|
mercoledì, 31 gennaio 2007
una femmina che piange è un dolore che senti dentro, incontrollabile, devastante. datemi un sorriso di donna, vi solleverò il mondo. discopatia e periartrite permettendo.

martedì, 30 gennaio 2007
stasera la principessa sarà a vedere uno spettacolo di giobbe covatta con un'amica. io giocherò a carte, come tutti i martedì. con la mia amica occhi di ghiaccio. che al telefono fa già la furbina. adoro le donne che fanno le furbine. è come sentirsi autorizzato ad essere cretino. una specie di licenza di uccidere. verbalmente dico. tanto lo so che 'sto concetto l'ho spiegato male. non lo capisco manco io, figuriamoci.

chi sa perché io e la principessa sembriamo solidi a tutti. gli amici, da ormai cinque lustri ci dicono che siamo indistruttibili. una coppia di rocce. anche la sua famiglia, da quando il padre è convalescente, fa riferimento a noi, a lei in particolare, per qualsiasi questione. tutti ci vedono indissolubili, indistruttibili, ma noi sappiamo che non lo siamo. ci vedevano così anche quando eravamo separati. questo lo dicevano tra sé, visto che io ero altrove, molto distante direi, e lei aveva momentaneamente scelto nuove amicizie. siamo stati separati un anno, ma eravamo virtualmente inseparabili. per tutti, noi esclusi. poi hanno avuto ragione loro. come adesso, che ci vedono forti, autorevoli, saggi. e insieme. forse stanno solo tentando di fotterci. forse no. prendo atto, semplicemente.

a dantedieci stanno fiorendo le orchidee. così, tanto per ricordarsene. ché la storia è fatta anche di cronache spicciole.

ce lo stanno introducendo nell'apposito orifizio. io la penso così.

lunedì, 29 gennaio 2007
sabato abbiamo finito di vuotare la casa dei suoceri, con gran dispendio di energie mentali e fisiche. ieri buona giornata. alzati tardi, andati all'ikea per gli scaffali. gli scaffali erano finiti, ma uno sproposito di cazzate siamo riusciti a portarcelo a casa lo stesso. pranzo tardivo ma buono, e poi dantedieci fino a stamane. con la principessa. buona giornata, appunto.

l'impaginazione del blog dove scrivo il libro (sorriso ironico). ho superato i trenta post, l'ultimo capitolo si legge solo coi tag. mi garberebbe come su malaparata, che in fondo ci son le frecce per la pagina precedente e successiva, ma non lo so fare. allora l'ho fregato, gli ho detto di far vedere un post alla volta. pace.

venerdì, 26 gennaio 2007
alquanto strano è invero ciò che alcuni svelano con la postura del viso nel confronto con chicchessia. pudicizia o arroganza si leggono già nei modi, più che nelle argomentazioni. interesse voglioso o lasso menefreghismo trapelano più dalla pausa del riflettere che dall'azione verbale. ne deduco che l'altrui intrattenimento è da ricercare nella lettura attenta dei silenzi, non delle parole.

fa freddo. vengono a galla i ricordi. affiorano lenti da posti dentro che non sai. te li porti dietro, nel quotidiano, ma non pesano, anzi. tengono caldo. quasi come se l'ieri aiutasse l'oggi a passar meglio. momenti così.

giovedì, 25 gennaio 2007
a volte ti fanno i complimenti. per il distacco lucido che esprimi. lo pigliano per saggezza, i meschini. sapessero quanto costa quel distacco. in passione regalata o persa, quintali di ideali mandati a rottamare in cambio di una manciata di dubbi già usati da altri, diottrie date in beneficenza perché quel che vedevi era troppo per te. la gente la chiama saggezza. è solo pigrizia, ecco cos'é. e un po' di stanchezza. non hai tutti quei coglioni che dicono. ne hai due, normali e anche un po' rotti.

con gli anni che passano c'é una cosa che mi piace. il diminuire delle possibilità. non si perde tempo a scegliere.

mercoledì, 24 gennaio 2007
aver mille cose da fare. e farle. non avere il tempo. e anche la voglia. applicare la regola delle priorità. e rendere la vita più armonica, meno distonica, meno umorale, meno caotica. meno vita insomma. e più agenda. chi ci rimette? tu, sicuramente. il capitolo trenta, anche. e chi ci guadagna? ecco, questa è una bella domanda.


invecchiare. oggi mi son fatto i capelli dal barbiere. erano venticinque anni almeno che non entravo da un barbiere. me li faccio da solo, con la macchinetta. barba a tre millimetri, capelli a sei. il barbiere si chiama in maniera improponibile, ma è vicino all'ufficio e sa fare il suo mestiere. ci ha messo il doppio di quando me li faccio da me, ma ha lavorato meglio. alla fine ho guardato in terra. non c'era un pelo nero. un biancume uniforme. mi è piaciuto. sono uscito con una parola in testa che mi suonava bene. canuto.

martedì, 23 gennaio 2007
ingannare il tempo. ammazzare la noia. di solito succede il contrario. è il tempo a ingannarti, e la noia ti ammazza. la gente ne inventa di cazzate.

lunedì, 22 gennaio 2007
solo, in ufficio. riscaldamento spento. tengo le finestre aperte. a me la primavera è sempre piaciuta, ma ora comincia a starmi un po' sui coglioni.

devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta devo fare il capitolo trenta. cosa dovevo fare?

a far le cose ci vuol concentrazione. e io non ce l'ho quella roba lì, della concentrazione. faccio una cosa e ne penso altre, e allora sbaglio, o smetto, o ricomincio mille volte. oppure peggio. ne nizio dieci senza finire niente. fermo, devo fare una cosa alla volta. bene. prima quelle importanti. sì, già, è una parola. importanti per chi? e quali sono?

che poi l'hai già avute delle automobili mercedes. già, ti piace quel senso di sicurezza, di viaggio tranquillo, di tempo passato che ti dà una macchina usata di quel tipo lì. partisti tanti anni fà, con un fuoristrada, tanto per cambiare. ti piacque perché aveva i vetri piatti. l'unica macchina al mondo con tutti i vetri piatti. era lentissima, a centotrenta ci arrivava sì e no, ma era comoda, robustissima, e nonostante gli anni sembrava quasi nuova dentro. bellino quando ti telefonò il tuo amico vicino di casa per andare a prendere il barbecue a sconto ai gigli. non era un barbecue, ma una viareggina in cemento. quattro quintali di refrattario e accessori. la caricarono col muletto, ma ci entrò tutta. scaricarla a casa bensa fu un'impresa, ci rimettesti una giacca e una cravatta, ma le mangiate successive ripagarono il danno. poi venne il turno di una vecchia, vecchissima familiare. quella aveva il cambio automatico. era un transatlantico su ruote. gigantesca e antica, ma comoda, morbida, silenziosa. era bello viaggiarci. niente cambio né frizione. solo un motore potentissimo, sei cilindri, che fischiava sotto il cofano e ti portava in giro, te e la gente che amavi. già. ti piaceva starci dentro. sapeva di vecchio, di un tempo andato, anche se era in buono stato. ti guardavi intorno e sembrava di girare sul titanic, con quel legno liscio, caldo, antico. vero, prima nelle macchine mettevano il legno. la vendesti solo perché era piena, troppo piena. di ricordi. i ricordi prendono spazio, alla fine possono riempire anche una familiare tedesca monumentale. quando non c'è più posto cambi macchina. questa è la verità.

venerdì, 19 gennaio 2007
la coscienza è come un paio di occhiali. li inforchi e vedi tutto definito, perfetto nei contorni. riconosci e distingui perfettamente ciò che ti circonda. poi si sporcano, e non ci vedi più un cazzo. arrivi al punto che non sai più dove sei. tanto vale toglierli e far finta di nulla.

bene. nel prossimo fine settimana sarò bassa manovalanza al soldo della principessa. svuotare la vecchia casa dei suoi genitori e portare tutto in certi fondi non lontani. sarò addetto allo smontaggio lampadari, poi mobili, suppellettili, cianfrusaglie accumulate in quarant'anni da una famiglia di otto persone. quattrocento metri quadrati di archeologia familiare. sarà molto faticoso, ma anche molto curioso.

a che serve una vita in corsa? a niente serve, ecco. e allora? allora pace, quel che c'entra lo fai, il resto no. e se puoi, fai pausa ogni tanto. che quel tempo lì, un po' rubato un po' guadagnato, quel tempo dico, non te lo ridà nessuno. siediti, e aspetta. aspetta che passi. poi si vedrà.

ore dodici e quarantotto. mi telefona quello svagato di tamarindo. il primo febbraio partono per l'india, lui e altri amici. la principessa gli aveva detto che le sarebbe piaciuto andare. lui se n'era dimenticato, ce lo dice ora. come si fa a partire per tre settimane così d'improvviso? bene, non si fa. dovrò sopportare la "mogitudine" della principessa per tutto il mese di febbraio. alzarsi ed andare a lavorare, invece di essere in india. mica bruscolini. pazienza, sarà per la prossima. tanto il tama ci va almeno sei volte l'anno. il solito boero. non hai vinto, ritenta.

è deciso. il discovery lo do a mio fratello. mi da sicurezza sapere che mia cognata porterà i miei nipoti a scuola col carro armato. visto come guida lei, è una forma minima di garanzia sulla continuazione della specie. io ho trovato la mia macchina. una mercedes familiare usata (poco), col cambio automatico. è abbastanza ecologica, ergonomica ed economica. una macchina da vecchio signore di mezza età. quale io sono, o almeno vorrei essere.

giovedì, 18 gennaio 2007
certi desideri son così inconfessabili che anche se sei da solo ti rifiuti di riconoscerli.

quando c'è da infierire, niente di più facile. il difficile viene quando hai da soffrire tu.

c'è gente così indecisa da non saper neppure con quale piede scendere da letto la mattina. tu no, tu sei per le decisioni rapide e definitive. tipo rimanerci, a letto.

ieri sera la principessa. andiamo via dai. mica per sempre, una pausa. va bene dico io, dove? come? quando? non so, dice lei. io la guardo. vanuatu? lei tace. lo sa meglio di me. un padre, una madre, una moltitudine di sorelle, attività, interessi e impegni di famiglia. troppi parenti, troppa roba che frena, trattiene, ti lega a queste giornate lunghe e a volte difficili. un minuto di silenzio. ti spiace passarmi il sale per favore?

mercoledì, 17 gennaio 2007
ecco, ora basta. lascio sulla scrivania un paio di problemi e vado via, tanto domani saranno ancora qui ad aspettarmi. vado dal corniciaio vicino a dantedieci. un paio di dipinti da incorniciare, due cornici da riparare e poi a casa, a preparare la cena, con pigrizia. niente di speciale. forse una semplice pasta cacio e burro. condita di piacevolissima noia.

"Ma anche la casa si è trasformata. Come nelle città non si poteva più separare nettamente e strada e casa e piazza e verde, lo stesso avviene nell'organismo della casa stessa. Anche la casa è esplosa e la fabbrica e la scuola e l'ospedale. Gli uomini circolano liberamente in questi spazi liberi e vivi e gli architetti non avranno più da decorare per renderli sopportabili."
leonardo ricci, anonimo del xx secolo, il saggiatore, milano, millenovecentosessantacinque.


nella costituzione l'italia ripudia la guerra. non si parla però di basi militari, armamenti, eserciti, patti, alleanze e quant'altro serva a farla proliferare. peccato.

se ci penso, tutto ciò che faccio non ha un senso. anzi, le uniche cose che mi piacciono davvero non hanno alcuna utilità. sempre che mi piacciano davvero. anche di questo, non sono certo. a volte invidio chi lotta per una ragione. che so, un'idea, un figlio, una vita più bella, oppure una giusta causa. mi ritrovo ad ammirare il socio, che lotta per i quattrini. poi mi dico lascia perdere. non sei fatto così. in fondo, lo stronzo non sceglie mica di esserlo. lo è. forse non sono propriamente uno stronzo. ma quelli giusti son fatti differente.

giorni di lavoro strano. non tanto, ma convulso sì. caotico, come viene bene a me. il capitolo trenta non l'ho ancora iniziato. spero di farlo e finirlo entro venerdì. devo anche cambiare auto. devo? sì, dovrei. ora vedo un po'. intanto ieri sera carte. il padrone di casa ha appena prenotato la settimana bianca con altri miei amici. la moglie lo ha avvertito che la buganvillea è di nuovo fiorita. incongruenze di stagione. giocavo con l'amica single. perso perso. poi l'ho chiamata sciupamaschi. si è incazzata e mi ha mandato in culo. bisogna sempre andare a letto con una buona azione. si dorme meglio.

martedì, 16 gennaio 2007
la morale è un falso problema. se così non fosse, non esisterebbe nemmeno la razza umana. quindi cose come il desiderio, il peccato, anche la depravazione in confronto al resto delle nostre azioni son quisquilie, bazzecole, pinzillacchere direi. in pratica, sopravvivere a qualsiasi costo, il resto è teoria. parole.

non c'è grigio che tenga. che un sorriso di mattina ti rimette al mondo. intanto me lo tengo, poi si vede.

oggi è grigia. parecchio. roba tipo film anni trenta. un bianco e nero slavato, dove il bianco è grigio chiaro e anche il nero è grigio scuro. da tornarsene subito a letto. soli? no.

lunedì, 15 gennaio 2007
molte volte ci si fa un'idea delle cose, un'idea precisa. uno non importa che ci ripensi a quella cosa lì. è come se fosse tutto chiaro, davanti agli occhi, e non c'è niente da capire. poi ti arriva un segnale. piccolo, quasi insignificante. una roba tipo tizia ha detto che tizio pensava eccetera. non c'entra nulla con la cosa di prima, quella chiara e lampante. ma poi ci ripensi, fai un paragone. oppure sovrapponi due cose che non son manco parenti tra loro, ma lo fai uguale. ecco fatto. l'hai presente l'opposto di quel che pensavi? ecco, quello. che cervello del cazzo.

devi produrre un cortometraggio. roba tipo venti minuti. facile, ne hai fatti molti. stavolta è diverso. un documentario su tuo padre. spezzoni di vecchie interviste, roba d'archivio, testimonianze di gente che ha lavorato con lui. queste ultime le registrerai nei prossimi mesi. ore di filmati da ridurre a piccola storia. il tutto in funzione della mostra di giugno. devi fare il professionista. smontare domande e risposte, parcellizzare gli ingredienti fino a singole unità autonome, studiare la sequenza di eventi, racconti, fatti e testimonianze. impaginare il tutto, renderlo gradevole, fruibile, capibile, degno di nota, d'attenzione. come hai fatto con mille prodotti. una volta anche con un candidato sindaco di destra. stavolta è diverso. raccontare il lavoro di tuo padre in venti minuti. ti sentirai piccolo, come sempre. ma devi riuscire ad esser grande, almeno stavolta. coraggio.

fine settimana sovraffolllato. dedicato ad amici e alla famiglia. sabato cena sud tirolese. trenta persone circa. vitto pessimo, compagnia piacevole. domenica compleanno della suocera a dantedieci. la famiglia della principessa. venti persone. sei bambini veri, gli altri bambini cresciuti. me compreso. voglia di fumare incontrollabile. un'atmosfera da bar di guerre stellari. ciascuno parlava la sua lingua, e nessuno capiva. oggi è lunedì. cosa buona e giusta.

venerdì, 12 gennaio 2007
mai definire una giornata di merda alle sei del pomeriggio. non sai cosa può succederti nelle sei ore successive. di solito, arrivano almeno un paio di conferme.

stasera, casa presto. voglio godermi un libro nuovo. da scegliere tra quelli che ho. mi pregusto già il momento. come stappare un vecchio vino. farlo lentamente, annusare il tappo. prendere delicatamente la bottiglia e vuotarla lentamente in un decanter. vedi il rosso che avvolge il vetro, lo riempie lento. prima sembra scuro, poi sente la luce, si ravviva quasi. senti il profumo che si spande. lo lasci lì, a ritrovare il mondo che aveva perso anni fa. lui sente l'aria, tu senti lui. poi lo assaggi, lo bevi mentre mangi, te lo godi appieno. bello no? l'ho visto fare a mio fratello. io sono astemio. lo faccio con i libri.

leggere. niente di meglio, a volte. quando poi leggi qualcosa di nuovo, appena nato, il sapore è ancora diverso. non so spiegarlo. le parole luccicano. paiono cromate.

sgozzare un bambino piccolo è un atto veramente deprecabile. bombardarlo da quattromila metri di altitudine no. il primo è una vittima, il secondo un danno collaterale. idioti.

ho di nuovo il discovery. forse per poco. stasera vado ad una concessionaria a far due chiacchiere. e cambiarla, forse. dico forse perché per me una macchina fa parte del tuo spazio e del tuo tempo, e separarsene non è facile. ci sei andato in giro, in vacanza, ci hai litigato, fatto pace, ascoltato musica, tanta musica, in quello scatolone lì. il problema è che è uno scatolone, appunto. girare con quello è come togliere aria ai bambini di domani. un po' come quando vedi le vecchie foto di mamme che tengono i bambini in braccio e fumano. ti si drizzano i capelli. allora era normale, oggi è diverso. sei diverso. la chiamano coscienza. io lo chiamo realismo. cercherò di comprarmi un'auto molto, molto ecologica. che mi faccia dire che era giusto cambiare macchina, che mi faccia pensare che ho fatto bene. ma onestamente non mi va. rimpiangerò questo vecchio scatolone che ha contenuto suoni, viaggi, pensieri, respiri e pezzi di storia, mia e di chi piace a me. una storia lunga centosessantottomila e rotti chilometri.

solo in ufficio. sento musica da camera. i soci sono usciti. erano entrambi tranquilli. anche la femmina, stranamente. c'era un'aria così neutra che non distinguevo l'uno dall'altra. eppure son differenti parecchio. devo essere io che sto cambiando. è un periodo così. comunque sia, adesso son qui a cercare ricette altoatesine per la cena di domani. e aspetto la principessa che si liberi da un appuntamento per pranzare insieme. a casa, spero, così se mi riesce mi faccio un pisolino. gli orsi d'inverno vanno in letargo.

bella la riunione preparatoria alla mostra di ieri sera. prima abbiamo selezionato le cose da esporre. ottantacinque pezzi, tra ceramiche, sculture, pitture e collages. poi abbiamo tirato fuori la carta per chi deve preparare l'introduzione al catalogo e chi farà la biografia. articoli su riviste, interviste, cataloghi, carteggi tra mio padre e architetti, pittori, amici suoi. foto, tante foto. anche di famiglia. ci sono anche io da piccolo con mio fratello. me le fece l'architetto famoso, ma io ero malato, forse varicella, ero in poltrona serio. mio fratello giocava col lego, e sembra lapo suo figlio, che gioca oggi col lego esattamente dove fu fotografato lui. identici, due gocce d'acqua, a distanza di quarant'anni. e poi lettere buffe, e colorate, e disegnate strane, con quelle grafie grosse e pulite che usava chi disegnava parecchio e aveva dimestichezza col segno. in una si fa riferimento a qualcosa come ad un cazzo enorme da dare nel culo alle signore in pelliccia. allora guardando tutta 'sta roba pensavo che negli anni sessanta erano davvero liberi. c'era spazio per costruire, che le megalopoli non si erano inventate. c'era spazio per la fantasia, che fino ad allora non era stata forzata ad esplorare spazi e forme davvero nuovi. c'era spazio per fare, che appena ti eri inventato una cosa nuova, bisognava farla, e farla davvero, che poi avevi da venderla perché la gente poi la comprava. già, c'era un bisogno di nuovo che era diffuso, l'aria stessa ti diceva che avevi bisogno di libertà. e allora la gente si esprimeva e cercava e lavorava volentieri. mi ricordo che mio padre tornava a casa meravigliato che quando lavoravano lui e gli architetti nuovi i tornianti e i pittori facevano volentieri gli straordinari. dicevano che era divertente lavorare con questi uomini nuovi pieni di idee strane che facevano robe che allora sembravano improbabili. e il bello è che poi tutta questa roba improbabile piaceva ai clienti, che ne chiedevano dieci, cento, mille pezzi. e di queste cose improbabili si riempivano casse di legno e cartone piene di paglia che venivano messe nei containers che poi i camion portavano a livorno e venivano messi su navi che andavano in america e in giappone e a hong kong e alla fine succedeva che eri in un ristorante giapponese e su una mensola vedevi una roba strana che voleva essere un vaso per fiori con dentro fiori giapponesi che nessuno aveva mai visto ma ci stava proprio bene. e quel vaso per fiori lo avevano inventato giovani ceramisti che fummavano disegnavano e ridevano la sera dopo cena in una fabbrica toscana coi neon accesi e gli operai curiosi. ecco, ieri mi è sembrato di vivere quei momenti lì. quando c'era spazio. per cercare, inventare, fare. ora mi guardo intorno, e mi sembra che di spazio non ce ne sia più tanto. abbiamo riempito il mondo, e manca un po' l'aria. peccato.

giovedì, 11 gennaio 2007
il lavoro della mostra su mio padre va avanti. stasera riunione col curatore e la nostra amica di famiglia esperta in ceramiche. la cosa si sta allargando a macchia d'olio. stanno nascendo iniziative parallele, itineranti. alcune gallerie sono interessate. anche una di torino. devo mettere i puntini sulle i. è tutto a disposizione, ma niente è in vendita. non voglio essere l'erede. non lo merito neanche. mi accontento di fare il custode, che è già tanto.

ci sono persone che non è necessario vederle spesso. ci sono persone che fanno la vita loro, ma tu la sai, ed è come se facessero la tua. oppure come se tu facessi la loro. ci sono persone che gli vuoi bene senza spiegazioni, in maniera ingiustificata, anche poco intelligente. ci sono persone che è meglio così, che se si stesse più vicini sarebbe un problema, ma va bene lo stesso, rubarsi da lontano. ci sono persone così belle, ma così belle, che ti verrebbe voglia di esser loro. ma tu sei tu. solo che se ci pensi, tu sei fatto di loro. già, tu sei così grazie a quelle persone lì. non so dirlo bene, ma è così.

mercoledì, 10 gennaio 2007
c'è un sacco di nervosismo in giro. la gente non ce la fa più. eppure basterebbe poco. un sorriso, buona musica, un po' di pelle da baciare e un po' di pelo da carezzare.


mica cazzi.

per farsi l'amante non basta il coraggio, la faccia tosta, l'iniziativa, la stanchezza coniugale, una buona dose di spirito d'avventura, un'altra dose di menefreghismo. ci vuole anche l'amante.

martedì, 09 gennaio 2007
a nessuno dei miei soci stavano le mutande che ho regalato loro per natale. peccato. mi sarebbe piaciuto almeno immaginarmeli. non tutti.

“Il disegno dell’ambiente artificiale che va dall’architettura al mobile all’oggetto deve tener conto del fatto che l’uomo ha bisogno di oggetti rituali, che gli permettano di sapere che sta esistendo. [...] Questi oggetti hanno un rapporto con me ed io con loro molto profondo e molto come dire…necessario.”
ettore sottsass jr. ottobre 2004

se certa gente non fosse così bella, non sarebbe un problema. invece lo è. bisogna farsene una ragione. per i brutti è la stessa cosa, solo che si nota meno. già, e chi lo guarda un brutto?

fuori c'è il sole. l'erba in giardino sta crescendo. anche il grano nei campi è già bello che nato, in dei punti è piuttosto alto. spuntano qua e là fiori stupidi e sterili, germogli anacronistici e inutili. la natura si comporta in maniera alcolica. come ubriaca da tanto tepore fuori luogo. sta lì, nel dormiveglia che non è sonno né veglia. un po' come te. con la differenza che se tu sei stupido a nessuno gliene cala niente. se il pianeta si imputtanisce, qualcuno potrebbe risentirsene. e non parlo di umani. se domani non ce ne fosse più uno, la terra va avanti uguale, anzi meglio. se mancassero anche solo la metà delle piante, questa diventa una palla di merda in un amen. amen nel senso laico del termine.

il rapporto con le parole. sembra facile, ma non lo è. le leggi e pensi bello, questo usa le parole con confidenza, intimità, gli vengono facili. invece no, il contrario. chi ne fa davvero buon uso non prende confidenza, anzi, sta a distanza dalle parole. le rispetta, le teme a volte. allora le tratta con cautela, attenzione e si concentra su di loro. come fossero persone. perché le parole parlano.

si è rotto il discovery. e anche i miei coglioni si sono un po' rotti. mi ritrovo con un'automobile euro uno e uno scroto euro zero. quasi quasi rottamo tutto e chiedo il contributo.

lunedì, 08 gennaio 2007

venerdì sera. saranno state le sei e mezzo. suona il telefonino. la principessa. sono uscita da lavoro, mi sono rotta i coglioni. brava, così si fa. puoi liberarti? certo principessa, che si fa? vieni in centro a quel negozio lì. sono arrivato e l'ho trovata che si provava una valanga di roba, con la sua amica commessa che continuava a passarle capi di vario genere e fattura. ho fatto un giro in centro, salutato un paio di conoscenti, preso un caffè con un amico che vende orologi. sono tornato vicino alle otto. stavano facendo la selezione. due cappotti, poi maglie, camice, gonne, tailleurs e non so quale altro capo. tredici pezzi in tutto. la somma, anche se scontata, era mostruosa. ho tirato fuori la carta di credito. quando la nostra amica l'ha passata nella macchinetta che piglia i soldi, ne è uscito un urlo sommesso, strozzato. siamo usciti che erano le otto passate. avevamo due grosse borse di carta, contenenti ciascuna un piccolo stipendio. siamo arrivati a casa, e mentre io preparavo per la cena, lei ha steso tutto sul letto. mentre aspettavo che l'acqua bollisse, sono salito a guardarla che metteva la roba negli armadi. una donna dopo lo shopping è davvero un gran bello spettacolo. indecente ma bello. niente a che vedere con la telefonata che mi aveva fatto in ufficio. stava bene. era contenta. ed io con lei. non so come funziona, ma lo shopping fa bene all'amore.

al mondo non c'è giustezza. no, non parlo di giustizia, ho detto proprio giustezza. nel senso della misura. la vita passa da una mancanza infinita ad un'abbondanza nauseante. 'fanculo l'equilibrio.

avevo scritto alla befana. che nella calza attaccata al camino ci mettesse un piede. con sopra una gamba. lunga, affusolata, liscia, ben tornita. e un'altra accanto. e il resto sopra. poi mi son scordato di mettere la calza al camino. peccato. ormai sarà per l'anno prossimo.

stanno calcolando quanto ci costerà il disastro ecologico. in miliardi di euro. come se un suicida si preoccupasse del costo del funerale. idioti.

venerdì, 05 gennaio 2007
l'altro giorno mi hanno regalato l'ultimo ciddì di ludovico einaudi. molto impostato, molto orchestrato, molto supportato. come se il pianoforte non gli bastasse più a raccontarsi. peccato, siamo lontani da "onde corte". in compenso sto ascoltando molto giovanni allevi. il suo pianismo, ancorché giovane, è pieno, soddisfacente, appagante per un ascolto semplice e distratto come il mio quando sono in auto o in ufficio. comunque aspetto il giovane allevi al varco. sull'impianto grande a dantedieci. penso comunque che anche lì supererà l'esame. anche nella musica, il trucco è contentarsi. ma non troppo.

anno iniziato lento. difficoltà a carburare. intontimento generale. quasi quasi vado a letto. e aspetto il duemilaotto.

giovedì, 04 gennaio 2007
ieri sera mi telefona la principessa. c'è tizio a cena. lui è un suo caro amico, ex giornalista sportivo, che ha perso i genitori da giovane e ha deciso di vivere a cuba. ci ha lavorato, ci ha studiato, si è preso una laurea in storia, ci ha vissuto qualche anno, poi è tornato. un tipo strano, che a cuba non ha mai avuto una fidanzata. si vanta di essere l'unico italiano che non era a cuba per il sesso. una brava persona, che adesso vive nella vecchia casa dei suoi e fa il camionista per un corriere. a cena si parlava dei viaggi. lui ha sempre cuba nel cuore. i suoi amici sono là, e tra un paio di mesi ci torna. solo quattro settimane. le sue ferie di camionista. ci rideva. per lui cuba non è andare in vacanza. è tornare a casa. come quando stava a cuba e veniva da noi. gli ho chiesto cosa sarebbe vacanza per lui. lui ha fantasticato. ha detto siberia. io ho rincarato, perché non patagonia? giusto dice lui, ma non in aereo, partire dal messico. no dico io, è a panama che inizia il sud america. sbarcare sul canale, mettere il culo a nord e scendere, farsi tutta la cordigliera andina in autobus, a piedi, in auotostop, fino a che non vedi che atlantico e pacifico si toccano. gli brillavano gli occhi. la principessa obietta che un mese non basterebbe. io allora gli rammento del viaggio di ernesto guevara in motocicletta. partì da buenos aires e ci mise mesi e mesi ad attraversare il sudamerica col suo amico alberto granado. dal dicembre del cinquantuno al luglio del cinquantadue. uno se parte non si chiede quando arriva. al nostro amico quasi scendevano le lacrime dagli occhi. ha ragione lui. quanti chilometri saranno da panama a punta arenas, in fondo alla terra del fuoco? abbiamo deciso che ce ne potevano essere ottomila o giù di lì. roba da sei mesi, massimo nove. la principessa ci guardava entrambi con occhio benevolo. io ho i capelli praticamente bianchi, il tizio ha i capelli grigi. stamani sono andato su google heart, da panama city a punta arenas nella terra del fuoco ci sono in linea d'aria settemila duecento undici chilometri. telefonerò al mio amico per dirglielo, poi gli mando l'itinerario via e-mail. niente di meglio di un bel sogno, per iniziare l'anno.

ecco fatto. passato tutto. natale, capodanno, i parenti, i regali, finito. si ricomincia. ecco sì, ricordarsi la data. duemilasette. siamo nel duemilasette. hai cinquant'anni. ancora no, manca ancora un po', ma "di millesimo", come si dice da noi, sei un cinquantenne a tutti gli effetti. come intendi affrontare l'anno che hai cominciato? come sempre. faccia a culo, testa vuota, mani in tasca e avanti. se puoi mettici con un bel mix di passione e distacco, che a saperli dosare sarebbe già un bel vantaggio. e a dicembre se ne riparla.

mercoledì, 03 gennaio 2007
son passato in ufficio dopo un appuntamento. sono al mac della socia, tra foglietti pieni di ghirigori e avanzi di crackers. deserto, un freddo becco, un silenzio assoluto. ecco, così mi piacerebbe. anzi no, meglio. lavorare a casa, come un tempo.

è buffo come, tra certe persone, con la distanza l'intimità aumenti. una telefonata lontana riesce più facilmente a superare certi momenti d'impaccio che dal vivo sono muri insormontabili. e non parlo di argomenti. per intimità intendo quella vera, intuibile esclusivamente dal tono della voce.

martedì, 02 gennaio 2007
tu hai in mente il piano a, lei, invece il piano b. non solo lei riuscirà a mettere in pratica il piano b all'ultimo secondo, mandando a rotoli il tuo piano a, ma si incazzerà come un bufalo nel momento che glielo fai notare. riuscirà a piangerci anche, tirando fuori una capacità di ribaltamento dei fatti che ti lascerà allibito, disarmato, prostrato, e anche dubbioso. già, una donna, quando te lo butta nel culo, lo fa con un entusiasmo e una forza d'animo tali che, se il culo non fosse il tuo, quasi quasi ti convince.

|
|