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sabato, 30 giugno 2007
dantedieci. la principessa è a lavoro. non ce l'ha fatta ieri sera, è dovuta tornare. ho caricato la macchina delle cose del campeggio. nel pomeriggio passiamo a a caricare mio nipote e si parte. intanto ascolto the cinematic orchestra, una rivelazione. suoni acustici, corti, precisi, ma sporcati da un'anima nera, dura. aspettando che torni cerco libri da portarmi via. una settimana di cose brevi, letture da mare. robe da una serata e via. sullo scaffale, ne noto uno. bianco e rosso. sulla costola una calligrafia inconfondibile. mio padre ci ha scritto nanda pivano. lo tiro fuori. un'intervista a charles bukowski, quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle. lo apro. una dedica, breve e semplice. caro delapis, non sa quanto bene le voglio. grazie. certaldo, mille e novecento ottantadue. nanda. un fiorellino disegnato a penna da una vecchia signora gentile, sotto una dedica ad un vecchio signore gentile. sfoglio le pagine. ad un certo punto dell'introduzione trovo una frase sottolineata da mio padre. la pivano cita bukowski e il suo senso funereo. la morte creava problemi solo a quelli che rimanevano. ci penso. mio padre incontra la nanda alla presentazione del libro a certaldo, nell'ottantadue. mia madre muore nell'ottantacinque. quel rigo nero, incerto, forte sotto quella frase è di quell'anno. questo libro me lo porto dietro.

venerdì, 29 giugno 2007
una settimana al mare. la principessa, un nipote quattordicenne, un branco di vecchi amici con figli. ho da smaltire un po' di tossine. ritrovare un distacco da certe cose che ultimamente ho perso. rieducazione alla distanza.

il cervello non basta. ci vuole la volontà di usarlo. altrimenti, meglio non avercelo affatto.

dimenticavo. ieri sera, prima della cena, aghi di pino. migliaia, milioni, miliardi. ho ripulito i tetti di dantedieci, riempiendo i giardini di soffici mucchi marroni. uno di novantacinque chili non dovrebbe fare l'acrobata con scala e scopa, ma c'erano circa cento metri quadri di tetti da pulire, e l'ho fatto. dovrò portarli via quei mucchi, lo farò stasera. e poi farmi barba e capelli. e tagliarmi le unghie. e preparare le cose per andar via. tutto stasera. al ritorno da un appuntamento pisano. domani sono al mare. forse.

serata bellina. da un amico, quasi in campagna. quasi. con la scusa di una paella meravigliosa voleva far incontrare un suo collega single a occhi di ghiaccio. io e la principessa ci siamo prestati al gioco. io l'ho fatto per la paella, sapendo che occhi di ghiaccio non ci casca in certe nostre trappole. quando una è bellina, intelligente e arriva a quarantacinque anni senza una relazione vera, c'è sotto una volontà che va rispettata. ma ci sta che mi sbaglio, io di donne non ne capisco gran che. la principessa è arrivata tardi, io intanto facevo foto con la digitale. occhi di ghiaccio, la paella, gli amici, i gatti. una macchina meravigliosa, veloce, precisa, perfetta. ma è una reflex gigantesca, con un gran pacco batterie, e mi vergogno un po' a portarla in giro. a tavola il single ci ha raccontato un po' di lui. vive solo, gira il mondo per lavoro, faceva l'operaio in concia, oggi è un commerciale di smalti ceramici in europa e nord africa. e podista, anzi, maratoneta. grazie ad un cieco. lo conobbe in un gruppo di sportivi. diventarono amici, decisero di fare le maratone. legati da un cordino tenuto per le mani. corrono accanto, nei campi, nei boschi. chiaro, il cieco tiene il sentiero, lui accanto. e via così, per più di duemila chilometri all'anno. nel novantanove fecero quella di new york, fu l'amico cieco a pagare tutto. un operaio che vive da solo non può neppure immaginarsela. ho pensato vai, sei l'uomo giusto, sei bravo, in gamba, pieno di vita dura dietro, di interessi, di possibilità. se ce la fai con la mia amica, son contento, anzi, ti sponsorizzo. poi, a tarda sera, la doccia fredda. occhi di ghiaccio dice una frase, rammenta una persona. il suo vecchio amico. uno che si vedevano ogni tanto. da quel che ho capito, lo vede ancora. guardo il maratoneta. lui sorride, ignaro. peccato, sareste stati una bella coppia. come nei boeri. noi hai vinto, ritenta. la paella era maestosa.

giovedì, 28 giugno 2007
usi i dubbi come stampelle, per andare avanti. ma vai piano. a volte son freni alla vita. se non credi in quel che pensi tu, come fai a credere negli altri? già, il dubbio come punto d'arresto, intralcio, inciampo. tanto s'ha da arrivare tutti al solito posto.

a volte la linea più breve tra due punti non la retta, e neanche il ghirigoro. è l'arabesco.

vedere qualcuno e non aver niente da dire. il silenzio esente da imbarazzi. che non è menefreghismo, ma farsi bastare la presenza. quando succede ti meravigli ancora.

mercoledì, 27 giugno 2007
ci sono due tipi di contrattempi: quelli che complicano le cose e quelli che le facilitano. benvenuti i secondi.

vento. tanto. non so perché ma mi trovo sempre ad avercelo in faccia. e ne godo.

giorni pieni. di lontananze, presenze e mancanze. di pensieri strani, a volte belli altre no. di ritardi, rimbalzi e contrattempi. ciambelle belle col buco e bomboloni rancidi. di buchi nell'acqua e acqua e basta. di tempesta e calma piatta, che sempre acqua è. di piatti pieni e piatti vuoti. di vento e ventilatori, anche. infatti, hai una bella storta. non solo la luna.

martedì, 26 giugno 2007
te n'eri dimenticato, sabato parti. una settimana al mare. devi consegnare due lavori, uno spot e un pieghevole. come sempre, te la pigli comoda e poi corri sul finale. una vita tutta così.

lunedì, 25 giugno 2007

le auto. guardi la pubblicità e ti fottono. quella attraversa città deserte, fresche, ombrose, l'altra vola tra i palazzi e parcheggia su un cornicione, poi c'è quella che fa solo strade nei boschi, in campagna, in vallate meravigliose da film americano. una addirittura cavalca onde azzurrissime di un improbabile mare. bene, compraneuna, una qualsiasi. esci dal concessionario e rimani subito bloccato in fila. semafori, passaggi a livello, sensi unici, vigili, assessori all'urbanistica megalomani che si inventano dei put (non è una parolaccia, vuol dire piano urbanistico dei trasporti) demenziali, dove per andare nella strada accanto devi prendere una circonvallazione che esce praticamente dalla provincia. infine torni a casa e rimani fermo in superstrada. sotto quaranta gradi di sole cocente. ci arrivi cotto e guardi il computer di bordo. hai fatto quaranta chilometri in due ore e un quarto, hai consumato un bidone di gasolio, prodotto un chilometro cubo di cioddue, e sei anche in ritardo. il che, come avrebbe detto giovannino guareschi, è bello e istruttivo.

molti dicono che uno si concentra su sé stesso, lavora su sé stesso, si ascolta, prende coscienza di sé, e solo allora conosce e può risolvere i suoi problemi. non lo so, può essere. a me succede che penso a qualcun altro e mi scordo di me e dei miei problemi. va bene, non è la stessa cosa, ma il risultato è lo stesso. ma forse non ho un gran che di problemi. improvvisamente mi sento un po' stupido.

c'è gente tosta in giro. persone che prendono la vita come una sequenza fitta di grandi colpi di testa. io la vedo più come un'attesa paziente di qualche piccolo colpo di culo.

bello ieri mattina. svegliati tardi, che si fa? un giretto con lo scooter. dove? vinci. va bene. un paesino normale, di quelli che ne trovi tanti, ma tenuto bene. niente interventi edilizi suicidi, buoni restauri, poca finzione turistica e quell'aria buona, rada, di campagna silenziosa, interrotta dalle campane a mezzogiorno. il museo di leonardo è molto bello, inserito nel castello dei conti guidi, un maschio che troneggia in cima alla rocca del paese. a parte il fatto che la bigliettaia ci parlava in un inglese stentato e scorretto e io ho risposto "siamo di qui vicino", la fruibilità è perfetta e un percorso di modellini, appunti del genio e altri ammennicoli atti ad intendere le sue soluzioni fa sì che il visitatore si stupisca ma capisca. in mezzo al paese hanno rifatto una piazzetta. mimmo palladino ha pavimentato con piastre e inserti di cardoso pieni di segni strani uno spazio bellino, percorribile, senza evidenze verticali o ingombri monumentali. un momento di modernità veramente ben inserito nell'ambiente "storico" di vinci. poi siamo andati al mulino, a vedere cosa ha fatto il padrone di casa. a parte un allargamento del parcheggio e del sentiero per arrivare alla casa, nulla è apparentemente cambiato. non ci siamo voluti avvicinare troppo. il ritorno è stato grazioso, tutte strade secondarie che attraversano il montalbano. alle due eravamo a pranzo a dantedieci. mezza giornata da turisti, noi due soli, vicino a casa. in un fine settimana impegnativo e stancante. ma è bastato a star bene. il segreto è contentarsi.

un po' di stanchezza non guasta. evidentemente non la provi spesso. stasera ultimo atto. cena conviviale della festa. la mostra va da sé fino a settembre. qualche amico di famiglia occasionale, qualche collega di tuo padre che viene da lontano, ma niente di più. basta pierre ad oltranza, basta strette di mano imbarazzate, basta discorsi di circostanza, basta gente che non conosci e non te ne frega nulla di conoscere. ora basta.

venerdì, 22 giugno 2007

non è facile dico. no, non lo è. gestire i sensi di colpa. coltivarli, come ranuncoli nel vaso. innaffiarli con un comportamento recidivo, refrattario. concimarli con azioni sbagliate, ripetute all'infinito. anni di coltivazione intensiva. ti troveranno morto di fame, perso in un bosco di sequoie giganti.

la cosa peggiore che può succederti con una donna non è far cilecca col sesso, ma col cervello. purtroppo succede spesso.

come sempre, ti muovi pesante, e fai danni. non dovresti. specie coi politici, gli amministratori, i comunali. ma tanto a te non te ne frega nulla. ci sei in contatto giusto per la mostra, ma non vedi l'ora che finisca. il due settembre. stai fresco.

giovedì, 21 giugno 2007
stasera cena con gli amici. i miei, quelli vecchi, i soliti di sempre. cena alla festa e poi alla mostra. dovrei spiegare loro mio padre, ma non so cosa. cazzo, con loro no. fingere una scienza che non mi appartiene, una cultura che non ho, un distacco di cui non son capace. cenerò con loro, scherzeremo, ci organizzeremo per l'imminente settimana al mare, poi, quando sarà il momento di visitare la mostra, dirò loro che in fondo lo conoscevate già, era solo il babbo di uno di noi. tenetevi i cataloghi, uno per uno. ve li regalo. quel che cercate è già tutto qui dentro. il resto è mio, abbiate pazienza ma lo tengo per me. chi lo capisce bene, sennò vaffanculo.

ogni tanto ti ritrovi una specie di sorriso ebete che ti taglia la faccia. come uno che si dice bravo. eppure lo sai.

mercoledì, 20 giugno 2007
alcune volte vorrei spiegarmi meglio. le altre avrei voluto tacere.

la pazienza logora chi non ce l'ha.

ieri sera cena di gala per la festa del paese. i politici quando fanno le cose per la gente tirano al risparmio, quando fanno le cose per il loro lustro non badano a spese. mi sono ritrovato in un consesso di collezionisti di ceramiche antiche e antiquari fiorentini. una fauna improbabile di vecchi ricconi, della quale ignoravo financo l'esistenza. mi sono estraniato alquanto, con la scusa di fumare lontano dal tavolo. il posto, amenissimo, era in collina, e cenavamo all'aperto. poi ho scoperto che chi ci serviva era un mio vecchio amico. lui ha un'ingrosso di materiale edile, ma aiuta i suoi amici padroni del ristorante nelle serate difficili. quella evidentemente lo era. strano, ieri era affabilissimo, cortese, educato ancorché molto amichevole nei confronti dei commensali. quando era giovane non era così. tutti lo chiamavano i' peggio, e si meritava quel nomignolo. ricordo che ai clienti che gli stavano antipatici gli sputava nella schiena. ma non in maniera plateale,. aveva una tecnica discreta, silenziosa. metteva il grumo di saliva sulla punta dell'indice e lo lanciava con la tecnica del "biscotto". l'incauto cliente se ne andava ignaro, ma con la camicia maculata. quando ventisei anni fa io e la principessa ci sposammo, chiesi a lui di procurarmi un lavello in ceramica allora mai visto, con una smaltatura di un colore caldo sfumato. l'ordinò a malincuore, e quando arrivò sul mandato ci scrisse "l'imbecillino del lavello marrone". era fatto così. mi è piaciuto incontrarlo. i' peggio. ora che ci penso, devo controllare la giacca.

il problema di certi giorni non è riempirli di cose graziose, ma vuotarli da quelle stupide.

niente di più squallido di un ricco che piange miseria.

martedì, 19 giugno 2007
giorni difficili. momenti alternati, di grande piacere, e di dolore. gente che mi ferma e mi ringrazia. per mio padre. vengon fuori ricordi, aneddoti, storie vecchie. qualcuno mi ricorda di come era bella e gentile e brava mia madre. non lo so, mi sembra un nuovo funerale. io mi ritiro, glisso, evito. mio fratello invece si getta nel rituale, con una tranquillità forse solo apparente, ma invidiabile. parla, ringrazia, regala cataloghi. non son bravo a far questo. al suo confronto faccio la figura dello scontroso, dello scortese. non posso farci nulla. la principessa mi vede e sorride. lei sa.

lunedì, 18 giugno 2007
a volte mi trovo a suonarmele, cantarmele e ballarmele anche. da solo.

la capacità di soffrire di una donna è circa quattro volte superiore a quella dell'uomo. se è innamorata, si arriva anche a dieci volte.

sabato e domenica pieni di emozioni forti, di stress, di lavoro intenso, anche. roba difficile da raccontare. meglio se per il momento te la tieni un po' dentro, a riposare, come la calce. devi spegnerla prima di murarci. basta niente e brucia la pelle, gli occhi.

venerdì, 15 giugno 2007
oggi no. niente pensieri, niente scritti. appuntamenti, e fare le copie del video di mio padre, e le copertine, e poi di nuovo appuntamenti. e poi, stasera alle sei, anteprima privata della mostra, della proiezione. pochi intimi, quelli che hanno partecipato, gli amici. a ventiquattr'ore dall'inaugurazione ufficiale. per me è più importante stasera, niente folla, niente politici. solo gente che gli ha voluto bene. voglio regalare a tutti una copia in divudì. per ricordo. non mio. suo.

giovedì, 14 giugno 2007
giornate di corsa. tipo oggi, che ti alzi presto e vai in ufficio ma internet non va, la rete sì e il resto no, così lavori ma esci presto che c'è l'ici e poi a casa che vengono a prendere il quadro grosso per la mostra, ma poi ci pensi prendi quel cristo pesante d'un quadro fatto coi vetri colorati e incollati e lo porti te alla mostra, così non rompono i coglioni, e già che ci sei compri il pane, che tanto la principessa è in ritardo e vuol mangiare le verdure, e allora col pane ti ci compri dei gran pezzi di porchetta bella pepata con la cotenna croccante e il grasso che si scioglie in bocca, e così mangi veloce che devi scappare a pisa da un cliente, ma la superstrada è tutta un lavoro in corso, però arrivi presto e ti tocca aspettare il collega in un posto bellino sotto alberi folti e apri tutto, anche il tettino che così vedi le fronde sulla testa e godi, ma è un attimo perché poi devi parlare di marketing a uno che te lo vorrebbe insegnare ma sai che se stai zitto ci guadagni e lo lasci parlare fino alle sei ed esci rintronato che devi ritornare di fretta per comprare i divudì e le copertine del video che stasera la principessa lavora e ti metti bello spaparanzato al fresco a masterizzarti dieci copie ma poi cinque le sbagli anzi sei e allora te lo dici che forse è meglio aspettare la principessa che torna tra un po' e parlarci cinque minuti, giusto il tempo che lei si addormenta, e guarda di dormire anche te, sperando che non succedano altre giornate così. giornate di corsa. olé.

mercoledì, 13 giugno 2007
alla gente è più facile metterglielo in culo che in testa.
parole sante.

ieri conferenza stampa a firenze. noiosa. deserta. inutile direi. sette relatori davanti a nove persone. se si esclude me, l'operatore e il giornalista che mi ero portati, vincevano loro. la fregatura è che la sede della conferenza stampa è davanti a feltrinelli. non è più la libreria di una volta, ma unbel po' di euro se li è guadagnati lo stesso. son tornato a dantedieci con una decina di chili di parole scritte bene.

martedì, 12 giugno 2007
la particolarità di certe situazioni. non lo sai se anche gli altri se ne rendono conto. forse son bravi a far finta di nulla. o forse sei tu che hai coltivato un'imbarazzo incipiente, compulsivo, a volte devastante. non lamentartene. anche un'imbecille ha i suoi anticorpi.

è che uno non se ne accorge. si abitua al peggio. si accontenta. così passano gli anni e la vita peggiora, ti imprigiona nella sagra dell'impossibile. case piccole, incastonate le une nelle altre, dove i figli crescono nani. posti inabitabili, ma pieni di tecnologia. ci siamo venduti la possibilità di vivere per un telefonino. ce lo vendono come simbolo di libertà, ma è il contrario, ci schiavizza. ci impedisce l'unica forza fondante del crescere, la capacità di star soli, di bastarsi. hanno ribaltato i valori. un metro quadro di terra edificabile vale più di un mese di lavoro di chi ci edifica. vale più il cemento delle idee, delle mani, del saperle muovere. il cemento non si mangia. per mangiare ci vogliono pensieri buoni, ragionevoli, intelligenti, per far bene le cose. per risolvere problemi. ormai la politica è lontana. campano sul privilegio, sull'emergenza, sulla paura. con questa scusa opprimono l'aspirazione all'eccellenza, scoraggiano la voglia di fare, di migliorare, annullano l'elaborazione di nuove possibilità. basterebbe una buona idea. sarebbero tutti a spasso.

lunedì, 11 giugno 2007
si avvicina la data. la mostra sul senior. non lo so, mi monta il nervoso. passare ore tra gente che non lo conosceva, ma lo osannerà. diranno cose come lacci, per imbrigliare un razzo lontano, che ha fatto un percorso differente. cercheranno di cavalcare quel razzo, di farsi luce con l'evento. politici. lui li odiava più di me. a volte mi trovo ad odiarli più di lui.

un pensiero. un attimo. ci pensi e capisci. sei stato una merda. tardi. peccato. rimediare non serve. ché una confessione sincera, e anche un perdono paziente della vittima, non possono alleggerire la colpa del peccatore. peggio, la svilirebbero, rendendola inutile agli occhi dell'uno e dell'altro. un peccato condonato non serve a nessuno.

ci son coppie forti, affiatate, inattaccabili. poi arriva un figlio e iniziano gelosie, contrasti, acredini, livori. tutto si scioglie come neve al sole. si vedono in giro famiglie fondate sul bostik.

venerdì, 08 giugno 2007
ha telefonato la principessa. una pizza no eh? ho chiamato i nostri amici. una pizza svelta in città e poi in cattedrale, a sentire la figlia che canta in una corale. una biondina quasi ventenne, alla quale lavavo il culo quando si cacava addosso da piccola. oggi guida la macchina, fa le vacanze da sola e c'ha un fidanzato grosso quanto un armadio. mi sa che i madrigali che ascolterò saranno l'unica cosa più vecchia di me.

mi garberebbe vedere un vulcano in attività. mi garberebbe anche vedere le balene. ma vedere da vicino. sono uno che si emoziona parecchio con la natura. già mi basta la televisione. quark, geo e geo, gaia. dal vivo poi. il mar rosso, lo yemen. e poi l'irlanda, il connemara, le cliff of moher, le giant causeway. posti puri, grandi, emozionanti. la natura mi fa davvero battere il cuore. roba che sei lì e te lo dici tra te e te. cazzo, ora posso anche morire. forse non mi spiego bene. io davanti a certe cose lo penso davvero. non è istinto suicida. è emozione pura, commozione forte, davanti al bello del mondo. poi, tanto lo sai che non succede. morirai tra cent'anni, senza aver visto le balene. in bagno, sul vaso, come un vecchio bischero.

anzi, dirò di più. un certo disagio è come l'ombrello quando piove. ti ingombra, ti impaccia, ci inciampi, rimani incastrato tra muri auto e cartelli. ma se lo chiudi ti bagni.

inutile pensarci. il disagio è come un rumore di fondo, leggero, indistinguibile ma sempre presente. tocca farci l'abitudine.

mancano otto giorni. sabato prossimo inizia la mostra. ho cominciato a far vedere il corto su mio padre a qualcuno. parenti, gente molto vicina a lui, che ci ha lavorato insieme tanto tempo. tutti si meravigliano della brevità. poco più di undici minuti. ho spiegato che dentro una mostra non puoi stare a guardare un monitor per una vita. la comunicazione ha certe regole. raccontare un uomo, il suo lavoro, in undici minuti. a chi non lo conosce ed entra distratto. li guardavo negli occhi. per vederci lui, il ceramista, l'uomo che non ho conosciuto. erano umidi, tristi e felici al contempo. allora mi sono lasciato andare. non davanti a loro, in auto, dopo. ho anche pianto. potevo smettere di essere il professionista della comunicazione, potevo ritornare un figlio qualsiasi. il mio lavoro è finito, i ricordi no. ma penso di aver fatto bene il mio mestiere. un'altro poteva far meglio, ma ho deciso di farlo io. l'ennesimo sbaglio, forse, ma è come se avessi dovuto obbedire a una legge più forte di me. onora il padre.

giovedì, 07 giugno 2007
risposta pubblica ad un messaggio privato
ecco, sì. ti rispondo, certo. perché non dovrei? non son mica uno che se la tira, oppure è famoso, oppure non ha tempo. sul tempo insomma, ma è lo stesso. l'unico dubbio che ho è che non so se sei maschio o femmina, ma non è importante. come il blog. non è così importante. anche perché uno dice che me ne frega, lo faccio per me. scrivo quel che mi capita, dentro e fuori, così me ne ricordo. a me mi frega la memoria, e un blog, da scrivere e rileggere, aiuta tanto. e poi mille altri motivi, personali e non, ma che puoi immaginarti, e se non ci riesci, scusa ma me li tengo per me. sai, a me non fa effetto, rileggermi dico. lo sapevo già quel che avrei scritto, ma vederlo fermo, come fotografato, mi serve a dare un senso a certe storie mie, niente di più. però poi leggo altri, e mi immagino quello che succede quando qui dentro arriva uno ignaro. tipo te, che mi dici che hai letto tutto il blog (tutto? quasi quasi ti do la password e continui te). e mi fai un sacco di complimenti. e mi ringrazi. di che? io sono esattamente come te, come tutti. meravigliarsi è riconoscersi, specchiarsi, capire che quello che succede davanti a noi fa parte di noi. vedersi da un'angolazione diversa, forse mai vista prima, ma sapendo che quello che vediamo o leggiamo o immaginiamo siamo comunque noi. anche su un blog succede così. almeno credo. ti ringrazio del saluto alla principessa, ma non è poi così fortunata come dici. lei conosce il lapo orale, che è molto ma molto peggio di quello scritto. non bastano un paio di post azzeccati a far di me un buon marito. il fortunato sono io. io sono il suo blog vivente. grazie.

mercoledì, 06 giugno 2007
è che uno a volte ci pensa. ai sogni dico. se sogni una vecchia amica. tenti di farci sesso, ma fai cilecca. poi ti svegli, e sei eccitato. ci credo, hai sognato una delle donne più belle che tu abbia mai conosciuto. però ci hai fatto una pessima figura, anche se solo in sogno. vorrà dire qualcosa, a saperlo leggere. i sogni dice che son robe che si spiegano. un sogno contiene segni inequivocabili. il cervello ti manda segnali mentre dormi, e tu sogni robe che ti dovrebbero significare qualcosa. bene, cosa significa una figura di merda fatta nell'intimità con una cara e bellissima amica? che hai cinquant'anni, e la sera dovresti mangiare un po' meno.

sto aspettando due persone. per motivi diversi avranno un ritardo di mezz'ora, entrambe. mi incazzerò come se fossero sessanta minuti che aspetto.

quarantaquattro vecchi che fanno un partito nuovo, clemente che minaccia una crisi se non si chiede scusa alla guardia di finanza, george che rimprovera vladimir di poca democrazia, silvio che invoca la disobbedienza fiscale. questo è un film. dell'orrore.

martedì, 05 giugno 2007
è scoppiato il caldo. girare coi finestrini chiusi, l'aria condizionata e cercare di respirare. ti ci vorrebbero quattro paia di coglioni.


una chitarra, una voce. entrambe vecchie, lente. come gli occhi che le cantano. quasi chiusi alla vita. hanno visto, tanto. ora ricordano lente. senza il lustro della gioventù. legno consunto che suona. e occhi opachi che cantano. non c'è luce. solo la penombra silente del passato. il ricordo di un sole lontano, che basta a scaldarsi.
ascoltando Dos Milongas Uruguayas di Atahualpa Yupanqui.

sono scoppiati i tigli. girare coi finestrini aperti, e respirare. ti ci vorrebbero quattro paia di polmoni.

lunedì, 04 giugno 2007
oggi ero in scooter. mi telefona la principessa. pranzo dai suoceri. va bene. poi però piove. poi smette quasi. infilo il k-way e il casco e parto verso casa. arrivo in paese. sono asciutto. cento metri dalle gallerie che precedono casa mia. lavori in corso. vien giù il mondo. arrivo a casa quasi fradicio. quasi. ho messo lo scooter all'asciutto, sotto la veranda d'ingresso, sono entrato in garage e ho messo ad asciugare k-way e casco. scarpe quasi asciutte pantaloni e maglietta idem. mi son lavato i denti e mi son messo fuori in giardino, al riparo sotto l'aggetto del primo piano, davanti alla cucina e al tinello. pioveva. ho acceso una sigaretta, immaginandomi di rimanere lì. bellino, parecchio. poi lo scroscio è finito, la sigaretta pure. era ora di prendere l'auto, di tornare in ufficio. peccato.

di solito la tristezza la si immagina generata da qualcosa che ci manca. in realtà ce la procuriamo con cose che abbiamo già.

amare, trovare, perdere, ritrovare, dimenticare, ricordare, prestare affittare comprare e vendere. tanto nulla é tuo.

mi dispiace. mi dispiace per qualcuno. ogni tanto trovo un messaggio su splinder. leggo. quello ti ha aggiunto come amico. o quella. non molti, ma qualcuno ogni tanto c'è. se pigi un link la cosa sarà bidirezionale. non lo pigio mai. per pigrizia, e per altre ragioni. me ne scuso. penso che scrivo, leggo, penso e riscrivo da solo. ho bisogno di fare così. anch'io scelgo la gente che scrive, la seleziono, la memorizzo, la leggo quasi quotidianamente. alcuni mi danno tanto, ma quasi tutti non lo sanno. e in fondo è bene così. mind sharing, a volte soul sharing. attività che per me deve restare anonima, se vuoi che la condivisione sia totale, pura, non inquinata da nomi, facce, etichette distorte. su splinder gli unici che ho accettato come amici sono i soci di malaparata. ma l'ho fatto per comodità. forse è sbagliata la parola. amico. non penso di poter meritare tanto. ma ringrazio, comunque.

venerdì, 01 giugno 2007
gli sbagli fatti da vecchio valgono doppio. c'è sempre meno tempo per un pentimento. o per un condono.

dantedieci mentre piove. vien voglia di rimanere a guardare i pini che gocciolano. metter su qualcosa di maurice ravel e star fermi davanti al finestrone. aspettando il buio.

se sai di essere in colpa, vivi peggio. per questo hanno inventato le giustificazioni.

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