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giovedì, 30 novembre 2006
non è solo questione di nostalgia. è una battaglia con la memoria. una lotta tra te che scrivi sulla sabbia e l'onda che lava. e tu ricostruisci il segno, il senso. come se quel solco fossi tu. no, quel solco non sei tu. ma è roba tua. la risacca va via portandosi il segno con sé. tu sei ancora all'asciutto, ma sei più povero.

ieri notte ci pensavo, a letto. cazzo, il capitolo ventisette. o ventotto? vabbé, quello che è, non ricordo manco il numero. devo scriverlo, voglio andare avanti con 'sto cazzo di libro. lo farò, tra oggi e domani. e pensavo una cosa in toscano. "sono addietro come le martinicche". sono indietro come... i freni dei calessi. erano messi dietro la ruota, dietro a tutto. i calessi. mi sono ricordato i' trallero. già, ho avuto la fortuna di conoscere l'ultimo fiaccheraio del mio paese. ma non come quelli fiorentini di oggi, con le carrozze per i turisti. no, uno vero, che di mestiere portava la gente a firenze o nei paesi vicini al mio. aveva la stalla in centro, dove oggi c'é uno dei tanti negozi. grandi archi a mattoni, volte nere di fuliggine e dentro il calesse a due posti, la carrozza coperta a quattro, che si chiamava la berlina, e il cavallo. i' trallero era già vecchio, non lavorava più, c'erano gli autobus e il treno a sostituirlo. ma teneva il suo ultimo vecchio cavallo e a volte usciva col calesse, quando era bel tempo e stavano bene in salute, lui e la bestia. mi raccontava mia madre che i' trallero quando era piccola due volte la settimana andava a firenze. partiva la mattina e tornava il pomeriggio. e la gente in paese si regolava. andava da lui la sera prima e fissava due posti, o uno. la mattina presto puliva il cavallo, lo attaccava alla berlina, lucidava tutto, caricava gente e bagagli e poi partiva, col sacco della biada attaccato dietro, che lui poteva anche digiunare, ma il cavallo no. io non l'ho mai visto i' trallero uscire con la berlina. erano gli anni sessanta, la gente prendeva il treno, oppure l'autobus. anche i matrimoni, li facevano normali, e preferivano le macchine di lusso. la carrozza sapeva di vecchio, di povertà, di guerra. oggi i' trallero ci avrebbe fatto i soldi con queste cose. allora ci facevano la fame, lui e il cavallo. un po' come i contadini che si vergognavano di essere contadini e di stare nelle case coloniche e tutti volevano abitare nelle nuove case popolari e fare gli operai. era un mondo fatto così. pensavo a questo ieri notte prima di addormentarmi. sono stato fortunato, ho conosciuto i' trallero, l'ultimo fiaccheraio del mio paese. un ometto piccino e secco coi capelli bianchi imbrillantinati e i baffoni gialli di nazionali senza filtro. e il suo cavallo bianco sporco che sembrava avesse fumato pure lui le nazionali. mi ricordo anche il nome e cognome. non lo metto qui, voglio che sia anonimo come me. ma me ne sono ricordato. però ci metto il resto. tra le cose buone.

ieri sera si son fatte le due ad uno spettacolo. stasera carte, faremo tardi anche lì. non c'è più rispetto per i vecchi.

mercoledì, 29 novembre 2006
guardarla. per il puro piacere di farlo.

incertezza, paura, pudore, vergogna anche. misti a voglia, voglia di provare, impellente, a volte furiosa. ecco, in sintesi, l'oggi. domani si vedrà. anzi no, il domani si sa già. sarà pentimento. puro, semplice, imbarazzante pentimento.

sembra che i nostri soldati torneranno in italia a giorni. gli ultimi italiani armati lasceranno l'iraq e faranno il natale a casa. non imbracceranno i fucili ma abbracceranno i bambini. è una buona notizia. però bush in lettonia ha chiesto un maggiore impegno in afganistan. sembra che baffino e il mortadella gli abbiano risposto picche. e questa è un'altra buona notizia. basterebbe questo a far natale. altro che shopping e luminarie.

martedì, 28 novembre 2006
provare, cimentarsi, sperimentare. e poi fallire. mi sa che hai visto troppa arte negli ultimi tempi. vola basso.

dispense, frigoriferi, ripostigli, scaffali. abbiamo scorte di tutti i tipi. e poi telefonino di scorta, ruota di scorta se fori, auto di cortesia quando si rompe proprio, insomma, due di tutto. c'è chi ha anche una moglie di scorta, o un marito, caso mai il consorte si sgonfiasse sul più bello del matrimonio. una cosa ci manca, e sarebbe utile. una buona ragione. mica una ragione qualsiasi. no, una di quelle buone. spesso e volentieri rimaniamo a secco proprio di quelle. nel padrenostro invece di parlar di pane quotidiano e della remissione dei peccati, sarebbe meglio chiedere una bella scorta di buone ragioni. che senza quelle, allora sì che è difficile andare avanti. che col pane e coi peccati ci si arrangia da soli.

se per vecchiaia si intende lo sminuire le necessità, il contentarsi, l'aver bisogno del minimo indispensabile, tendere al poco, al meno, allora son vecchio. poi penso a quel che vorrei fare, dire, avere, inventare. e mi ritrovo piccino voglioso e viziato. che forse è la stessa cosa.

ieri sera la principessa al cinema. io mi sono addormentato sul divano a guardare la tivù. come i vecchi.

la principessa. mi stupisce. ieri pranzo dai suoi. problemi col padre ancora svagato dopo l'intervento, probabilmente irrecuperabile. con la madre, nervosissima, piena di acciacchi e violentemente irritata dal marito eccentrico. con le sorelle isteriche e inconcludenti. ieri li aveva col fratello, che si ostinava a non voler capire una certa situazione. una famiglia irascibile, esplodono con un nulla. lui urlava, si agitava, attaccava iroso. lei tranquilla, sottovoce quasi. rispondeva con argomentazioni pacate, nelle quali sottolineava l'inutilità del fratello e la dannosità del suo agire. e più l'altro si infervoriva e alzava la voce più lei si calmava, parlava piano, quasi annoiata. la sorella americana, che tra le tante inutili cose è buddista, la guardava meravigliata. alla fine è sbottata in una frase. "ma tu sei budda!" sì, mi accorgo che lei ha dentro quella forza che altri cercano. si fa carico di situazioni gravose, compresa quella di condurre un'azienda dalla quale mancano il padre padrone e la sorellina amministrativa ancora in maternità. abbiamo una cosa in comune io e lei. non si dice mai di no. la differenza viene dopo. lei assolve gli impegni presi comunque, a qualsiasi costo. io ne porto in fondo una percentuale molto bassa. posso solo supportarla nell'impegno, cercando almeno di non intralciarle la vita. e di trasmetterle l'orgoglio che provo.

lunedì, 27 novembre 2006
ecco, sì. per oggi basta. basta così. casa.

il sole di novembre. sembra non volerci lasciare più. e noi si fa scorta.

col fatto della mostra mio fratello sta svuotando la soffitta, lo studio e altre stanze della casa di mio padre. allora abbiamo deciso. porterò un po' di roba a dantedieci. onestamente non mi piace spezzare quella formidabile collezione. in realtà non ci dividiamo niente. il tutto sarà comunque di entrambi, unito, indiviso. ma è anche sbagliato che centinaia di ceramiche, quadri, pezzi unici sia relegato in soffitte e stanze adibite a magazzino, quando c'é dantedieci che può ospitarne almeno un po'. sabato abbiamo cominciato. mio fratello come sempre, metodico, freddo, razionale, lucido. io invece emozionato, nervoso, agitato. per fortuna il nipotino piccolo mi correva intorno sorridente riempiendomi di domande sulla zia e di coccole dolci. abbiamo selezionato una cinquantina di quadri. le sculture e le ceramiche le prenderemo in considerazione poi. di mio padre ho preso due grandi pannelli in fritta vetrosa e una dozzina di collages degli anni ottanta. il resto sono quadri di gentilini, possenti, scatizzi e altri suoi amici che lui comprava quando eravamo piccoli. tutta roba astratta, mi sembra adatta a casa mia. poi, una delle prime pressioni ceramiche che aveva fatto. bellissima, montata su un pannello nero. ieri con la principessa, eccitatissima, ci siamo messi a smontare, pulire e rimontare tutto. lavoro lungo. io partecipavo ma, come la sera prima, senza entusiasmo. c'è sempre quel dolorino che ho quando tocco cose che erano sue. gli appartenevano, le ha custodite e amate gelosamente. ceramiche, pitture, tecniche composite. erano i suoi veri figli. io e mio fratello eravamo adottati, al confronto. era quasi ora di pranzo. abbiamo lasciato tutto in cantina, e abbiamo portato su solo la roba pulita. i collages, che forse andranno nel corridoio della zona notte, e quel pannello nero con quel grosso pezzo di ceramica azzurrognola graffiata e incisa, quasi ferita. mentre mangiavamo ho voluto provare ad appenderlo sulla parete in pietra del tinello. meraviglioso. la luce del sole, radente, lo valorizzava nei colori e nelle textures. sprigionava forza, intelligenza, equilibrio. e curiosità, e voglia, voglia capace, decisa. mentre mangiavo ho avuto una sensazione nettissima. ma non la so spiegare. ieri abbiamo pranzato con mio padre.

venerdì, 24 novembre 2006
tutto ciò che ritieni interessante è tale perché pensi che ti sia vicino, attinente, assimilabile. che ti somigli insomma. almeno lo speri. per questo ti piacciono le cose belle e intelligenti. tutti i naufraghi prima di annegare vorrebbero un bel gommone.

nella gente ci sono due principali tipi di distrazione. quella normale, che la vedi che vien su da dentro, indossata con naturalezza. una assenza biologica direi, fatta da cose lontane che non c'entrano nulla col presente. quella mi piace da vedere. poi c'è la distrazione artificiale, fatta apposta per evitare le situazioni. è impossibile sbagliarsi. la noti dalla frugalità del gesto, rapido e noncurante, dalla fretta nello sguardo, spesso basso e sfuggente. quella mi sta veramente sui coglioni. non la sopporto.


stamani sono stato in molte edicole a cercare il divudì di deaglio, "uccidete la democrazia!". nessuno lo aveva. uno mi ha detto che l'avevano "finito un un attimo", un altro che "ce l'ho in bolla ma non c'era", un terzo che "oggi non c'era, forse domani", due mi hanno detto che "il film è stato sequestrato dalla magistratura". sono preoccupato, perplesso, dispiaciuto. anzi, incazzato direi.

giovedì, 23 novembre 2006
in questi giorni nella posta girano un sacco di e-mail. corrispondenze tra me mio fratello e chi curerà la mostra su nostro padre. non è solo appuntamenti, materiali, scelte e decisioni. quella gente in gran parte conosceva bene senior. e insieme ai pezzi, ai periodi, spuntano ricordi, aneddoti, immagini che ciascuno porta dentro di sé, e che con l'occasione diventano bene comune, affettuoso, caldo, nostalgico. roba da scambiarsi, come fanno le formiche con le antenne. una delle responsabili è una ragazza sui trentacinque, single, giovanile, bionda. era amica di mio padre. non perché si occupasse di ceramica. erano amici a prescindere. ci scrive che partì per le vacanze in venezuela. mio padre le disse che a caracas c'era la migliore cioccolata del mondo, e che ci sarebbe tornato volentieri, ma sai, l'età. tornò che era già morto. non l'avevano avvertita. fece il calcolo. in quel momento faceva snorkeling nell'oceano. una grande testuggine, molto vecchia, la avvicinò nell'acqua, sembrava volesse seguirla. stette con lei un minuto poco più, poi sparì nel blu. ecco, secondo lei quello era senior che veniva a salutarla. ce l'ha voluto dire. strano modo di organizzar mostre questo. un esercizio bello, ma duro. tanto.

perché un geometra dell'ufficio tecnico di un paesino toscano va in vacanza? dovrebbero impedirglielo. lui va a bilbao, berlino, o anche a genova. e poi torna, guarda il piano urbanistico del paese e si sente santiago calatrava, oppure massimiliano fuksas. squarcerà l'equilibrio del paesino con un grande viale pieno di corsie, parcheggi, alberi, aiuole, che il sindaco orgoglioso dedicherà a sandro pertini. una ferita inutile, come il trapianto dell'uccello di john holmes su un bambino di tre anni. il nostro geometra poi andrà in pensione anonimo e contento. tanto sarà l'ignaro pertini a prendersi i vaffanculi dei posteri.

mercoledì, 22 novembre 2006
e poi sono io lo sciovinista. in anni e anni di frequentazione femminile, mai una volta che ci sia stata sul cinema una idea chiara. tutte, dico tutte, quando lo propongono dicono si va al cinema? io, sempre, domando a vedere cosa? il più delle volte la risposta è vaga, va dal non so a ma dai si va insieme a tizio caio sempronio. raramente viene fuori un titolo. insomma, si va al cinema a prescindere. non si va a vedere quel film, ma un film. un passatempo, come trovar gli zii o passeggiare per il corso. se hai culo passi bene due ore. eh no, cazzo. non voglio finire ad arrostirmi le palle su una pellicola qualsiasi. poi, a forza di veder mattonate, si abbassano le difese immunitarie. ci si abitua al peggio, come in tivù. e io resisto. dico no. il prossimo film che vedrò sarà borat, quello del giornalista kazaco in america. e se perdo una mezza dozzina di capolavori pace. ci saranno la principessa e le mie amiche a raccontarmeli tornando a dantedieci. loro saranno entusiaste, io sarò al camino ad aspettarle, rilassato.

stasera serata brava in un pub. domani carte. venerdì riposerò in pace.

e il buffo è che 'sto tempo è scemo davvero. col sole che invariabilmente ti fa pranzare a casa con lame di luce che battono sulla tavola e scaldano e mettono allegria. poi però piove, e giù acqua triste che sembra un'eclissi liquida che annega anche il giorno. alla tivù vedi il solito colonnello che davanti alla mappa del meteo non sa più che dire. è impacciato, sa che sta facendo una figura di merda. che stia tranquillo. ai politici cinque minuti prima non andava meglio.

il mondo va alla rovescia. un metro quadro di appartamento vale di più di un ettaro di terra da lavorare. un certificato di proprietà vale più delle mani di un uomo. un giorno mangeremo piastrelle.

è facile scrivere di quel che si vede. il problema vero è raccontare l'invisibile. l'immaginato, il pensato, il sofferto, il desiderato hanno vie tortuose e difficili, prima di trovare un foglio su cui appoggiarsi. a volte si perdono prima, molto prima. e sul foglio rimangono i fatti, evidenti, inutili.

mi accorgo che a dantedieci godo degli stessi riti maniacali di casa bensa. specie d'inverno quando è brutto tempo. faccio la stessa domanda serale alla principessa: aspettiamo qualcuno? alla risposta negativa parto e chiudo tutto "a notte". a casa bensa non c'erano persiane, ma c'erano gli scuri a tutte le porte e le finestre. erano tredici, li chiudevo tutti, serravo la tana. dantedieci ha solo gli oscuranti sulle grandi finestre nella zona notte e qualche tenda giù. è lo stesso, chiudo tutto il chiudibile. e poi mi rilasso. mi sento bene, al sicuro, isolato. specie iersera che veniva giù il diluvio e c'eran fulmini di frequenza e intensità bibliche. manie da vecchio? ora che ci penso lo facevo poco più che ventenne in via del castelllo uno. lì facevo veloce, tre finestre e via. lo sapevo già allora, cosa volevo. una tana irraggiungibile da tutti, una solitudine abitata solo da chi hai scelto. il resto rimane là fuori, al freddo, all'acqua.

martedì, 21 novembre 2006
mi hanno avvertito. a luglio sarò zio per la nona volta. la cognata americana, l'anima in pena, aspetta un bambino. col parente di tamarindo. il tama mi manda un messaggio che dice che finalmente si diventa parenti. gli rispondo che si faceva prima a fidanzarsi io e lui. poi mi chiama, lo sento ridere. va bene così, la vita va avanti, nonostante te.

è increscioso dirlo, ma a quest'età ormai la felicità è quel secondo che passa tra una delusione e un senso di colpa. tipo cemento tra le mattonelle. difficile starci coi piedi.

lunedì, 20 novembre 2006
oggi c'è una paura che le supera tutte. la paura dell'altro, di quello che non conosci. di chi non sai. vista la promiscuità nella quale tocca vivere in queste città sovraffollate, in questo enorme villaggio globale, quello che un tempo era un fatto naturale e facile da controllare, oggi è diventata una fobia patologica che avvelena la vita. poi ti dicono che sei orso. mai visti tanti cacciatori come adesso.

e ora torna a fare quello che ti riesce meglio. i cazzi tuoi.

mi lamentavo dei pochi commenti, così imparo. questo l'ho trovato sul capitolo ventisei.
Titolo: Come guadagnarsi un vaffan ... in 20 righe.
Mi sono trovata per caso di fronte alla casa comune di te, Bianca e Giadm. (...) Quando ho visto che in giro c’era una tua storia, mi ci sono tuffata con curiosità. Ti ho cercato per 26 capitoli, ma a parte il ritmo non c’era traccia del laPo che ho ‘conosciuto’ altrove. Si è come nascosto dietro una serie di donne una più improbabile dell’altra , perfette ma senza anima. Ginevra impiegata perfetta, madre perfetta, amante perfetta, moglie perfetta, padrona di casa perfetta ... una via di mezzo fra gli spot dei detersivi (le donne che fanno le pulizie in tacchi e filo di perle) e quelli della Barilla con le mamme creative che non si stancano mai. Di questa donna non si intravede un briciolo d’anima, di sentimento ... giusto un piantarello nella Casa Degli Gnomi Loacker, ma la scena è veramente forzata .
E le figlie? Saltano e ridono che sembra lo spot del Fruttolo ... manco un’accapigliatina o un ‘mammaguardachemhafatto’... finte, finte, finte!
E Marta? E’ Una Gran Donna, moglie perfetta, compagna perfetta, non ha figli ma via a giocare con le bambine come e meglio della madre, ma certo!!! Chiaro che se venisse a sapere, capirebbe e perdonerebbe ... scontato fin dalle prime righe.
Insomma tutti sti’ clichè mi sembrano un trucco per nascondersi. Uno che scrive una pagina sul matrimonio come quella che hai dedicato a Bianca non può raccontare così un tradimento e le persone che ci stanno dentro. Questo qua non sei tu. E’ uno che scrive fiction per RaiDue. Tu sai trasformare in meraviglia il pane quotidiano, accendere lo splendore di chi ti gira intorno. Hai parole contadine, radici nella terra. Esci allo scoperto, racconta le persone come sono davvero, parla come sai e vien fuori un capolavoro.
Righe finite, aspetto il vaffan ... .
UnaNormale
e va be', a una che mi scrive tutta 'sta roba gli rispondo. niente vaffa ma un grazie. anche se mi sa che hai torto. almeno a chiamarmi scrittore. gli altri due lo sono molto più di me, e di gran lunga. in fondo, sono un pubblicitario, ecco cosa sono, e manco tanto bravo. già, neanche lì eccello tanto. il fatto che io scrittore non lo sia per davvero è questa prova di scrittura lunga. è una storia banale, di gente banale, scritta banale. forse non è la mia lunghezza. do il meglio di me nella frasetta messa lì, al massimo nella pagina, dove lo sforzo è concentrato, la sintesi richiede tensione, la furia dell'affrontare l'argomento ottiene il giusto pathos. un copy non può dilungarsi, altrimenti il payoff perde forza. ma anche questa roba lunga lo faccio per me. uno sfogo, una cosa inventata. non sono io che scrivo di me. scrivo di gente che non esiste, che non mi piace, e della quale in fondo non mi frega nulla. me ne accorgo da me che manca il contatto con la realtà che altrove mi stimola. non ci sono buoni e cattivi, non ci sono eroi. anche il protagonista è ovattato, attutito da una cipria diffusa che ne ottunde i contorni. e allora? faccio come te, son qui che scrivo aspettando che i personaggi si scoprano, si scrollino di dosso quel velo ipocrita e si mettano a stressarmi davvero. a rompermi le palle insomma. ma forse anch'io son così. superficiale, indefinito, banale in fondo. e ho anche un altro gran difetto. vado avanti per la mia strada. lacasadilapo, malaparata e laprovadilapo sono tre esperimenti ben definiti, che continueranno così come sono cominciati.

sabato giornata passata a fotografare a casa di mio padre. con il curatore della mostra. un brav'uomo davvero, nonostante un grosso incarico al cienneerre e una fama nazionale di conoscitore d'arte e di ceramica. centinaia di quadri, sculture, ceramiche. io fotografo con la digitale, così lui si porterà via un ciddì dove potrà fare una prima selezione per la mostra. mio fratello ha vuotato la soffitta, riempiendo il soggiorno. per fortuna mio padre dietro i quadri scriveva un sacco di appunti, date, aneddoti. ad un certo punto un grosso quadro. ritrae la stanzina quella dietro casa. sembra che quella fosse l'originale capanno del contadino da cui mio padre comprò il terreno dove poi la costruì. il curatore e mio fratello girano il quadro. lo leggono, mentre io fotografo altro. sento la voce del ricercatore che legge della storia della casa, del fatto di metter su famiglia, della morte di mia madre. vedo mio fratello che si gira, va velocemente in cucina. io scatto, concentrato, ma lo so. quel maremmano di centoventi chili è di là, a piangere. il ricercatore tace, guardando il quadro perplesso. si accorge di essere inavvertitamente andato oltre. quella è roba di famiglia, indicibile, non raccontabile. desiste anche dal fatto di volerlo esporre. lo posa lì, in un angolo. io continuo il mio lavoro. anche loro si riprendono, si scrollano quel particolare di dosso, mi passano altri pezzi da fotografare. io son curioso, vorrei leggerlo anch'io quell'appunto scritto a biro dietro al quadro. dieci righe di memoria, di famiglia, di dolore. mi trattengo. mi è bastato vedere la faccia di mio fratello. ma lo farò. a suo tempo. da solo.

ecco, ora parlo con chi legge qui. espressamente con voi, o loro, o te insomma. e non lo faccio per giustificarmi, anzi. per precisare. prendiamo il discorso del contatore. non vorrei fare incazzare nessuno, anche se forse è già successo. ma è un fatto che quei numeri girano, e anche se io potrei essere quello che li fa girare di più, venendo spesso su splinder, quelli girano più di quanto io mi immagini. a volte vorrei toglierli, ma siccome non so modificare i template, ho paura di sputtanare tutto, allora li lascio lì. sono pigro, e parecchio, lo dimostra il fatto che praticamente 'sto posto qui non è cambiato da tempo. ma a me va bene così. è una specie di casa, e ciascuno in casa sua fa come gli pare. veniamo all'altro discorso. non rispondo spesso ai commenti. in parte per la pigrizia di cui sopra, ma anche perché intendo questo blog come un posto che io uso per appoggiarci roba che vorrei ricordarmi. un posto solitario insomma, dove il monologo la fa da padrone, soffocando il colloquio. infatti, in questo blog posso essere logorroico, ma non ciarliero. a volte rispondo ai commenti, ma non sempre. solo quando mi va. e ritengo importante il fatto che almeno qui faccio quel che voglio, nel bene e nel male. non voglio forzarmi a far niente, manco per educazione. comunque i commenti mi piacciono. son come degli specchi che gli altri ti porgono per farti capire meglio. anzi, a volte mi cruccio del fatto che ce ne siano pochi. poi penso a quanti commenti lascio io, o quante risposte, e mi contento. insomma, da bravo pigro mi dico che va bene così. comunque ringraziare ogni tanto chi legge 'ste cose mi sembra giusto. come giusto è dimostrarmi stronzo qualora lo fossi, o stupido nel caso lo sia. di roba finta è pieno il mondo, almeno qui dentro, anche se in forma anonima, cerchiamo di essere onesti.

a questo mondo c'è di tutto. ci posso stare anch'io.

venerdì, 17 novembre 2006
un po' ho retto poi cedo. lo riconosco, è da tempo che non ringrazio. mi vergognavo. mi era venuto un dubbio, anzi, qualcuno me lo aveva messo. che ci fosse gente che vien qui per aggiornare il contatore. boh, può essere. e anche se fosse? vuol dire che lui, o lei, si becca il grosso del grazie. allora farò così. d'ora in poi lo faccio ogni diecimila. e ora leggo sessantamila e più. che a me mi paiano cifre enormi, roba grossa. e ringrazio anche chi ci viene a veder crescere i numeri del contatore. un modo come un altro per passare il tempo suo. che il mio corre già abbastanza.

ieri sera. filmati di mio padre. lo sapevo che mi avrebbe fatto un'impressione strana. infatti. tra i tanti nastri una lezione di ceramica. fatta in un museo dell'emilia romagna, ad una scolaresca di almeno trenta bambini. a parte la gelosia, che a noi ci gonfiava di scappellotti e poi andava in giro a spiegar le cose per bene. no, non volevo dir questo. è che mi è rimasto impresso quel che diceva ai ragazzini. son parole belle, allora le riporto qui, come le ricordo.
fare una cosa d'arte non è fare una cosa vecchia. anzi, è farla nuova, ma nuova davvero. se oggi noi qui si facesse una roba che è classica, tipo la ceramica del quattrocento, faremmo uno sbaglio. se poi tra seicento anni un archeologo trovasse la nostra ceramica e la trovasse uguale a quella vecchia lì, che penserebbe di noi? che in seicento anni non ci siamo saputi migliorare. siamo uguali ai nostri tris tris tris nonni. brutto no? dai, allora oggi si inventa qualcosa di nuovo. ma nuovo davvero. pigliate una mattonella di creta e iniziate a farci dei segni con una bacchetta. sì, ecco, anche dei buchi, bravi, così. e poi prendete altre cose, ferri, retine, legni. oppure le mani. pressatele sopra alle vostre mattonelle. vi garbano? no? giratele e ricominciate dall'altra parte. è solo creta, non si sciupa nulla. bravi. adesso il colore. buttatelo dentro i segni, e anche fuori. quello che vi piace. mischiate anche. il colore dentro i segni sarà denso, forte, scuro. lì ci rimane, non si spande. quello sulle superfici verrà tenue e leggero. capito? ecco, bravi. poi cuoceremo le vostre mattonelle. ah, firmatele, voi siete artisti moderni per davvero. sapete che è successo oggi? abbiamo fatto cose che volevamo far così. abbiamo cercato di farle come le volevamo. e son venute fuori cose nuove, ma nuove davvero. abbiamo fatto l'arte di oggi, quella che non c'era ancora, della roba mai vista. da oggi il mondo è più grande, più vario, più colorato. da oggi, il mondo è migliore, grazie a voi.
questo era lui. lo dicevo che sarebbe stata una serata difficile. è stata anche bella. ricordare anche questo.

l'attore bravo si vede quando esce di scena.

non c'è niente di peggio di una donna che non sa che farsene di sé stessa. o forse sì. una donna che non sa che farsene di te.

son tre sere consecutive che faccio le due, le tre, le due. non vedo l'ora di aver cinquant'anni. niente di meglio di una vecchiaia certificata per andare a letto presto senza giustificazioni. ormai manca poco.

giovedì, 16 novembre 2006
m'è venuta voglia del capitolo ventisei. di leggerlo. è che prima tocca scriverlo.


a volte li vedi come navi fantasma. gente che si trascina in giro, tumefatta dagli eventi. sbattono in qua e in là, in balìa dei fatti che gli arrivano addosso. li vedi passare, sbandando nel vento delle cose. un po' ti dispiace, un po' sorridi. in fondo, la tua immobilità idiota è una bella bitta cui ancorarsi. navigare mai, vero?

mi ha telefonato mio fratello. stasera a dantedieci abbiamo ospiti. gente che gestisce musei, fondazioni, organizza mostre. vedremo materiale filmato. su mio padre. non tutto, una parte. interviste, servizi tivù, girati e documentari vari, raccolti qua e là. dovrò avere occhio professionale e attento. oppure no. non lo so. sarà difficile. questo è certo.

la convinzione e la tenacia con cui alcuni credono, sostengono, lottano per certe cose sono esemplari. e fanno tanta tenerezza. fortunatamente ci sono leggi che non riusciamo a cambiare. la durata della vita, ad esempio. o anche la chimica e la fisica che regolano l'abitabilità di questo pianeta. abitiamo su una bomba ad orologeria e stiamo a discutere la forma delle lancette e il colore dei fili elettrici. grazioso, davvero grazioso.

mercoledì, 15 novembre 2006
su una bancarella tempo fa trovai un divudì. "la battaglia di algeri". poi è morto gillo pontecorvo. mi garbava quell'ometto lì, col fratello scienziato, e la famiglia piena di studiosi e letterati, e lui che era d'un pigro che faceva schifo. insomma, il peggior ebreo comunista che si potesse conoscere. ma aveva fatto "queimada", "ogro", "la battaglia di algeri", e "kapò". e poi era toscano, anche se a pisa c'era giusto nato. insomma, l'altra sera ho rivisto il film. in bianco e nero, del sessantasei. ma bellissimo, e attualissimo. sembra girato ieri. ecco, volevo ricordarmelo.

la ricerca estetica, se è meramente formale, è sterile. trovare una cifra che sia rappresentativa dell'intenzione non è un lavoro d'occhi. almeno non dovrebbe esserlo. prima contano il cervello e le mani, gli occhi vengono dopo. in realtà è il contenuto che deforma la forma. sì, ecco, quel che guardi non è il mare, ma la forza che ci sta dentro, che ne trasforma la superficie, la rende ora trasparente e piena di riflessi ondulati ora alta e minacciosa. ma quel che vedi è stato deciso lontano da te, da venti, correnti e maree a migliaia di chilometri di distanza, in profondità o molto in alto. ecco perché un esteta fine a se stesso non serve. è come il mare in una bacinella. non se lo fila nessuno. manca il lontano, il remoto, il profondo. una vita fatta di cose brevi e intense viene raccontata da frasi altrettanto brevi e intense. una storia complessa e profonda la descrivi con proposizioni complesse e profonde. senza una vita, senza una storia, il resto non serve. il problema è esser bravi. il più delle volte ti ritrovi a sguazzare in un bacile d'acqua sporca.

come previsto, ieri sera niente carte. occhi di ghiaccio, graziosa, smagrita e abbronzata ha parlato per molte ore filate del mali. noi uomini abbiamo un vantaggio. con la mente ci assentiamo facilmente. il difficile è tornare.

ho portato a dantedieci l'orcio marocchino. è una grossa anfora di un metro e mezzo circa, pesantissima e col culo appuntito. adesso dorme sdraiata in giardino, ma appena ho preso le misure gli faccio il treppiedi e la metto in veranda, accanto all'ingresso. poi abbiamo preso l'altro e l'abbiamo portato dalla mia amica di carte. buffo, di notte tre attempati professionisti che scaricano anfore da un discovery. come tombaroli, salvo essere in giacca e cravatta. si rideva come ragazzini scemi. forse lo siamo ancora. uomini insieme, chimica strana.

martedì, 14 novembre 2006
col sole i boschi intorno a casa sembra che prendano fuoco. sembra che la natura, prima di riporre i vestiti ed andarsene a letto per l'inverno, si prenda la briga di sfoggiare la parte più sgargiante del guardaroba. altro che fiori a primavera, i colori quelli belli sono adesso. e tu, da bravo vecchietto, te li godi.

se tu dovessi veramente lottare per quel che vuoi, saresti da tempo un violento attaccabrighe, uno stupratore incallito, un assassino di grandi e piccini. fortunatamente ci ha pensato la natura. sei pigro.

giornate tranquille. a parte un suocero mentalmente "simpatico", cognate schizoidi, una moglie perennemente al lavoro, un tempo libero completamente dedicato all'assistenza ai parenti. stasera carte, tanto per scappare un po'. rivedo la mia amica dagli occhi di ghiaccio. mi sbriciolerà i coglioni con un resoconto pedissequo ed accurato della vacanza nel mali. lo so già, dopo un'ora di descrizioni particolareggiate di trasferte, villaggi e incontri mi sentirò lo scroto vicino all'esplosione. cercherò di replicare con provocazioni e battute pesanti, quasi esclusivamente a sfondo sessuale. la prenderò per il culo, lei s'incazzerà e mi guarderà inferocita. io guarderò la mia amica abbronzata, minuta e ciarliera e starò bene. un modo come un altro di godersi le vacanze altrui.

lunedì, 13 novembre 2006
il mondo va a puttana e noi ci si fa' le seghe su uno spinello. siamo terrorizzati dai piemmedieci e si chiamano falsamente termovalorizzatori quelli che ci nasconderanno alla vista (e ci faranno respirare) miliardi di tonnellate di pattume all'anno (e bruceranno petrolio). ha ragione il mio amico bancario. la gente ha bisogno di una guerra, per ritrovare il senso della misura. io mi incazzo come una bestia quando lo dice, gli ricordo che ha due bambini. però non so se ci sia altra soluzione. una botta violenta di realismo, senno' si finisce tutti come il gabibbo. obesi, stupidi e ridaioli. no, ci deve essere qualcosa di meglio. tipo brindare alla nave mentre affonda. romantico, ancorché comodo.

il mondo è pieno di coglioni. se stessero fermi, il danno sarebbe limitato. il problema è che un coglione per definizione deve girare. da lì il danno permanente.

i nostri paesi cambiano. vogliono somigliare tutti alle grandi città. circonvallazioni, viali, opere monumentali. amministratori modesti, meschini direi, che per nascondere la loro ignoranza si fingono faraoni, per lasciare ai posteri un segno, una firma del loro passaggio. e sperperano soldi nostri. invece no, quei soldi servivano a recuperare ghetti fatiscenti, oppure aree di archeologia industriale che se sapute valorizzare sarebbero state bellissime. la vocazione dei nostri borghi era altro. era il piccolo, il raccolto, il funzionale. nel quale inserire le nuove necessità, ma senza sventrare la storia, come a vergognarsene. una vecchia fornace non si distrugge. si restaura, e ci si mettono dentro abitazioni e negozi, oppure una biblioteca o un centro culturale, un cinema. niente, ruspe e geometri annullano quell'equilibrio vecchio e fragile, e lo sostituiscono con migliaia di metri cubi di banale abitare moderno. vivere senza storia è doloroso. senza bellezza è inutile. senza radici è pericoloso. molto.


e poi la musica. ecco, sì, la musica. quella vale già la pena.

per quanto contorto ed elaborato e complesso tu possa spingerti a pensare, al confronto di una donna farai sempre la figura del tonto.

venerdì, 10 novembre 2006
e poi guardi fuori dalla finestra e succede come una partita che fai il tifo e speri che la nebbia perde e vince il sole che ormai è buono e scalda il mondo e un po' lo colora anche che c'é sempre più bisogno di colore e luce buona così vedi le cose pulite e senti addosso quel tepore asciutto che ti fa dire bene anche oggi valeva la pena. una roba così.

telefona il mio ex vicino di casa. quello di casa bensa. lo vuoi un orcio marocchino? ne ho presi cinque, tre per me, uno per l'amico bancario, e se vuoi uno per te. quanto è grande? parecchio, roba grossa, e sporca, e vecchia. forse ci tenevano l'olio. costano cari, ma son belli. aspetta, ti passo la principessa. parla con lei. io taccio. mi piacciono molto le vecchie ceramiche etniche, specie se monumentali, ma se decido io dantedieci diventa più mia. la sento ridere. quei due spesso litigano come iene. son due caratteracci, ma si vogliono un bene dell'anima. è fatta. lo vedremo domattina, ma quel grosso orcio smaltato è già nostro. ha deciso che lo mette nel giardinetto a sinistra del garage, davanti alla lavanderia. lei torna a caricare la lavastoviglie. su la sette c'é un bel film. mi si mette accanto. un po' guardo la tivù, un po' lei. dantedieci è sempre più casa sua. forse un po' meno mia. ma va bene così.

giovedì, 09 novembre 2006
niente pizza. stasera dantedieci. casa, camino, musica. ci voleva.

le cose che ti piacciono di più della vita sono quelle senza alcun senso. chi si somiglia si piglia.

esperti, archivisti, direttori di musei ed enti culturali, storici, studiosi, designers. tutti a casa di mio padre, a parlar di mostre, libri, cataloghi, studi storici e filologici sulla sua ceramica, la sua pittura, la sua scultura. cose grandi, gigantesche, progetti di anni di studio, catalogazione, analisi. una mostra e un catalogo l'anno prossimo. un paio di libri e chissà cos'altro negli anni successivi. mi immagino una grande mostra itinerante, l'ala di un museo. capace che si arriverà a un monumento equestre? io mi guardo intorno. quella casa lì mi ci ha visto vivere i primi ventiquattro anni della vita. co' i' mi' babbo la mi' mamma e i' mi' fratello. e lui che ci prendeva a scappellotti perché non volevamo parlare in inglese con lui. tonnellate, chilometri cubi di stima, fascinazione artistica, riconoscenza professionale che ingombrano quel posto dove oggi giocano i miei nipotini. passato e futuro, ricordi e progetti, lusinga e fastidio, tutto sotto lo stesso tetto.

ieri sera ad uno spettacolo, a letto alle due. stasera pizza col fratello e una cugina. conoscendoli, saranno le una e passa. sabato e domenica a raccogliere olive col nordiho. e noi che si muore dalla voglia di tornarsene a casa, accendere il camino e starsene un po' in pace. e che cazzo, ma la gente non lo vede che ho quasi cinquant'anni?

mercoledì, 08 novembre 2006
le idee migliori sono sempre le più impraticabili.

mangiare il kebab da solo non è bello. per farmi compagnia, ne ho mangiati due.

tinture per capelli, fitness, creme, massaggi. la gente non vuole invecchiare. siamo ragazzini viziati. come a dimenticarci che neanche un secolo fa in questo paese ci si sposava a tredici anni, si facevano un sacco di figli, a quaranta si era già nonni. oggi no. pischelle e pischelli cinquantenni che svolazzano di voglia in voglia, cercando di nascondere a sé stessi e agli altri che il tempo passa, cercando di spicciolare la vita. trasformano gli anni adulti in miliardi di attimi vissuti da adolescenti. barattano l'inizio della senilità con un surrogato di 'incoscienza giovanilista, ostinata e spesso ridicola. peccato, si perde una bella occasione. la percezione dell'invecchiamento (almeno per me) può essere piacevole, se confortata dalla salute. e poi è proprio una questione matematica. se un signore quarantacinquenne vuol fare il ragazzone trentenne, può anche farlo. poi però gli avanza un ragazzino quindicenne. e i quindicenni, si sa, sono sostanzialmente stronzi.

martedì, 07 novembre 2006

a parte la principessa e la tana, di cosa hai bisogno? una pasta asciutta due volte il giorno, due pacchetti di sigarette e una tastiera. nient'altro? la salute, anche la salute.

nella vita l'importante é contentarsi. in questo son bravo. e me lo dico da me.

a volte ci sono serate che se non fosse che non esiste le chiameresti perfette. roba tipo tornare alle otto, camino acceso, cena preparata con cura tanto lei arriva tardi, alle nove si mangia, alle dieci lei va al cine in paese a piedi, tu sparecchi e metti a posto. poi stai un po' al camino un po' a leggere un po' alla tivù. a mezzanotte e mezzo, l'ultimo legno sta finendo in mezzo alla brace rossa. lei rientra, bel film, è contenta. si va a letto. fine. semplice. fosse sempre così. spero lo sia.

lunedì, 06 novembre 2006
scrivo senza pensare. senza rileggere. butto giù tutto di getto, e via andare. e mentre lo faccio mi piace anche. pensa te.

regalasi fantasia usata poco e male. quasi nuova, poche prove, tenuta sempre in garage. uniproprietario cede per passaggio a sistema inferiore (ricordi frullati al minipimer). esclusi perditempo. ore pasti chiedere lapo.

è che uno gli sbagli non se li cerca mica. son loro che ti trovano. e poi hai voglia di dirtelo, che da oggi smetto. come i salti. dopo tre nulli basta, sei fuori. non devi pensarci, sennò quell'asta ti batte di nuovo addosso e addio gara. e accumuli errori, uno alla volta, come una collezione di farfalle che ti porti dentro. farfalle da una tonnellata. niente da vedere, tutto da scordare. ma la memoria ti fotte, se li rammenta tutti. e quel fardello ti pesa, ti frena, ti blocca. giuro, la prossima volta che vengo al mondo voglio provare a vivere.

il libro mi sta deludendo. non riesco a tenere il ritmo di un capitolo alla settimana. la sento come una mezza sconfitta. la storia mi si forma in testa, ma se manca il tempo di buttar giù le cose la memoria le asciuga, le secca, le riassorbe. fa un effetto strano. come un rubinetto, che se non lo apri spesso si indurisce, si blocca. forza, oggi devi riaprirlo. a costo di usare il pappagallo.

tamponata la presa d'aria in garage, chiuse le finestrine di areazione in cantina, messe a dimora le piante, messi via i mobili del solarium e del giardino, fatta la stiva della legna, fatte mille altre cose per l'inverno. manca di coprire la buganvillea, che nel frattempo è cresciuta parecchio. mi piace la preparazione per l'inverno. in fondo, agli orsi piace il letargo.

sabato, 04 novembre 2006
son quarant'anni oggi. mattina presto. i genitori ci svegliano, come sempre. è freddo, e piove. pioveva anche ieri sera, ed era piovuto per tutto il giorno, e forse anche il giorno prima. per un bambino, d'inverno, se piove anche, è proprio una rottura. non puoi andar fuori a giocare. specie mio fratello, il piccolo cinghiale, ne soffriva parecchio. ci si lava la faccia, nel freddo. freddo? mamma, non funziona il riscaldamento? non c'è corrente. strano. una casa la mattina presto è piena di rumori. invece no, silenzio. si esce in veranda. piove, ma piove strano. piove in silenzio. sì, come se ci fosse la neve, ma la neve non c'è. ci guardiamo intorno attoniti, è tutto normale, ma stranamente silenzioso. abitiamo una villetta con giardino, vicino al fiume, ma rialzata da questo una decina di metri, e tra noi e lui una strada e una fila di case. mio padre apre l'ombrello e scende in giardino. vado con lui. mentre scendiamo, tra le case davanti a noi si vede correre roba marrone. è il fiume. non è l'arno, l'arno è a un chilometro circa. un affluente, ma è più un torrente che un fiume. siamo al cancello, usciamo, guardiamo il paese verso ovest. il torrente non è diventato un fiume, ma un lago. un lago grande e marrone, che lambisce la strada sotto di noi. in dei punti la invade. adesso si sente. e si vede. il rumore dell'acqua che scorre davanti a noi. non è forte, forse è attutito dal grande lago fermo e marrone che si è formato di là dal fiume. le case popolari, la tribuna del campo sportivo, il grattacielo, la casa del popolo. tutto il mio paese è diventato un grande arcipelago immerso nell'acqua marrone. ci raggiungono mia madre e mio fratello. escono i vicini. stiamo lì, in silenzio, a guardare. mio padre dice che se il nostro fiume è straripato, vuol dire che l'arno è in piena. una piena mai vista. nessuno sapeva cos'era un'alluvione. non l'avevamo mai usata quella parola. mio fratello mi guarda e sorride. non si va a scuola. son contento anch'io. avevo nove anni poco più, lui manco otto. mia madre pensa a sua sorella, sta in centro, ha una drogheria al piano terra e la casa al primo piano. il telefono non funziona. un vicino si avvia a piedi sulla collina, verso il castello, poi scende in centro. è tutto allagato, l'acqua tocca i primi piani, ma stanno tutti bene. cerco di immaginarmelo il mio paese con due metri e mezzo d'acqua. quello che non vedo, il borgo vecchio. la bottega dello zio. mi dispiace. per i canditi e i pinoli. mi piacciono i pinoli, e lui è grossista. mai regalato un pinolo, toccava andare a far pine nei boschi se volevi mngiarteli. ma quando entri in una drogheria c'è un assalto di profumi che diventi matto dai piaceri che senti dentro. ora non sentivo profumi. solo un certo puzzo di gasolio, portato dall'acqua che lavava le cisterne dei riscaldamenti delle case. poi iniziarono gli spari. si vedeva la gente sui tetti, col fucile. chiedevano aiuto. in tarda mattinata si vide un elicottero. prendeva la gente sui tetti e la portava via, non so dove. smise di piovere. niente sole, solo che non veniva più giù. poi, ricordo solo che tutti svuotammo i frigoriferi, e portammo tutto in una grande villa lì accanto, che aveva il generatore. si mangiò lì, un pranzo arrangiato, in cento persone. chi cucinava, chi distribuiva piatti, chi pensava ai bambini piccoli. strano, mi piaceva essere in tanti. poi si tornò ciascuno a casa sua, per sistemare le cose, ma la cena sarebbe stata ancora lì. la notte fu un freddo cane, e si dormì vestiti. il mattino seguente, il fiume si era già ritirato un bel po'. ci si mise tutti gli sciantillì (gli stivali di gomma) e si andò in paese, fin dove si poteva. c'era ancora tanta acqua, il problema era la mota. fango, molliccio, oleoso, denso. dieci, venti centimetri di fango dappertutto. la bottega dello zio aveva perso l'odore. aveva perso tutto. si spalava via tonnellate di fango misto a caffè, canditi, pinoli, uvetta, cannella, pepe e altre mille spezie. mio fratello rideva. di andare a scuola manco a parlarne. poi si seppe che quella mattina il nostro panaio, un indomito panettiere che nonostante l'età aveva acceso il forno a legna e fatto il pane anche quella notte, era morto caduto in una buca fatta da un vortice nel viale. era in bici, portava il suo pane alle botteghe. anche la nonna della edy era morta, caduta da una carrucola che doveva salvarla. l'acqua se l'era portata via, verso l'arno, verso pisa. con la edy ci andavo a scuola insieme. piansi. tornò la luce, accendemmo la televisione, si vide firenze, e mio padre pianse a vedere il crocifisso del cimabue. lo avrebbe restaurato lo zio di un mio amico, che anche lui fa il restauratore. e poi ci si andò anche a firenze, a trovar lo zio, che stava in viale de amicis, sotto fiesole. mota dappertutto. un mare che era arrivato, aveva distrutto, ucciso, imbrattato e poi se ne era andato via. è tutto quel che ricordo, di quel quattro novembre del sessantasei. da allora, quando compro una casa da abitarci, ho una fissa. anche sul fiume, ma alta. abbastanza da non essere toccata dall'alluvione. una parola sconosciuta, prima del sessantasei. oggi l'arno è tranquillo, e anche il mio fiumiciattolo. quasi in secca direi. in quei campi che erano pieni d'acqua oggi ci sono zone residenziali, impianti sportivi, centinaia di costruzioni. se succedesse oggi, sarebbe peggio. il cemento moltiplicherebbe per dieci la forza dell'acqua. non due morti, ma venti, duecento, duemila. noi non vogliamo bene al mondo. perché dovrebbe volercene lui?

venerdì, 03 novembre 2006
è che oggi ho da fare. il capitolo ventiquattro mi sa che aspetterà ancora un po'. pace, tanto non avrei saputo che scriverci.

domani saremo in campagna. ma che dico campagna. la più remota delle campagne toscane. un casolare a chilometri e chilometri da qualsiasi centro abitato o strada asfaltata. una fattoria gestita da amici, con una specie di agriturismo rustico e primordiale, e un ristorantino che è due dita appena sopra il concetto di cucina di famiglia. festeggiamo il cinquantesimo di un amico. lo conosco che si aveva tredici anni poco più. lui e mio fratello hanno sposato due gemelle, producendo cinque figli maschi. saremo pochi, e ci godremo la giornata in quella terra di boschi, laghi, cinghiali e campi lavorati a perdita d'occhio. mi spiace di una cosa. i nostri amici venderanno la loro fattoria tra poco. la terra è dura, e bassa da lavorarla. se ne hai duecento ettari ti ammazzi. ho visto i miei amici dimagrire, asciugare, incartapecorire sotto il sole cocente, la tramontana feroce, la pioggia battente. viti, olivi, grano, la terra vuol "vedere l'omo in viso". e il viso si trasforma, si brucia, diventa di cuoio. sarà l'ultima volta che andiamo a mangiare in quella specie di paradiso perduto. per altri, un inferno lasciato.


ieri sera camino acceso a dantedieci. si è addormentata lì, sulla poltrona. coi piedi davanti al fuoco. santoro gesticolava. cercava di richiamare la mia attenzione. niente, io guardavo lei.

giovedì, 02 novembre 2006

il concetto di fuga dai problemi è un assurdo totale. il vero problema sei tu. puoi fuggire da te stesso? come farsi la plastica al naso. non serve, se non distruggi foto, filmini e la memoria tua e di chi ti conosce. coi problemi si convive. come col nasone.

più gente conosco, più amo mia moglie. detto proprio così.

e mattinata a casa, con lei che ronza intorno, e fuori piove, e metti a posto le cose e senti musica. e poi desinare svelto, col sugo di tonno fatto lì per lì, che si deve partire. e trovarsi col fratellone e il nipotone, che si deve far legna. e due ore a spaccarsi schiena e ciocchi grossi e duri, col fratellone che sparava i suoi centoventi chili sull'ascia lunga e i ciocchi diventavano schegge ragionevoli da camino. e pioggia e sudore e umido e risate e fatica. e tornare a casa e scaricare tutti i ciocchi che saranno fuoco di novembre quando fa freddo e piove, che la legna scalda due volte, ma anche tre. quando la spacchi, e quando la stivi, e poi quando l'accendi. e poi bagno caldo con la principessa che ti lava la schiena e i capelli e poi gli dici vestimi te come ti garba e allora lei si diverte e anche te con lei. e poi dai soliti vecchi amici a far notte a mangiar ficattole e lardo di colonnata e pigliarsi per il culo. ecco, questo era ieri. e va bene così.

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