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venerdì, 27 aprile 2007
c'è gente che è matta. allora ammazza gli studenti, o violenta i bambini. nel migliore dei casi diventa presidente e bombarda altri paesi. o è il peggiore? non saprei. poi ci sono altri matti. i matti belli, tipo alda merini. oggi è morto un matto. suonava il violoncello. come nessun altro. lo ha usato come arma. tre o quattro chili di acero, forse di più. contro tutti i carri armati dell'est. aveva ospitato a casa sua i dissidenti caduti in disgrazia. li proteggeva dall'arresto del kgb sovietico. e lo faceva con l'unica arma che aveva. col violoncello. poi l'impero cadde. il muro di berlino andava giù, e lui quella notte era lì, nel polverone e nella gioia, a suonare il suo violoncello. sorrideva e faceva suonare quel grosso guscio di legno lucido come a dire alla gente che la musica supera i muri, le barriere, i confini. la musica sgretola le divisioni e unisce la gente del mondo nel linguaggio più bello che esista. la poesia dei suoni. stasera tornerò a casa e metterò un suo vecchio disco in vinile. mi par di averne uno solo, non ricordo neppure cosa suoni. forse bach, o forse brahms. lo ascolterò mentre faccio le valigie. ogni tanto mi fermerò, sui passaggi che mi piacciono di più. già, se un uomo col carro armato incontra un uomo col violoncello, quello col carro armato è un uomo morto. sarà il mio modo di salutare mstilav rostropovich.

domani sei al mare in val di cornia per quattro giorni. in fondo non te ne frega nulla. andare o restare a casa. la stessa. come ieri sera, che avete deciso agosto in norvegia con due amici in camper. poteva essere una pensione a voghera, sarebbe stato uguale. oppure a dantedieci, meglio. è vederla entusiasta, partecipe, curiosa, che ti piace. vederla lontana dalla pressione, dallo stress, dal doloroso rumore di fondo dell'azienda-famiglia. al quale non si nega, anzi, se lo accolla con un amor filiale e fraterno che le fa onore. ma che la macera, la tritura, le toglie quella linfa vitale che non sai come, lei produce in quantità copiose. già, vederla sorridente che si guarda le cartine sull'atlante, le tappe dei venti giorni della "sua" vacanza. è quello che ti spinge. il resto non conta gran che. la morale? forse non c'è. una domanda però sì. ci si innamora in maniera esclusiva o lo si fa per esclusione? forse la risposta non è importante. l'importante è la scelta.

il paradiso bisogna guadagnarselo. con piccole, frequenti, fastidiose porzioni di inferno.

giovedì, 26 aprile 2007
ieri giornata passata in una casa sul mare a san vincenzo. un posto bruttino, banale direi. mare basso, per farti una nuotata devi camminare come sull'adriatico. siamo arrivati martedì sera. dormito male. svegliato presto. erano tutti nelle camere. mi son fatto il caffè e sono uscito in terrazza a fumare. il mare era lì, calmo, a cinquanta metri. mi ha raggiunto il cognato nordiho. lui fa il contadino, è abituato alle albe. siamo andati in paese, per una colazione abbondante e un paio di sigarette sul porticciolo. al rientro si sentiva il chiacchiericcio da fuori. quattro sorelle che comunicavano. al modo loro. in contemporanea, tutte insieme, su argomenti diversi. mi son tenuto lontano. ho finito il cacciatore di aquiloni. ho fatto bagni. ho dormito. una giornata periferica, vissuta lontano dall'epicentro sorellico. va bene così. sabato campeggio sul mare in val di cornia. quattro giorni. andrà meglio. molto meglio.

martedì, 24 aprile 2007

no comment.

stasera si parte. domani al mare. con le cognate. tornerò nero, comunque.

finito il libro. libro? sorridi. quante pagine? ha un senso? non te ne frega nulla. l'hai fatto, è passato. non hai voglia neppure di rileggere, sentire l'intero, pesarlo, conoscerlo. al momento sai che ha un inizio e una fine. e la fine chiude, preclude, allontana. al momento. poi si vedrà. deve passare il tempo. che l'inchiostro si secchi. al momento la penna è lì, asciutta. ma sporca.

lunedì nordiho. al salone del mobile. a parte uno stand pieno di ceramica molto, molto familiare, niente di sconvolgente. anzi, molta paura, poco artigianato, nessuna idea. il centro espositivo di rho è più logico, più ergonomico, e l'intervento di massimiliano fuksas non è poi così rivoluzionario. è lieve, un po' come lui. la tristezza è arrivarci. lande infinite piene di capannoni, ciascuno con la sua bella insegna, che se non scrivi non conti. ogni tanto un cascinale, di quelli belli, mossi, articolati in volumi differenti e accorpati secondo una logica antica. un residuo di un'altra vita, infestato di cespugli, mezzo crollato e soffocato da svincoli, rampe, incroci di asfalto ferro e cemento. i mattoni con l'acciaio non ce la fanno. si sgretolano.

venerdì, 20 aprile 2007
capitolo trentatré e trentaquattro. finito il libro.

venerdì. oggi devi scrivere, anche. troppo tempo dal capitolo trentadue. il trentatré l'hai scritto una mezza dozzina di volte. a letto, mentalmente, prima di addormentarti. una volta che avevi preso il caffè ci è scappato anche il trentaquattro. il problema è che poi davanti alla tastiera non ricordi nulla. e in fondo è giusto così. ti piace più aspettare l'evento, che l'evento in sé.

giovedì, 19 aprile 2007
ho sentito che qui a firenze c'è un sacco di gente che parla di un nuovo partito. milioni di euro spesi, migliaia di persone che si trovano, che parlano, discutono, litigano. mi sento triste per loro. distante. un po' infastidito anche. tanta energia per cercare idee nuove, senza neppure aver provato veramente a metterne in pratica una delle vecchie. chi sa, poteva esser buona.

sembrerà strano, ma a uno come te, in certi momenti, mancano le parole.

il caldo e la pelle. le femmine la stanno scoprendo. ho poche diottrie, ma non so se sia bene o male.

oggi devo fare cose che non mi piacciono. meglio. educazione al fare. il fare comunque sia, questo mi manca.

mercoledì, 18 aprile 2007
non lo sai come mai, con questa vita fatta in curva, che se la prendi veloce le cose paion tutte storte. non lo so come mai dicevo, mentre finisce una giornata inutile, fatta di cose fatte e scordate, poi ti viene su una roba. e te la guardi dentro, come se fosse nuova, ma è vecchia. guardi l'ora, è finita. puoi tornare. poi riguardi la cosa dentro. decidi di portartela a casa. è l'unica cosa che salvi del giorno. ti scalderà gli occhi quando farà buio. la lecchi col pensiero, sa di buono. sa di memoria. di ricordi. di tempo che vale.

mi è arrivata via e-mail. la prefazione al catalogo della mostra su mio padre. l'ha scritta una donna, una sua amica. cinquantenne, uno stuolo di figli, ricercatrice e studiosa di storia della ceramica. ma soprattutto amica sua. io non la conoscevo, anche se gliela sentivo rammentare. una donna molto bella e molto colta, che ci ha intrattenuto in un paio di serate piene di ricordi, aneddoti e domande. si vedeva che gli voleva un gran bene. e ora lo leggo anche. si è attenuta alla biografia, alla bibliografia, alla letteratura esistente su quel pezzo di storia che passa da un paesotto dove c'è uno che è stato prigioniero degli inglesi e con la scusa che sa la lingua si intende di far ceramica per i migliori negozi del mondo. e ci riesce. ma non è mai uno qualunque, uno distante. è lui, il suo amico, e gli scappa di mano il racconto. lo leggi in certe frasi brevi, sfuggite sulla tastiera da un momento, una visione, un segreto che c'è tra chi ricorda e chi è ricordato. che lo rende vicino, visibile, palpabile. specie a chi l'ha conosciuto. mi piace ciò che ho letto. una gran bella persona quella donna lì.

ho ritirato le foto sub del mar rosso. manco parenti di quelle bellissime dell'anno scorso. quando va bene son celesti. quando va bene. altrimenti bianche, oppure nere. ho voluto far le dia al posto delle stampe. latitudine di posa troppo stretta. così imparo. toccherà tornarci.


certa musica per noi grandi è come una fiaba per i bambini. non smetteresti mai di sentirla raccontare. per me questa è una vecchia favola. mi è piaciuto tanto riascoltarla. grazie solitaire.


più uno piglia la vita sul serio più somiglierà ad una caricatura di sé stesso. in fondo è giusto. il comico esce più volentieri quando lo reprimi.

cerchi di star distante da una donna, e poi la sogni. vero, il cervello non lo comandi. passi di giorno, ma di notte decide lui. non è giusto.

martedì, 17 aprile 2007
la società di oggi è come una televisione. tutti vorrebbero cambiar canale, ma nessuno che abbia il coraggio di sostituire le pile al telecomando. e ci si addormenta tutti sul solito programma di merda.

bellino è trovarsi stanchi la sera, e guardare fuori il buio che viene ancora troppo veloce. bellino è prepararsi cena, e toccarsi il culo mentre si gira ai fornelli. bellino è mangiare e ridere di nulla. bellino è mettersi da bere per due, sempre. bellino è fare il caffè al primo sbadiglio, e guardarsi mentre lo si beve. anche trovarsi a letto e dormire col sorriso di chi si guarda è bellino. cose da poco.

di questo tempo strano ti piace il fatto che hai pochi contatti con tutti. i soci li vedi di sfuggita. la socia poi, lei va quando arrivi, oppure parti tu quando c'è. anche gli amici, frequentazioni lente, tenui, sporadiche. molto da fare, molto fatto, molto pensato, poco scritto. un momento a testa bassa, più solo del solito. è un periodo così. non ti dispiace.

ieri sera a casa. dantedieci con la principessa. da soli, in silenzio. prima di cena un collega è venuto a trovarmi col portatile per un redazionale. abbiamo lavorato in soggiorno. porte aperte, aria calda che entrava insieme al rumore degli uccellini e allo sguardo curioso della merla che becchettava in giardino. mi è garbato parecchio.

stamani con lo scooter. appuntamento alle nove e trenta da un cliente. mi telefona mentre andavo da lui. sto arrivando. chiudo il telefono e lo rimetto nel taschino. a sessanta all'ora. manco il taschino. moccolo. sento un rumore di metallo e asfalto. moccolo. mi fermo. moccolo. lo raccolgo. moccolo. richiamo. funziona. rimetto in tasca quel pezzo di lamiera graffiata e riparto. martedì diciassette. si comincia bene.

lunedì, 16 aprile 2007
un segnale della tua orsitudine è sicuramente la delusione che leggi a volte sulla faccia alla gente, o che percepisci intorno a te. questo è il risultato esterno del tuo comportamento. internamente? rimorsi, rimpianti, sensi di colpa. l'acuirsi dell'imbarazzo di vivere, insomma. ma fai uguale. non cambierai. in fondo, se sei disposto a pagare tu, perché non dovrebbero farlo gli altri? in sintesi, se non te ne frega nulla dei cazzi tuoi, figuriamoci di quelli altrui.


ho cambiato i cd nel caricatore in macchina. palestrina, gabrieli, frescobaldi, monteverdi, taverner. o bene bene o male male.

venerdì, 13 aprile 2007
oggi è caldo come laggiù. ma non c'è il mare.

giovedì, 12 aprile 2007
oggi pranzo a dantedieci. pasta al sugo di carciofi. poi la principessa è andata su in bagno. io ho sparecchiato, fumato, lavato i denti e son salito. era sul letto, dormiva. mi sono steso accanto a lei. ero a casa. mi è piaciuto.

devi ricominciare. appuntamenti fitti. un ritorno è quasi una giustificazione al cambiamento. torni nuovo, almeno nelle intenzioni. hai dimenticato i vecchi vizi, vorresti evitarli. ci ricadrai, nonostante i buoni propositi. l'unico vero cambiamento sarebbe non tornare.

mercoledì, 11 aprile 2007
la cosa peggiore è rimettersi i calzini. è già dura con la giacca la cravatta e i pantaloni, ma i calzini proprio no.

martedì, 03 aprile 2007
maschera, pinne, macchinetta fotografica sub. e slip, naturalmente. domani a quest'ora sarai vestito così. entri nell'acqua, piano, senza fare alcun rumore. ti piace arrivare da solo sul mare, prima degli altri. sputi nel vetro, strofinando bene col dito. sciacqui bene, la indossi regolamdo i laccetti. e ti affacci in quel mondo trasparente, pieno di colori e forme assolute. pinneggi calmo, le braccia lungo il corpo, la macchinetta legata al polso. senti i filetti dell'acqua che scorrono freschi sulla schiena, a contrastare il primo sole di quest'anno. devi imparare di nuovo a nuotare bene, a sentire l'acqua, minimo contrasto, minimo sforzo. sentire l'acqua, una forma di attenzione, di educazione rigorosa che ogni anno ti imponi. pensi che dovrai spellare, una volta o due. la frase successiva sarà chi se ne frega. mentre ti guardi intorno ti godi il fatto che fino a sera sarai vestito così, e basta. a notte metterai su un paio di calzoncini e una t-shirt, tanto per renderti urbano. se facesse fresco, una felpa. e le solite consunte ciabatte in plastica. una settimana vestita di vecchie cose, sempre le stesse. i tuoi amici si cambieranno per cena, camicie sgargianti, pantaloni ben stirati, donne truccate e agghindate da festa. e si daranno creme e profumi, pelli lisce e odorose, a contrasto con la tua corteccia vecchia e nera. tu non sei un turista da mar rosso. ormai il tuo modello è il pescatore selvatico, tipo isola del giglio anni sessanta. un imprinting che ti è rimasto addosso da piccino, e non lo levi più. sei uomo di gozzo, più che di yacht. non te ne frega nulla. intanto ti godi quel paradiso liquido che hai davanti.

lunedì, 02 aprile 2007
punirsi per un peccato che si è perdonato ad altri. in fondo è una comodità. spesso è più lieve la condanna in proprio dell'assoluzione altrui.

trovare le valigie in soffitta, fare le foto per il visto, cercare maschere, pinne e accessori in cantina, vestiti e scarpe nei luoghi deputati. e poi sgombrare il garage dalle masserizie dei suoceri per far posto alla panda della principessa, e nel frattempo lavorare, mangiare, dormire. non c'è tempo per pensare, per scrivere, per riposarsi. andare in vacanza è sempre più faticoso. essere in vacanza meno, molto meno.

un tua certa incapacità all'entusiasmo ti porta a correre il rischio di allontanarti da alcuni amici che con l'età hanno acquistato una nuova curiosa esuberanza. pace. è l'età del perdere.

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