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venerdì, 29 settembre 2006
sono arrivato ad una conclusione: missioni di pace, regole d'ingaggio, buone intenzioni. è tutta teoria. mettiamola così: se io vedessi passare vicino a casa mia una colonna di blindati stranieri piena di soldati che non parlano la mia lingua, cosa farei? vorrei mandarli via, senza dubbio. e se fossero muratori e medici che fanno scuole e ospedali? il vero problema sono le armi. chiunque venga ucciso o ferito avendo un'arma in mano, se l'è cercata. cacciatori compresi. un uomo armato non ha ragion d'essere. il resto sono stronzate.

svegliarsi male. senza un perché. succede. allora? evitare i contatti. e aspettare. domani.

giovedì, 28 settembre 2006
le donne sono arabeschi. e tu capisci solo le linee rette.

solo in ufficio. il socio non viene. la socia neanche. due stronzate da fare. musica, sigarette e un paio di chili di cazzi miei. perfetto.

mettiamola così: un menefreghista intorno ti può far comodo. almeno lui non ti assilla.

è notte. una colonica. troppa gente dentro. esco a fumare. aria fresca, una brezza umida che mi piace. mi scappa da pisciare. no, dentro no. troppo casino. vuoi che non ci sia una donna in bagno? esco dalla veranda, mi allontano un po' dalla casa, fuori dai raggi di luce delle finestre. mi ritrovo al buio, al centro di una valle bassa. mentre mi libero mi guardo intorno. una silhouette di colline merlate di boschi fitti. una corona nera che mi circonda, mi avvolge. e sopra lo spettacolo. uno stellato magnifico. un miliardo di luci bianche affogate in un blu sfumato con un leggero chiarore in basso, intorno agli alberi. son rimasto lì un bel po', nel silenzio, con la sigaretta in bocca. poi ho chiuso la patta dei pantaloni e son rientrato. forse la principessa si è accorta di qualcosa. dovevo avere la faccia da ebete. come sempre.


ieri sera ho avuto una breve discussione con mio nipote su certe cose della vita. lui sembrava non essere d'accordo. cercherò di convincerlo con argomentazioni calzanti. o forse sarà lui a portare me sulle sue tesi. in fondo, di tempo ce n'è. lui ha solo nove giorni.

mercoledì, 27 settembre 2006
c'é qualcosa che collega un vecchio jazzista di oggi e un giovane scrittore di un secolo e mezzo fa. abdullah ibrahim, meglio conosciuto come dollar brand, ed herman melville, che da giovane ha scritto taipi, sula sua permanenza alle isole marchesi. come un collegamento. un vecchio nero, che scava nella sua anima africana, e un giovane bianco, che sbarca in un'isola di selvaggi. o presunti tali. due ricerche, una letteraria a l'altra musicale, che facendo percorsi distanti nei tempi e nei modi, si trovano ad un'origine comune. come se i modi di osservare e capire gli indigeni dell'uno potessero dettare all'altro ritmi e armonie che poi tornassero bene sui tempi del racconto. al momento non me lo spiego. ma lo noto. e mi affascina.

altrettanto si può dire di alcune persone. ma forse mi sbaglio. sì, mi sbaglio certamente.

certi sentimenti son come i profilattici. una volta che li hai spiegati non servono più a niente.

fare e pensare. sembrerebbe che ci fosse un legame tra le due cose. invece no. al massimo sono parenti. ma come tutti i parenti, non si sopportano.

ieri sera carte. vinto. tornato presto. a mezzanotte. la principessa era appena arrivata. ha lavorato fino a tardi. ci siamo fatti il caffè per stamani, poi a letto. in silenzio. stanchi. ci si guardava. era sfinita. ma due occhi. due occhi che parlavano sottovoce. ecco, questo volevo dire.

ma chi ti credi di essere? oppure, meglio. lei non sa chi sono io. frasi emblematiche. infatti, non conoscendo neppure te stesso, come puoi pretendere di conoscere gli altri? ergo, la sola arriva puntuale.

martedì, 26 settembre 2006
l'importante è non subire. mai. sbagli, delusioni, fregature. si continua a giocare, imperterriti. verranno carte migliori. quando verranno, fai come a briscola. ricordati le carte passate. giocherai meglio. di soddisfazione.

una bella e forte umiliazione. il toccasana per un ego ammalato di protagonismo.

una buona giornata non la sai mai prima. la giudichi sempre dopo. alla fine.

dopo due giorni di pioggia è uscito il sole. peccato. mi ero abituato così bene all'autunno.

a letto presto. fuori piove. leggendo taipi di herman melville. addormentarsi con una musica in testa. abdullah ibrahim. piacevole.

lunedì, 25 settembre 2006
tutta la natura si basa su semplici regole economiche. questo spiega l'esistenza del tuo socio, non la tua.

se per tutto quel che succede c'è una buona ragione, ne vorrei una altrettanto buona per ciò che non succede.

me lo sono ricordato l'altro giorno. meglio che me lo scrivo. dantedieci, notte. io fumo nel solarium. arriva la principessa. si chiacchiera. del trasloco, di sua madre, del padre operato. delle sorelle isteriche, inconcludenti, irascibili al punto di offendere la madre che manifestava le insicurezze infantili e le esigenze a dir poco esotiche tipiche delle persone anziane. lei mi guarda e commenta con una frase breve e lapidaria. beate loro, non sanno cosa vuol dire perderli. silenzio. poi incomincia a piangere. parlava di mia madre e mio padre. ricordatelo. sempre.

la felicità. è così personale, impalpabile, rarefatta, che non la si può considerare neppure uno stato d'animo. io la definirei un'idea astratta.

venerdì, 22 settembre 2006
contentezza, gioia, felicità. o anche eros, desiderio, amore. è tutto inutile, se non riesci a trasmetterlo a qualcuno.

stasera dormirò da solo. la principessa andrà a dormire da sua madre. le preparerò una cenetta a base di spaghetti al pesto, formaggi vari e insalata. un caffé in veranda e poi lei uscirà. e sarò solo, a dantedieci. buffa. mi dice "non invitar donne, ma esci, vai a trovare qualcuno". lo sa, son pantofolaio. in realtà non so se godermi la serata da solo o no. protenderei per il no.

oggi la mia cognatina torna a casa sua. ha un cucciolo nuovo di pacca nella borsa. suo marito, il nordiho, sarà matto di felicità. andremo a trovarli, spero. porterò i cohiba e li fumeremo in terrazza, guardando i boschi. spero che il cucciolo cresca lì, tra faggi, querce, cinghiali fagiani e lepri. da suo padre saprà di terra e di stagioni, e sua madre gli parlerà di sogni e fantasie. avrà una vita lunga e giusta. gliel'auguro.

oggi non ho voglia di far nulla. dovrei, ma non lo farò. essere stronzo ha i suoi bei vantaggi.

giovedì, 21 settembre 2006
ecco. mi hanno invitato. un blog. un altro. questo qui, che è casa mia. malaparata, che lo adoro perché mi piacciono i miei soci di penna che ci scrivono cosine bellissime, e poi il libro, che ormai è un impegno preso pubblicamente e voglio portarlo in fondo. ora c'é sphera che mi invita. e io accetto. non rifiuto mai. mi piace dire sì. salvo poi non frequentare abbastanza, che il tempo manca sempre. oppure litigare con qualcuno, che a me riesce tanto bene. e poi, non so, la leggo da tanto tempo, mi è sempre piaciuta. è stata uno dei miei primi link, appena seppi come funzionavano i link. insomma, mi fido.

un rutto alla coca cola prodotto in un casco con la visiera abbassata può provocare danni permanenti al cervello.

il capitolo diciassette. quando ho tempo voglio rileggerlo. mi è venuto strano. ancora più di getto degli altri. iniziato e finito. non so quanto tempo. forse un'ora, forse meno. mi è venuto facile. forse non c'erano dialoghi. solo un ricordo da gestire. senza cronologia. mi è uscito dalle dita fluido, liquido quasi. infatti, manco una rilettura. finita l'ultima frase era già pubblicato. neanche la solita rilettura rapida. infatti, ho sbagliato e l'ho chiamato capitolo diciotto. la fretta. chi sa se ci sono altri errori. ce ne saranno certamente. e chi se ne frega, correggerò poi. intanto oggi vorrei cominciare il capitolo diciotto. quella storia mi si accumula dentro. fatti nuovi, e personaggi che chiedono di uscire. roba che mi viene in mente casuale. come nella vita, del resto. calma, c'é posto per tutti. quasi.

mettiamola così: la vita è la vita, il blog è uno dei tanti altrove. come il sogno, appunto. non ti chiede nulla. a volte serve, altre no. non è un appuntamento. è una voglia. non è neppure un posto, pensa te. niente piante da annaffiare, niente polvere da togliere. però è tuo. sei tu. in fondo, a pensarci bene, anche tu non capisci a cosa servi. ma ci sei. chi più chi meno, tanto vale sfruttarsi.
leggendo infinitevarietà.

la vita reale a volte è molto complicata. per questo quando si dorme si sogna. il sogno è una semplificazione. quel che non serve si butta, quel poco che resta lo si trasforma in simbolo, quasi a volergli dare un'etichetta. poi, a volte, l'etichetta nasconde il contenuto. la realtà originaria è ormai lontana. il sogno ha portato a termine il suo compito. trasformare, significare, simboleggiare, nascondere.

mercoledì, 20 settembre 2006
il suocero che si vuole togliere i tubi, e poi il cucciolo, che è bello come il sole. e ancora il trasloco, e quello delle tende, e l'idraulico per mettere tutto a posto dalla suocera. e dantedieci che sembra una casa abbandonata, col giardino pieno d'erbacce e aghi di pino. dura, troppo dura. ogni tanto me lo ripeto in testa. vanuatu, vanuatu, vanuatu. speriamo che funzioni.

ieri sera verso le otto e mezza ho accompagnato la mia cognatina e suo marito in sala parto. e lei, per ringraziarmi, un'ora dopo mi ha fatto vedere il suo bambino. mio nipote.

martedì, 19 settembre 2006
già, si dice sempre. i numeri non contano. tu lo dici spesso, specie coi soldi. ma anche con la gente. lo dici sempre più spesso. posso farne a meno. ormai hai adottato questa filosofia regressiva. forse lo fai perché sai che per quanto basso, un numero non sarà mai zero. già, farsi forza con poco. poi vedi quel numerino a sinistra. e ti meravigli. cinquanta cinquemila. grazie.

mentre mio suocero è al secondo piano in rianimazione, pieno di tubi che entrano ed escono, sua figlia, la più piccola, potrebbe andare a trovarlo oggi, poi sale di due piani, entra in una stanza diversa e mette al mondo un bambino. sì, potrebbe succedere. mi piacerebbe che succedesse così.

lunedì, 18 settembre 2006
il giorno che mi rimarrà in tasca l'ultimo euro, comprerò un gelato e lo regalerò ad un bambino. così finirò in galera per adescamento. almeno il vitto e l'alloggio li avrò risolti.

perché la gente viene da me a dirmi quanto è furba? sperano in un consenso? oppure son convinti che tanta scaltrezza riuscirà a meravigliarmi? le furbate fatte per soldi, interessi, avidità, consenso, le conosco quasi tutte. per questo me ne tengo fuori. e che vadano affanculo.

in ciascuno di noi son nascoste delle doti. cose preziose, e importanti. ma rare. diamanti piccoli, e purissimi, capaci di moltiplicare la luce in cento raggi colorati e belli. solo che vanno trovati. nella sabbia della rabbia, del rito quotidiano, della fatica, dei vizi insopportabili che si accumulano con l'età, della banalità del vivere di oggi. onestamente, le ipotesi son due. o non son più interessato alle pietre, oppure mi son rotto i coglioni di scavare. mi tengo i miei due o tre sassi.

una cosa è certa. la principessa è una forza della natura. ha accompagnato suo padre in ospedale. l'ha rassicurato, ha gestito il trasloco, confortava la madre con continue telefonate, impartiva ordini alle sorelle e ai cognati sulle procedure di smontaggio e rimontaggio. poi è crollata anche lei, ma ieri sera all'ospedale, quando a visto suo padre dormire. stamani alle sei è ripartita per andare a vedere suo padre. ora è a lavoro. nel caso scegliessi l'uxoricidio, devo ricordarmelo. solo fucili di grosso calibro. un bazooka, meglio.

andrà meglio domani. molto meglio, spero.

oggi ho da lavorare, e da andare all'ospedale, e da fare un sacco di altre cose. sono stanco, non ci voleva una giornata così. una cosa buona. si stampano noi certe cose. veder uscire la roba seriale dalla stampante mi da un certo orgoglio. è come se producessi cose con le mani. insomma, quasi.

fine settimana di merda. sabato mattina ricovero preoperatorio di mio suocero. nel contempo trasloco completo della suocera dalla casa dove abitavano ad un appartamento in città. tutto in un giorno. suocera compresa. ieri viaggio di rifinutura del trasloco e pranzo a casa bensa in trenta. dopo pranzo visita di conforto al suocero ospedalizzato e insofferente. a casa tardi, stanchi morti. a letto senza cena. per addormentarmi stanotte mi son raccontato tutto il capitolo diciassette. ha funzionato.

venerdì, 15 settembre 2006
quando la merda schizza veloce, tu sorridi. se puoi, ridi forte. poi, lavati i denti.

ecco. ora vorrei. guardarti negli occhi. e basta. e tenerti le mani. e basta. in silenzio. e basta. tu capiresti. sorrideresti. taceresti. e basta. non lo farò mai. tu lo sai. e basta.

oggi dovevo comprare delle buste per gli inviti di un cliente. ho trovato una cosa. una cosa che mi piace molto. non la so usare, ma credo che sia un simbolo. confesso, l'ho comprata per feticismo. anzi, ne ho prese due. una la regalerò a chi sa anche usarla. spero ne goda il doppio di me.

il kebab se usato con moderazione può indurre sonnolenza. assunto in dosi massicce si rivela un potente afrodisiaco.

sarà che ho un poster con la sua faccia sulla parete davanti alla postazione dove lavoro. sarà che ho ancora l'auto dove lo scarrozzavo quando veniva da noi. non lo so, a volte mi sembra che mio padre sia ancora con me. mi son trovato a parlarci. strano.

basta poco. anche due minuti giusti. e la giornata va meglio. ieri è andata così.

giovedì, 14 settembre 2006
alle volte me lo dico. che cazzo di mestiere è il mio? non faccio nulla di buono. con le mani dico. bei tempi, quando facevo l'elettricista in fabbrica. stendevi cavi nelle canale dell'alta tensione. roba pesante e dura e sporca. ma alla fine collegavi i morsetti, davi tensione e vedevi partire un motore da cinquecento cavalli. ti faceva male tutto, ma vedevi quel che avevi fatto. così mio padre, che faceva ceramica. oppure mio zio col vetro. io non faccio. non si vede nulla. mi guardo le mani. inutili. e mi dispiace. aveva ragione mia nonna. "co' discorsi un si hompra nulla".

la differenza tra banalità e meraviglia. tutti pensano che sia nella forma. e cercano, i meschini. in realtà quel che desta stupore è solo il contenuto. e più è profondo, nascosto, più è stupefacente. una bella donna è solo una donna. la forma la rende bella. poi la conosci. il contenuto la rende unica.

la roba che hai non la spieghi. quello che non hai e che vorresti non lo avrai. quel che verrà sarà diverso. meglio così.

mercoledì, 13 settembre 2006
a volte il fascino di una mancanza supera il piacere della presenza. a volte dico.

c'è chi le chiama svolte della vita. io le chiamo curve pericolose.

ne son certo. una cosa è l'edilizia, altra cosa è l'architettura. dati tot metri quadrati di terra, il problema dell'edilizia é quanta gente ci può stare (tanta), il problema dell'architettura è come posso farcela vivere felice (poca). un approccio quantitativo contro un approccio qualitativo. a parte che son sempre più convinto che anche un mattone in più ormai su questo pianeta sia un passo verso la fine. vorrei una legge dello stato. fino a che l'ultimo metro cubo vecchio e dismesso non sia stato recuperato a nuova vita, neppure una cuccia per il cane potrà essere fatta ex novo. forse impareremmo che la terra non è nostra, ma è degli alberi e degli animali che l'hanno abitata prima di noi. ma nessuno la farà una legge così. peggio per i bambini di oggi. moriranno tutti soffocati, e malediranno i genitori che hanno cementato il mondo. ma ripensando all'architettura. quella onesta, etica, quella vera. è ricerca. ricerca di una vita possibile. di uno spazio che ci consenta, non che ci precluda. quindi, non può essere seriale, ma individuale. un architetto non può concepire vespai di casette incastonate l'una sull'altra. non può chiedere ad un uomo di vivere sotto i piedi di un altro. l'architettura è un concetto che offre ulteriori possibilità di aggregazione, non di disgregazione, come sta facendo l'edilizia di oggi. ergo, da un punto di vista urbanistico, sto elaborando un principio. delle abitazioni costruite negli ultimi cento anni in italia, ne salverei forse il cinque per cento. il resto, pane per le ruspe. un principio fascista? può essere. non è colpa mia se il pianeta è troppo piccolo.

la realtà è sempre diversa da come piace a te. la gente la vorresti tranquilla, invece è agitata. alcuni li vorresti complici, vicini, invece sono scostanti, distanti. le cose le vorresti una alla volta, invece ti arrivano tutte insieme. come i desideri. vorresti fossero appagati, invece ti bruciano dentro. a volte è un caldino buono, altre un incendio. succede così.

ieri appuntamento con un architetto. ha scritto un libro su leonardo ricci. voleva vedere dantedieci. sono arrivato che era già lì, naso all'insù, che scrutava. aveva riconosciuto la casa da lontano. trent'anni, siciliano di riesi, dove ricci ha costruito un intero villaggio, monte degli ulivi. studente a firenze, si è innamorato di monterinaldi, dove ricci ha costruito un gruppo di ventidue case. ora è uno dei massimi esperti. al mio paese ha avuto un incarico per il recupero di una frazione. a vederlo sembra uno di quinta geometra. smilzo, minuto, vestito come uno studente. si meravigliava di quanto il mio paese fosse vicino a firenze. venti minuti da casa sua a casa mia. tipico dei fiorentini. o degli studenti che non hanno avuto l'auto per molto tempo. fuori dalla cerchia urbana non esiste nulla. insomma, era lì, estasiato. siamo entrati e gli ho fatto vedere tutto, anche i disegni. era incantato. parlava di ricci come di un vecchio amico. invece era un ragazzo, ma lo si sentiva preparato. riconosceva gli stilemi. le scale ad aggetto, i volumi, i setti a chiudere gli spazi, a delimitarli otticamente ma non come percorso. nel salone era quasi commosso. ha detto che leo ricci faceva i soggiorni che esplodevano verso l'alto, come cattedrali. vero. il cambio di livello tra ingresso e soggiorno da questa sensazione sacrale. ha visto il camino. ha sorriso. ricci faceva caminetti piccolissimi e scomodi. io lo guardavo, 'sto pischello vestito da pischello, che da bravo architetto teneva un contegno serio e compassato, ma tradiva la meraviglia che solo i pischelli hanno dentro. ad un certo punto mi ha detto che le case di ricci erano belle perché le faceva lui, sceglieva le pietre dei muri insieme ai muratori. il risultato era di case bellissime, ma non lussuose. come se estetica e ricchezza si separassero. anzi, quel senso di manualità che si sentiva in ogni forma, le faceva sembrare semplici, povere. lasciando la forma bella, assoluta, ma acerba, quasi incompiuta. ci siamo ripromessi ulteriori visite, sedute fotografiche, misurazioni e anche una scansione digitale dei disegni originali della casa. si è quasi commosso. passava la mano sui contorni ripassati a china, sui particolari, sulla firma di leo ricci. era l'ora di pranzo, gli ho chiesto se aveva mai mangiato in una casa di ricci. da bravo siciliano si è ritratto pudico, e ha accampato impegni improrogabili a firenze. è ripartito, con una fiesta scarrettata. sarà un bravo architetto, se la politica non lo corrompe. agli architetti succede spesso.

martedì, 12 settembre 2006
certe persone, più son lontane, più paiono belle. e ti mancano, anche solo per litigarci. o guardarle. in silenzio.

il capitolo sedici. quasi finito. ma è cazzuto. e io non ho tempo. ci vuol calma a far succedere le cose. se non l'hai, succedono lo stesso. ma senza logica. i personaggi diventano schizoidi. anche i fatti prendono una piega irrazionale. insomma, se certe cose non te le spieghi tu, come vuoi che le capisca chi legge? non sarò mai un bravo scrittore. potrei essere comunque un buon presidente della "lega protezione lettori".


ieri tutti a commemorare l'undici settembre. come se quei quasi tremila morti fossero gli unici. i più importanti. quasi più importanti di quei sei milioni di ebrei. ma quelli son roba vecchia. bene, vogliamo roba nuova? tutti i giorni per fame muoiono trentamila bambini. trentamila. dieci volte. ogni giorno che passa. da quell'undici settembre del duemilauno sono morti cinquantaquattro milioni e settecento cinquantamila bambini. di fame. è una morte lenta, brutta. ma non succede sotto una torre. non a new york. che sfortuna. una cosa mi impressionò. la carta. il crollo delle torri liberò nell'aria milioni di fogli. carta formato us legal. misurano in pollici loro. documenti. il posto più ricco del mondo non produce cibo, o manufatti, oppure mobili, mattoni, o vino. la ricchezza vera è produrre documenti. protetti dalle armi. quei miliardi di dollari scritti su documenti quel giorno diventarono inutili. le armi per proteggerli erano state aggirate. se dovessi definire quel giorno lo chiamerei
"il giorno che il cielo si riempì di carta inutile"
già, un giorno ci accorgeremo che la carta non serve per vivere. per non morire di fame, l'importante è far cibo, e mattoni, mobili, e anche vino. mica carta. la carta è inutile. se non ci scrivi una poesia.

lunedì, 11 settembre 2006
è che uno non è sempre uguale. meno male che c'è il tempo. le cose passano. le voglie no (sorriso flemmatico).

ecco, oggi ho bisogno d'inverno. sarà il caldo, che ti fa sentire idiota. il cervello è peggiorato. non saprei dire che scarpe porto adesso, eppure non ne ho molte. sto subendo troppo. anche il caldo. mi sento stupido, ma accendo il condizionatore in auto. ieri pranzo sardo da amici. un vento caldo che rincoglioniva. abbiamo preparato i malloreddus alla campidanese. buoni. ma mi sentivo fuori da tutto. un po' di blues dentro, e la voglia d'inverno. mi son trovato ad aver voglia di freddo. quel gesto che si fa quando si esce. chiudere lo zip del giaccone. vero, quel gesto è rassicurante, protettivo. voglia di chiudersi addosso. o chiudersi in casa. meglio. non voglio la neve. voglio quel freddo che ti buca la pelle la domenica mattina quando esci a prendere la legna per il camino.


non è facile. quando le cose non vanno. e ora non vanno. elenco lungo. di cose non belle. mancanze, assenze, lentezze. vuoti. vuoti fisici, ma anche vuoti di memoria. cose che non hai più. perse. persone che non vedrai più. perse. altre che vorresti vedere ora, ma che vedrai tra un po'. tempo perso. sì, perso anche lui. onestamente sto perdendo troppo. bello il vuoto, ma quando lo scegli. senno' è un furto. ti senti derubato.

sabato pomeriggio ho fatto una marcia. da agliana a quarrata: la marcia della giustizia. non ne avevamo voglia. la principessa era triste per giò, e anch'io lo ero. ma era un impegno preso con un'amica. una camminata estenuante, di otto chilometri. non eravamo molti, un migliaio circa. ma l'interessante è successo all'arrivo. beppe grillo che faceva da conduttore ad un talk show improvvisato nello stadio nel quale erano ospiti alex zanotelli, luigi ciotti, gherardo colombo, giancarlo caselli e altri. c'era anche un economista francese, serge latouche (nonostante fosse menomato e claudicante, con l'aiuto di una mazza ha camminato con noi per tutta la marcia), sostenitore della teoria della decrescita e del localismo. un'utopia affascinante, molto direi. buffo, vedere sindaci, amministratori e rappresentanti della politica che stavano lì, a farsi sbeffeggiare da questi picconatori del potere che gliele cantavano chiare e tonde, a volte urlate (specialmente grillo). i molti gonfaloni oscillavano al vento e agli attacchi di questi uomini strani, eterogenei, ma uniti da quel cercare una soluzione di convivenza nazionale e internazionale che si potesse davvero chiamare "giusta". me la sono goduta. a parte le due zampogne che mi gonfiavano le scarpe. e il pensiero di giò.

stanotte ho sognato che facevo l'amore. anzi, no, scopavo. ecco, scopavo con un sacco di donne che conosco. tre o quattro le ricordo ancora. era tanto che non sognavo di scopare. mai sognato scopate molteplici, multiple, seriali. forse ero in arretrato.

sabato, 09 settembre 2006
a volte succede che sei stanco. oppure non capisci. allora ti mandano a curarti. come un tagliando dell'anima. acqua olio, tutto a posto? poi, dopo pochi chilometri, ti fermi ancora. l'anima non la ripari facile. non è come il cuore. non si trapianta. allora sparisci. scappi. ti impicchi. come oggi un amico. gli piaceva la musica. non è bastata. dio merda. ciao giò.

il problema dei peccati è che mancano le occasioni. o anche il tempo. ma il più delle volte manca il coraggio.

i peccati servono. a farti sentire vivo.

certe persone. più ti avvicini, più paiono irraggiungibili.

venerdì, 08 settembre 2006
non si può evitare di cancellare. e di pentirsene. è destino che l'una cosa sia seguita dall'altra. come la memoria, che cancella fatti e persone, e lascia voglie e sensazioni.

mi sa che il capitolo sedici dovrà aspettare un po'. è tutto in testa, una riga lì, una frase là, e poi ancora un fatto, una scena. ma ci vuole il tempo per metterlo giù. peccato, ero curioso.

oggi ho dimenticato a casa il telefonino. segno di vecchiaia. ma non me ne frega nulla. segno di saggezza?

giovedì, 07 settembre 2006
stasera farò l'elettricista nella casa che abbiamo preso in affitto per i suoceri. farò anche il fabbro, e forse il falegname. mi taglierò due dita, mi brucerò e forse morirò attaccato alla corrente. ma sarà per una giusta causa. vuoi mettere?

lo so già. la prossima settimana non mi piacerà. (sorriso maldestro)

una cosa veramente pietosa da vedere è la gente innamorata in mancanza di meglio.

cinquantaquattromila. grazie.

mercoledì, 06 settembre 2006
che effetto strano. stavo cercando roba jazz. vedo al jarreau, boogie down. non so quanti anni era. il mio primo spot tivù. una ditta di imbottiti. sala di posa, tanta luce (allora le telecamere volevano chilowatt a decine). un bel divano. tre ragazze che ci saltano su e giocano. sorrisi, capriole e spinte. registrai tutto su una cassetta da un'ora di nastro tre quarti di pollice. poi chiesi chi montava. non avevano montaggio. moccoli. mai perdersi d'animo. avevano un tre quarti portatile. con la pausa, lo usavano con la telecamera. montai tutto col tasto pausa. compresa la sovrimpressione del marchio finale, fatta sul cartello della ditta con una telecamera. fu una produzione poverissima e magnifica. di quelle che ci credi. bei tempi. il cliente non mi pagò. chiuse poco tempo dopo. roba tipo "prendi i soldi e scappa". ero giovane, avevo ancora da imparare. sei mesi dopo ero il responsabile delle produzioni pubblicitarie di italia sette. cento campagne circa e più di quattro miliardi l'anno di amministrato. non ho fatto niente di meglio, da allora. niente che mi divertisse come quello spot girato in tre quarti e montato con la pausa. deve essere stata la musica.

il mio paese sta cambiando. in peggio. il giorno che mi accorgessi che è diventato una città, vendo tutto e vado davvero su un'isola lontana. se mai un tempo siano state diverse, oggi le città sono posti invivibili, insopportabili, irrespirabili. anche i cani si leccano il culo per cambiare sapore.

un uomo un giorno disse: "bene, se una donna fa un figlio in nove mesi, allora nove donne riusciranno a farlo in un mese". oggi tanta gente fa ragionamenti simili. e molti son donne. non è importane capire. l'importante è ottenere.

ieri l'igienista mi ha insegnato un po' di cose sui denti. tipo lavare il dente finto. col viakal. onestamente non ho il coraggio, anche se me lo ha detto con una serietà indiscutibile. poi mi ha detto che per i miei denti sarebbe bene usare l'idropulsore. e lo spazzolino elettrico. visto che gli ho radi e scoperti, io ho suggerito un idrante da pompieri. lei ha riso, dicendomi di comprarli buoni, mica quelli del supermercato. stamani sono andato in un negozio. c'era un bel "professional care" di oral bi. centodiciannove euro. spazzolino e idropulsore insieme. atomico. l'ho preso. cosa non si fa per un'igienista.

mi sono arrivate le multe arretrate di quando vivevo in città e parcheggiavo da campagnolo. una cifra immonda. già, gli errori li paghi. tardi, con gli interessi, e con la mora per giunta. certi errori si pagano doppi.

martedì, 05 settembre 2006
vedi? ti sei già arenato. il capitolo quindici è lì, quasi finito. ma non ti convince. eppure hai fretta. come se fossi curioso. ma non sei un lettore. no, tu sei quello che scrive. senza sapere cosa, ma lo stai facendo. hai fretta di andare avanti. invece no. ci vuol tempo. e pazienza. è una roba complicata. come la besciamella. non puoi mettere tutto insieme e mischiare. e chi ti sta leggendo? metti ce ne sia uno. bella educazione, farlo aspettare una settimana per due paginette. ma non lo fai per lui. lo fai per te. chiunque sia, chi legge capirà. non si scrive su ordinazione. mai. lo si fa per puro piacere. come leggere.

stamani pulizia dei denti. l'igienista era una nuova. giovane, mora, minuta. fiorentina, ma con certe inflessioni senesi, appena accennate. mi ha detto dopo che si è laureata a siena. insomma, una parlata mista, sporca, buffa. e poi la guardo. si avvicina e si mette a lavorare alla mia bocca. un tuffo. è una sosia. identica a una nostra vecchia amica. che quando eravamo giovani si era spesso insieme. ricordo un ultimo dell'anno all'elba. che mia moglie tornò prima per lavoro. ci rimanemmo ancora qualche giorno, insieme agli amici. e successe qualcosa. era troppo bella. quando è troppo è troppo. ma era anche saggia. fortuna mia. e forse anche sua. era tanto tempo fa. un'igienista giovane e graziosa me l'ha fatta ricordare. cazzo, due gocce d'acqua. ora che ci penso. farà quarantacinque anni il trenta ottobre. accidenti, la memoria fa brutti scherzi. lei ora vive a roma. ho ancora il suo numero. le farò gli auguri. sperando di farle piacere. sperando di ricordarlo, anche.

elaborare un lutto. ci sto pensando. che significa elaborare? come faremmo con un motorino per farlo andare più forte? oppure come una ricetta? preferisco capire, oppure metabolizzare, se si vuole essere raffinati. meglio capire. che anche farsene una ragione è una frase fuori luogo. non c'é una ragione, basta. mia madre è morta nell'ottantacinque. sessantadue anni. mio padre a novantadue, nel duemilatre. mi ricordo meno lei. molto meno. lo dico con dispiacere, ma è così. è morta relativamente giovane, forte, autonoma. avevo più bisogno io di lei che lei di me. l'ho pianta, ma non come mio padre. è stato diverso. era vecchio. mi piaceva aiutarlo. fargli piccoli servizi. accompagnarlo in giro. non glielo dimostravo. facevo l'insofferente. roba di maschi. ma sotto sotto mi garbava andarlo a prendere, aiutarlo a salire nel discovery, mettergli la cintura di sicurezza e parlare con lui mentre si viaggiava. aiutarlo a togliere sciarpa cappello guanti e cappotto. preparargli la poltrona davanti al camino acceso a casa bensa. oppure davanti alla tivù, quando abitavamo in città, nell'attico. faceva le scale con una lentezza assurda. io dietro, paziente, attento. e gli parlavo, tanto per intrattenerlo. con mia madre è stato diverso. era lei che dava ancora a me. diabetica ma forte, efficiente, materna insomma. mi aiutò a metter le valigie nell'auto per la vacanza in scozia. morì tredici giorni dopo, di leucemia fulminante. non l'ho vista invecchiare. in fondo, non ho potuto restituirle niente di quello che mi aveva dato. mio padre e mia madre. entrambi mi hanno reso orfano, ma in modo diverso. e adesso forse mi manca più lui di lei. lo so, è una bestemmia, ma è così. ecco, forse quando ti manca qualcuno, la vera mancanza che senti dentro è quello che avresti ancora potuto dargli. non so se mi spiego.

lunedì, 04 settembre 2006
c'è da ringraziare l'inventore dei vestiti. un po' per coprire tutta quella meraviglia che le donne portano in giro. un po' per coprire la reazione che tanta meraviglia suscita in te.

la realtà. uno va in vacanza. bella la puglia. il mare, il sole, il pesce mangiato appena pescato. bello. poi trova questo. e allora ripensa alla realtà. un giornalista, fabrizio gatti. l'hai anche conosciuto, in occasione di un premio. un giovanotto piccolo, un po' spelacchiato. che racconta un'italia che non te la immagini neppure. ecco perché dico che si perde tempo. ma poi lo scordo. son fatto così. mi perdo dietro ai discorsi.

avere un sacco di roba da scrivere e da raccontare e non averne il tempo. perfetto. ti risparmi un sacco di cose. non ultima, la delusione di non saperlo fare.

venerdì, 01 settembre 2006
e ora a casa. va bene così.

l'altra sera. serata di carte. ma non abbiamo giocato. si sviluppavano idee per il compleanno di un'amica. cazzate insomma. poi il padrone di casa finisce su rai click. un sito dove si vede roba vecchia. ascanio celestini. uno che racconta. siamo stati un'ora ad ascoltarlo.affascinati. come bambini a sentir favole. celestini, paolini, anche beppe grillo. com'è che ci piace ascoltare? come bambini piccoli. non lo nascondo, io ne ho bisogno. e penso tutti siano come me. sì, il mondo ha bisogno di addormentarsi sentendo una fiaba.

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