardi, come fa quello giovane a lavorare al suo posto, a vivere degnamente e a versare i contributi per farsi una pensione decente? certe meccaniche sociali mi sfuggono.
solo in ufficio. i soci sono fuori tutti, ognuno per cazzi suoi. lavoricchio, ascolto musica, controllo la posta. ho appena preso il caffè, sto fumando. leggo un po' in giro per blog. mosse lasche, per dare spazio ai pensieri. cose così.
favole. roba da bambini. non ci sono le favole per noi grandi. non le hanno inventate. peccato, che ce n'era bisogno. roba buona per gli orecchi, che ti carezza dentro e ti fa chiudere gli occhi. che ti fa andare in un altrove inventato ma tangibile, che lo tocchi mentre lo ascolti. fiabe esotiche, lontane, inventate per te, o almeno così credi mentre le senti. parole di velluto, che strusciano addosso affascinanti, sussurrate da bocche socchiuse. immagini bisbigliate, evanescenti, lentamente liquide. fatte d'acqua, umori, lacrime tue. mischiate a parole. le cose più belle son quelle che non tocchi.
ascoltando "perfect day" di lou reed cantata da antony and the johnsons.
prima corona, ora l'alcol e la guida, poi, prima della fine del mese, sarà il turno del solito omicidio irrisolto, il classico giallo dell'estate. gi-ornalisti o gi-ullari?
non li decidi i ricordi. fanno come gli pare, anche loro. bene, una maleducazione libertaria che non controlli. se non sei padrone del cervello, sei al massimo del disimpegno. dei parenti della principessa. l'hanno cresciuta, le hanno voluto bene. gente vecchia, specie lei che era nata ad albany, in america, poi i genitori erano rimpatriati prima della guerra e aveva conosciuto lui, un matto senza paura, un selvaggio di paese. si erano messi insieme mentre lui, ragazzo affamato, faceva un po' il ladro un po' il partigiano. ci raccontavano di quando, inseguiti dai tedeschi, fuggivano nei campi minati e, mano nella mano, facevano grandi salti, che se scoppiavano lo avrebbero fatto insieme. dopo la guerra lui si mise a vendere cornici in sicilia. partiva e stava due settimane giù. era simpatico, sfrontato, affabile e spregiudicato. guadagnava bene e lavorava poco. un viaggetto ogni due mesi e poi tornava. avevano comprato un piccolo podere in collina, una porzione di colonica restaurata con semplicità. a lui piacevano le donne, il messico, i mariachi, i cavalli. a lei piaceva leggere, fare l'uncinetto e cucinare. era una dea in cucina, e quando si andava a trovarli ci solleticava con mille ricette meravigliose. sapeva che mi piacevano gli ossi buchi. li mangiavo solo da lei. la principessa se li guardava questi due, li covava come un padre e una madre. come quelli che avrebbe voluto avere. non il manager isterico e la madre nervosa che aveva, ma due tipi in gamba, uno donnaiolo, spregiudicato e capace di grandi passioni, l'altra intelligentissima, saggia, comprensiva e divertente. lei era più vecchia, di una decina d'anni, e lui aveva sicuramente delle amanti, ma sembrava non fosse importante. un rapporto solido, pratico, molto allegro. la principessa ci stava bene, e me li fece conoscere subito. poi lui andò in pensione. costruì una stalla per i cavalli, e con un grande terrapieno fece un bel lago sulle terre del podere. ci si andava a fare il bagno, e poi a fare grandi passeggiate a cavallo, nel sole della campagna. un giorno ci accolse con gli occhi lucidi. vado in messico due mesi. il suo primo viaggio. tornò entusiasta, pazzo, pieno di dischi, cassette, sombreri, ponchos. il pomeriggio, quando era caldo, si andava giù, nella stalla rimessa a saletta per i giochi, lui metteva il sombrero e ascoltava a tutta birra le canzoni dei mariachi che aveva sentito in piazza garibaldi a città del messico. poi si giocava a carte, la grande passione di lei. in messico non ci tornò più, in compenso andò a cuba un paio di volte. noi si sapeva che ci andava per le donne, ma lei non diceva nulla, era contenta per lui. qualche anno fa lei si ammalò. cancro. le fummo vicini, molto. tutti i giorni si andava all'ospedale. fu dura. specie per lui, spaesato, stordito, improvvisamente invecchiato. quando morì, lasciò detto che voleva essere cremata, e così fu. facemmo tutto a firenze, e si andò a riprendere l'urna con le ceneri. le portammo al cimitero, e lì seppellimmo un'epoca fantastica, un periodo dolcissimo, felice, che non sarebbe tornato. lui volle vendere tutto. si ritirò in paese, in una casetta piccina. in pratica viveva a cuba, tornava solo per rare occasioni. quando si incontrava ci si facevano le feste, ma era tutto differente, troppo differente. non siamo più stati nemmeno al cimitero. ogni tanto con la principessa ci si rammentano. i cavalli, gli ossi buchi, i mariachi, cielito lindo, le nuotate nel lago, le partite a carte. una vita semplice, isolata direi, ma buona, fatta di poche cose, poca gente. forse era la qualità che ce la faceva percepire così, o forse perché si era più giovani, più semplici. no, erano davvero loro. gente speciale, una fortuna rara averli avuti vicino. non ho molte foto di quel periodo. una la ricordo. in bianco e nero, scattata sull'aia, davanti alla tettoia dove si stava a chiacchierare. la principessa giovanissima, con un grande sombrero che le punteggia la faccia di mille punti luminosi di sole, e un sorriso dei suoi, che fanno innamorare. ricordi, bestiacce selvatiche che vanno e vengono, non sai dove né quando. roba difficile da fermare. ecco, adesso l'ho fatto. l'ho scritto.
oggi torno a casa e mangio da solo. la principessa è in piscina. è il suo modo per fare sport, saltare il pasto e lavarsi i capelli. le femmine sono di un utilitarismo a volte disarmante. questo quando fanno. quando pensano è ben altra cosa. l'esatto contrario di noi maschi, che pensiamo semplice e agiamo contorto. è davvero miracoloso che poi maschi e femmine si accoppino (nel senso non violento del termine).
hai litigato col socio su un programma tre di, hai finito le sigarette e inizi a sentire il caldo. le tre cose insieme fanno sì che oggi possa definirsi giornata di merda. e non siamo manco a mezzogiorno.
c'è chi è nato per indicare la strada agli altri. c'è chi chiede indicazioni in continuazione a chiunque incontri, così, per compagnia. a te piace perderti da solo, senza l'aiuto di nessuno.
pomeriggio a dantedieci. ti aspettano un paio di miliardi di aghi di pino. domani arriva anche il tuo amico giardiniere, a darti una mano. lavoracci, levatacce, sudate e mal di schiena. una giusta punizione, per un pigro come te. e poi, pensandoci bene, sei fortunato. la principessa lavorerà anche domani, forse domenica. meglio un po' di dura fatica che una vita passata a mangiare pane e sensi di colpa.
fai di tutto per non dipendere dagli altri, poi basta uno sguardo sorridente o una telefonata storta e vai su o giù come un palloncino gonfiato male. è tutta qui la tua indipendenza/forza/solitudine/autosufficienza? bel lavoro. oppure no, è così perché deve essere così. i sentimenti sono una forma di debolezza della quale non si può fare a meno. confessalo, sei ancora innamorato.
ecco, sullo spot fiat cinquecento. marchionne sarà anche stato bravo, ma certamente non è stato il primo. anche steve jobs con la campagna "think different" di apple di una ventina di anni fa toccò il tasto "appartenenza". lo diceva anche mio padre. a questo mondo non si inventa nulla.
ci son cose che le prendi in mano e le guardi bene, poi le appoggi accuratamente su un ripiano e le riguardi meglio, poi le sposti un po', le giri leggermente e le osservi di nuovo con sguardo attento. ci son cose che le butti lì senza pensarci e poi te ne scordi. la vita per te è fra le seconde. e sei contento così. gli altri meno.
lo dicevo ieri. un pubblicitario ha più capacità politiche di un politico. prendiamo lo spot della cinquecento. un racconto, un paese, una storia da mettere insieme. per sentirsi insieme. tutto in novanta secondi. togliamo la cinquecento e mettiamoci un eventuale partito democratico. sarebbe perfetto. ma sono politici, non ci riusciranno mai. peccato.
strane cose quelle che corrono in testa. cose varie e scollegate. treni di pensieri fatti non di vagoni come i treni normali, ma carrelli carrozzine roulotte carriole macchinine da bambini di plastica blu e rossa carrelli per barche con sopra navi accese che fumano dai comignoli e cose così. tutta roba legata da un filino che non capisci ma che sei te. è che li vedi meglio da lontano 'sti pensieri strani che vengono in fila, quando son già passati. ti meravigli. tanta roba per un testone quasi vuoto come il tuo. peccato accorgersene dopo. ti rimane addosso la voglia di sapere cos'è passato. e in bocca un sapore di polvere.
certa gente non è stupida. è solo che la loro intelligenza non si accorda con quella degli altri. o meglio, l'educazione, le priorità, le modalità di comportamento. lo so, li vedi come stronzi, ma forse non lo sono. o forse sei tu, a non assecondare la loro sensibilità. mettiamola così, siamo tutti stronzi, e così sia.
è un momento che non pensi a nulla. aspetti. aspetti niente. tempo trascorso così, tempo fine a sé stesso. un mood ripetitivo, noioso, rilassante. unico dispiacere, la principessa. lei non ha tempo. urge un modo di procurargliene. il tempo non si regala. al massimo si ruba.
la principessa vuol fare molti bed and breakfast, ma tu sei un estremista con tendenze fasciste. il nord è natura, e la natura la si vive da vicino. così hai deciso. per l'intero mese di agosto, questa sarà la vostra casa in norvegia. orsi e bufere di neve permettendo.
si dice che la politica è l'arte del possibile. niente di più sbagliato. funziona il contrario. se non ci metti un sogno, una speranza, una aspirazione lontana, remota, quasi irraggiungibile, muori di immobilità. come uno squalo l'uomo vive di movimento, respira andando avanti, si alimenta di cammini, anche impervi. va da sé che l'utopia è irraggiungibile, ma serve a far passi in quella direzione. ergo, fino a che la pace mondiale, il clima, gli squilibri tra nazioni verranno posposti a cazzate miopi come lo scalone, le pensioni o la sanità, la politica morirà piegata su sé stessa, soffocherà guardandosi l'ombelico. per educare ai propri bisogni e orientare ai propri interessi c'è già la pubblicità. un politico dovrebbe avere una visione più ampia di un pubblicitario, sennò mi tocca candidarmi contro weltroni.
settimana tranquilla. da sabato a sabato. nei festivi ho evitato il mare, andandoci solo la mattina presto. nei feriali sveglia alle sette, colazione alle sette e mezzo, un bombolone alla crema e un cappuccino, poi al mare. sulla spiaggia deserta ci ho fatto anche un filmino col telefono. volevo mandarlo alla socia, ma nel frattempo ho cambiato gestore e il mio telefonino non lo sa ancora come si fa. alle otto nell'acqua, una bella nuotata e poi al sole, a leggere. fino alle dieci nessuno, poi, lentamente, la gente pianta gli ombrelloni, i ragazzi giocano, la spiaggia si anima. la principessa con gli amici arrivavano alle dieci e mezza, e partivano subito per una lunga camminata, che io evitavo accuratamente. nuotate e letture, alternate da sigarette. alle una via, a mangiare tutti insieme. poi tutti tornavano al mare. restare lì, leggere, sonnecchiare, pensare. nel silenzio pomeridiano. poi doccia, cena, carte, chiacchiere. una settimana così. compagnie e solitudini, ritmiche lente, pensieri laschi che poi andavano ad incastrarsi chi sa dove. saranno rimasti lì, sul fondo, tra una roccia e una posidonia.