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venerdì, 30 giugno 2006

ultimo giorno. uffici, banche, ultimi appuntamenti. oggi devo devo devo devo. poi basta. una settimana al mare. una full immersion di principessa, amici, chiacchierate, risate, bagni, immersioni, girate, foto, mangiate, dormite in amaca, passeggiate, letture, carte, relax. una settimana intera con le solite ciabatte, i soliti pantaloncini, la solita maglietta. soprattutto, una settimana nell'acqua di mare. e vaffanculo.

giovedì, 29 giugno 2006
è che non ci sono abituato. alle notti in città. gli orsi si rintanano presto. quelli vecchi poi. allora farti scoprire all'aperto, da quel quarto di luna gialla, malata, che ti guarda spuntando in un triangolo di cielo viola tra i palazzi. e tu che ti scusi con lei, come dire che non dovevi esserci, in quel posto sbagliato coi colori sbagliati. e girare, con le facce illuminate dal caldo della notte tra le case e dai neon delle insegne. gente rossa, blu, verde. fantasmi di cartoni animati, seguiti da ombre negative che si allungano sui marciapiedi. fatemi andar via. via. casa, rifugio, nido, grotta, nascondiglio. da lì si vede la luna. bianca, nel cielo nero. e gli alberi, a proteggermi. dagli altri. belli gli orsi, ma non li vuol nessuno. gli orsi ringraziano.

lo scetticismo è protettivo. la disillusione è rassicurante. il disincanto è di per sé una forma di speranza. di questi tempi, qualsiasi sicurezza fa un comodo cane.

vero. ma i sogni bisogna tenerseli per sé. basta che li passi a qualcuno, che incomincia a soffrire.

a sognare non si fa male a nessuno, se non a sé stessi, talvolta.

mercoledì, 28 giugno 2006
sabato. al mare. una settimana. finalmente. mi ero davvero rotto i coglioni di questo dolce far niente.

già, perché uno scrive? voglia di raccontare. e di ascoltare. sì, onestamente si scrive anche per rileggere. e compiacersi, ma raramente. una cosa è certa: si scrive sempre da soli, comunque. un modo di ingannare il tempo? può essere. mettiamola così: si scrive per farsi compagnia.

ho lavato il discovery. era un anno quasi. non me lo ricordavo. ha un colore bellissimo. ecco, ora può piovere.

martedì, 27 giugno 2006
a volte non si ha niente da dire. forse per questo ai forum si preferiscono gli orificium.

mangiare da soli è come masturbarsi. solo che alla fine non godi.

telefonata. niente carte stasera. rimandate a giovedì. meglio. dantedieci con la principessa. prepareremo un po' di roba per la settimana al mare. sabato è vicino. se lo chiami risponde.

è inutile rimanerci male. la gente è scortese. tira dritto. già, ognuno ha la sua strada. e il fatto che tu girovaghi non ti autorizza ad intralciare il traffico.

stasera carte. dopo almeno un mese di assenze, giustificate o meno. ceneremo al fresco, in veranda, roba buona. e poi musica mediamente tossica, carte e prese di culo. perderò, sulla musica e a carte. vincerò nel resto.

la principessa ogni tanto mi stupisce. l'altro giorno se ne esce col voler vivere sul mare. io la guardo, e ci metto un carico da undici: non sul mare, su un'isola. le mi guarda e dice: va bene. e ora?

lunedì, 26 giugno 2006
non c'è un modo particolare di assentarsi. basta farlo.

eravamo piccoli. un giorno venne a trovarci il fratello di mia madre. lo zio merda, si faceva chiamare. due metri e cinque, capelli neri e carnagione scura (a differenza di suo fratello, lo zio che stava in sardegna, capelli rossi e lentiggini) e un "pollice verde" da miracolo. il suo giardino in viale d'annunzio a firenze era davvero un orto botanico. anche mia madre e sua sorella non scherzavano. una famiglia particolare, davvero, tutti miracolati, se si trattava di piante. mio zio portò una piantina, buffa, con delle foglioline sproporzionate. disse che si chiamava "orecchie di elefante". di darle acqua, tanta, un sottovaso sempre pieno. voleva un posto caldo e sole non diretto. e dategli terriccio di castagno, meglio merda, di bestia grossa, ma spenta, stagionata. voleva dire lo stallatico. vedrete, verrà la più bella pianta che avete mai visto. mia madre sorrise, era abituata alle sparate del fratello fiorentino. ne dette una anche alla zia. il tempo passò, e sia la pianta di mia madre che quella della zia crescevano. facevano una foglia interna, arrotolata. poi la foglia si stendeva, ed era sempre più grossa della precedente. quelle esterne, vecchie, ingiallivano e seccavano. poi, nel vaso, ogni tanto spuntava una piantina nuova. piccola, ma uguale alla madre. mia madre rinvasava spesso, e ricordo che incominciammo a comprare conche di cinquanta, sessanta centimetri di diametro, che riempivamo di terriccio e ci si metteva queste piante ormai grandi. alte due metri e più, con foglie di almeno un metro. erano davvero uno spettacolo. l'orgoglio di mia madre. le tenevamo in giardino, sotto i pioppi, e d'inverno le mettevamo a dimora in casa, le più grandi in veranda, coprendole con dei nylon che appuntavamo alle finestre. una jungla bellissima che faceva felici tutti. poi mia madre morì. le piante, come tutta la casa, subirono un contraccolpo. alcune seccarono, altre marcirono, messe negli angoli, dimenticate. ogni tanto andavamo a trovare mia zia. le sue erano superbe, ma non ce le godevamo. eravamo tristi. e lei era anche un bel po' malata. un giorno mi telefona. te ne voglio regalare una grande, ora che abiti in campagna. andammo a prenderla col camioncino di un mio amico. era gigantesca. arrivati a casa bensa decidemmo di metterla dentro. fuori era troppo ventoso, avrebbe distrutto quelle foglie fragili. al piano terra non ci stava. le foglie si piegavano sotto le volticciole di tre metri. era enorme. la portammo su, nella stanza centrale, dove il tetto al colmo sfiorava i cinque metri. c'entrava. era magnifica, possente. le foglie erano una decina, di quasi due metri l'una. poco dopo anche mia zia morì. in casa mancava la luce per cotanta clorofilla. la pianta deperì, ne tagliammo il rizoma facendone una mezza dozzina di piantine piccole. avevo un gran dispiacere dentro. poi ci separammo, e poi ancora insieme, io e la principessa. fino a dantedieci. lì ci abbiamo portato quelle piantine, che lei conservava in città. è ormai più di un anno. ho trovato il posto giusto. caldo e sole indiretto. le annaffio tutti i giorni, quasi. stanno crescendo. ce n'è una che adesso è un metro e mezzo. entro un anno spero che tutte abbiano superato i due. le ho anche trovate su internet. il loro nome è colocasia gigantea. ma non è importante. sono le orecchie di elefante. le piante di mia madre. che non c'è più. e della sua strana e bellissima famiglia. che non c'è più. queste piante sono l'unica vera eredità che ho di lei. o meglio, il suo ricordo più importante. le voglio grandi le mie colocasie gigantee, le voglio davvero gigantee. a ricordarmi un amore lontano, così grande che ce n'era per tutti. piante, bestie e cristiani.
anche tu non sei da meno. in una contabilità eventuale uno come te dove pensi che verrebbe registrato? senza alcun dubbio la voce sarebbe: sopravvenienza passiva.

certe volte vorresti una pistola. davvero. lo so, sei pacifista, convinto, definitivo. ma certe volte la vorresti. e usarla, contro certa gente. farlo. tranquillo. preciso. in mezzo agli occhi. nessuna sofferenza. solo, eliminare. il soggetto malato. deviato. l'acaro che ti si presenta davanti. in tutta la sua egoista inutilità. lo sai, è mostruoso quello che stai pensando. ma lo è anche la persona da far sparire. spegnere quella mente piccola, egocentrica, votata al nulla eppure così costosa, esosa per la società che la sopporta. a che serve? a nulla, è solo un costo, un debito, una tassa per il pianeta. liberarlo da quella piaga forse aiuterebbe a campare una famiglia di curdi, o un villaggio in sudan. allora dai, fallo. che vuoi che sia? togli quel pidocchio dalla faccia della terra. finirai in galera. ma avrai fatto una cosa giusta. a volte è meglio, esser contrario a qualsivoglia tipo di arma.

ieri pranzo a dantedieci. i genitori della principessa. lui semi partito, evanescente, distratto, ma padre padrone, di tutto e di tutti. lei grande e grossa, diabetica, cardiopatica, con problemi di ossa, circolazione e quasi inferma. si è anche lussata un polso, in una delle innumerevoli acrobazie che fa per stare in piedi. mi è piaciuto lo stesso. quei due signori anziani. metterli a proprio agio. separarli quando litigavano (i vecchi si voglion bene, ma spesso non si sopportano più). io con lui al caldo in giardino, a fumare e parlare per la miliardesima volta dei suoi ricordi. le due donne dentro, al fresco, a parlar di cose loro. poi una sorella della la principessa li ha riportati a casa. se uno guarda bene, giornata buttata via. ma si sa, a me piace buttar via.

venerdì, 23 giugno 2006
stasera cena da una cugina. in mezzo alle colline che portano a pistoia. farà il fritto, alla vecchia maniera, come lo facevano sua madre e sua zia. mi sembrerà di tornare a casa, da ragazzo, quando mia madre si incazzava che gli si prendeva le patatine dal vassoio. altri tempi. altri fritti. altro tutto.

riunione coi soci. maschi. mi manca la femmina.

allora ho ragione io. inutile far programmi. l'imprevisto è lì. ti aspetta proprio mentre sei quasi certo di quel che succederà. quasi. quel quasi significa tutto. allora tanto vale campare alla giornata. che dico giornata. al minuto, quando va bene.

ci sono cose che neppure un blog anonimo dovrebbe contenere. infatti, non le conterrà.

giovedì, 22 giugno 2006
abbiamo un'economia allo sbando, uno stato coi debiti sopra ai capelli, un caos energetico da paura, una siccità in arrivo, un futuro di lacrime e sangue, una sanità in sfacelo, una ricerca al lumicino, una società intrisa e diretta da ladri e truffatori. e siamo tutti contenti. abbiamo battuto i cechi due a zero. e allora mi vien da pensare: loro saranno cechi, ma noi siamo ciechi.

solo, in ufficio. aspetto un cliente. il socio è a casa, dice a tagliar l'erba nei campi. la socia al mare (beata lei). rientrerà lunedì. intanto mi manca. aspetto un cliente, che ancora non si vede. mi affaccio. per la strada nessuno. possibile che quando undici mentecatti si mettono a rincorrere una palla si fermi il mondo? evidentemente sì. ho sbagliato pianeta.

l'unica cosa bella dell'aver tempo, ma bella davvero, è buttarlo via.

molti affrontano le cose del giorno con una sicurezza di sé davvero invidiabile. se solo sapessimo quanto menefreghismo ci è voluto per annegare le emozioni, smetteremmo di invidiarli.

mercoledì, 21 giugno 2006
non piove manco con lo scooter e l'annaffiamento dei giardini. ho perso i miei poteri di sciamano della pioggia. c'è rimasta l'ultima risorsa: lavare la macchina. quello funziona sempre.

e corri, corri, senza pensare. dai, che c'hai fiato. forza, che ce la fai. perché? dove si va? da nessuna parte, ecco dove si va. aspetta. ferma, ferma tutto. ti fanno correre, con una frusta a forma di morale. e dai, colpi sulla coscienza, così vai di più. ti guardi intorno. da fermo le cose son differenti. a cento all'ora i profumi non li senti , i posti non li vedi. ecco la differenza. allora la sai una cosa? vado a piedi, grazie.

strana la memoria. la memoria non è onesta. non ricordi esattamente il fatto, o le parole, ma il senso di quel che è successo. già, ma il fatto non ha un senso in sé stesso. il senso glielo dai tu, dopo. allora cosa ricordi? quello che hai scelto di ricordarti. ecco fatto.

ieri sera prima di cena ho annaffiato i giardini bassi e quello dietro la cucina. oggi a pranzo quello alto, tra soggiorno e cucina, piantine grasse comprese. l'ho fatto con tutto l'amore che avevo. poi ho spolverato accuratamente lo scarabeo e l'ho preso per venire a lavoro. non so come si faccia la danza della pioggia, ma se ho fatto le cose a modino, dovrebbe diluviare.

l'immagine nella testata l'ho tolta. l'ho messa qui a sinistra, sperando che adesso si veda bene. è che non ci capisco una mazza in questa storia dell'accatiemmeelle. e poi non posso perdere ore a far prove che tanto non riescono. ho di meglio da fare. non fare, per esempio.

settimana di festa al paese. sabato e domenica ho evitato accuratamente. sono riuscito a non uscire dal cancello di dantedieci. ieri sera idea micidiale. andiamo a vedere. era pieno di gente. cazzo, ma nessuno sta a casa la sera? non ho visto che due esposizioni, e in fretta. il resto è stato tutto un salutar gente che non vedevo come minimo dalla festa dell'anno scorso. quest'anno tre new entry, due cugini e il mio commercialista. su trenta persone, almeno ventisei me le sarei risparmiate volentieri. facciamo tutte va'. tornato a mezzanotte. ho letto fino alle due. finito andrea camilleri, la vampa d'agosto. bellino, davvero bellino. almeno così mi sono addormentato in pareggio.

martedì, 20 giugno 2006
ecco, io avrei cambiato l'immagine della testata. si vede su firefox, ma non su explorer, e manco su safari. ma si sa, il mac è stupido. speriamo che gli altri computer siano più furbi. vista l'assenza di sostanza, ci tengo alla forma.

l'immagine della testata avrebbe dovuto essere questa. avvertitemi se è visibile o meno, ve ne sarei grato. grazie

anche fuori. nel gesto, dico. son differenti. le donne, sì. noi si butta fuori tutto subito, ma è tutta una recita. sembra outing, a volte pare davvero uno sfogo sincero. ma non lo è. siamo melodrammatici, ecco. esteriorizziamo. o meglio, non interiorizziamo. questo ci aiuta a non capire nulla. ci basta la superficie. e andiamo avanti, contenti. le donne no. sembrano impermeabili, imperscrutabili, impassibili. macché, quelle captano, filtrano, assimilano tutto. non buttano via nulla. anche quello che per noi è inutile. loro lo mettono dentro, e poi elaborano. tanto. sembra non facciano altro. poi, dopo, ma molto dopo, ti parlano. e allora il dies irae dal requiem di verdi sembrerà quasi una filastrocca da asilo.

intanto litigo col socio. su freehand, programma di merda per me, la bibbia per lui. mi manca la socia. luz de mi vita dove sei? torna, questa casa aspetta a te. anzi, no. che si goda la settimana di mare. senno' mi tocca litigare anche con lei.

ieri sera ho anche rivisto gente. alcuni ero contento di vederli. altri no. nella media, ci ho rimesso. succede.

ieri sera di nuovo festival dell'unità. io e la principessa. da soli. abbiamo mangiato al ristorante multietnico. roba buona, centro africana, asiatica e sud americana. multietnica, appunto. ma non era per le banane dolci fritte o il cous cous che ci siamo andati. c'era il concerto di mauro pagani. uno dei migliori musicisti italiani, secondo me. intanto ha lavorato con de andré per quello che io considero uno dei suoi dischi migliori, creuza de mä. insieme hanno fatto anche nuvole, molto bello, e altra roba. tanta, ma creuza de mä resta l'apice. e non lo dico solo io. brian eno, che al tempo era il produttore degli u due, lo definì il miglior album degli ultimi dieci anni. era anche tra i fondatori della premiata forneria narconi. quattro album che tengo come le cose sante. insomma, oggi è difficile trovar di meglio, in italia. e ieri suonava, dal vivo. peccato, perché la musica di mauro pagani è fragile, complicata, preziosa, acustica. a certi suoni dà noia il parlare della gente, il movimento intorno, i fumi di frittomisto che vagano nell'aria. dava noia anche luciano violante, anche lui presente alla festa dell'unità. mi sarebbe tanto piaciuto sentirlo parlare, perché mi piace come persona, ma credo che la musica a volte sia più civile delle parole, e ieri sera lo è stata. siamo partiti dalla genova di de andré, e abbiamo fatto il giro del mediterraneo. tutto, dalla spagna all'africa, dalla grecia alla turchia, e poi le isole, per poi tornare a casa, portati da onde di un mare di musica bella. erano tre, un chitarrista, un percussionista e lui, che suonava chitarre varie, liuti, flauto e violino. roba da teatro. da buona acustica, chiudere gli occhi e non perdersi neanche l'ultimo pizzicato, il trillo finale. saltare anche, e battere le mani, ma noi, noi soli. noi e la musica. un po' come far l'amore in un parcheggio troppo frequentato. godi, ma con riserva.

lunedì, 19 giugno 2006
ecco, sì. saranno stati questi tempi. una giornata così. mio padre comprò la casa al mare. oddio, mare. eravamo a dodici chilometri, nell'entroterra di cecina. un mondo di colline e boschi e campi e contadini e pastori. un mondo povero, duro, polveroso d'estate e ghiaccio d'inverno. entrammo in quella specie di kibbutz fatto da dodici mini appartamenti. era piccolissimo. dai, portaci al mare. con mio fratello eravamo due gatti attaccati ai coglioni di mio padre. lui tira un paio di eresie e si monta sulla fiat millettre bianca. parte per marina di bibbona. a marina c'erano solo cinque cose. il maneggio dei cavalli, subito dopo il passaggio a livello sull'aurelia, il forte col ristorante in fondo a sinistra, poi a destra uno spaccio che vendeva dai panini agli ombrelloni, l'hotel marinetta, nel suo lussuoso bianco e azzurro, e poi in fondo, ma in fondo davvero, il bar degli zazzeri, col bagno, le cabine, gli ombrelloni. e il ristorante. si scoprì poi che col pattino di salvataggio la mattina presto calavano le reti, e alle nove le tiravano a riva piene di gamberetti da friggere. arrivammo al parcheggio e cominciò a piovere. mio padre mette la macchina sotto le pensiline del bagno, apre lo sportello e tira una filza di moccoli. io e mio fratello ci si cambia in macchina, e poi via, nell'acqua. mia madre, sotto la pensilina, ci guardava fumando. era il primo bagno che facevo a marina di bibbona, il mare della nostra casa al mare. mentre pioveva, mio padre bestemmiava e mia madre fumava. avevo nove anni, ci avrei passato tutte le estati fino ai sedici. dalle prime sigarette fregate a mia madre e fumate in cabina ai bomboloni caldi mangiati alle cinque di mattina nel laboratorio della pasticceria di cecina. li toglievano dall'olio bollente, li buttavano nello zucchero e noi ce li riempivamo di crema fresca con la pompa a mano. poi, le prime vacanze da soli, sardegna, corsica, l'estero. ci si tornava d'inverno, ma a marina di cecina, a pescare con le barche. strano ripensare ora a marina di bibbona. oggi ci sono migliaia di appartamenti, in blocchi enormi. si chiamano tutti marina del forte uno, due, tre. come milano insomma. il vecchio maneggio è sparito, come il passaggio a livello. e anche l'entroterra è cambiato. da quando ci sta di casa oliviero toscani, ci alleva gli appaloosa (forse il maneggio l'ha comprato lui) e i vecchi contadini hanno ceduto tutto ai produttori di ornellaia e sassicaia. adesso un ettaro di vigna costa cinquecentomila euro. ai miei tempi ci venivano i pastori sardi con le pecore. e ci facevano il formaggio. e la fame, anche. sì, sarà stato giugno. il giugno del sessantasei. quarant'anni. devo tornarci dagli zazzeri. cazzo che fritture facevano.

è che non ricordo nulla. che testa che ho. vuota. e questo tempo non aiuta. una cappa grigia, calda, umida, che ottunde tutto. oggi a malapena riesco a fare un programma fattibile a due minuti. infatti, mi sono acceso due sigarette. intanto le fumo entrambe, poi vedo.

guardami. negli occhi. così. adesso. dimmelo. per favore, dimmelo. aspetta. devi guardarmi fisso. ora dillo. ecco, ora va bene. ora ti credo. sì, ti credo.


ecco. ci siamo. cinquantamila visite. ad un blog, anonimo per giunta. in ventisette mesi. ma chi siete? e perché venite a leggere qui? si, mi piacerebbe saperlo. ma non si può. già, ho deciso di rimanere anonimo. una forma di garanzia alle libertà che mi concedo qui dentro. una cauzione, versata per regalarmi la possibilità di scrivere ciò che voglio, quando voglio e come voglio. pensandoci bene, l'anonimato è la forma più alta di solitudine. non solo non frequenti nessuno, ma nessuno ti conosce. chi è solo non rende conto ad altri se non a sé stesso. in fondo, la solitudine è davvero il massimo grado di libertà. grazie a tutti.

mi accorgo adesso. che anche l'ultimo post può essere frainteso. già, a volte penso cose che turberebbero anche una lettrice di liala, se lette in un certo modo. già, leggere e scrivere son due cose differenti. nei tempi, prima di tutto. e ce ne sono un altro migliaio, di differenze. allora a che serve? serve a chi scrive serve a me. a capire il gioco. una moviola che ti fa rivedere la partita. il fuorigioco, le debolezze in difesa, le lacune del centrocampo. i vuoti dell'attacco. e ti piacerebbe avere una regia mobile vera, da serie a. diciannove telecamere con cinque replay in tempo reale. invece no. rivedi l'azione col solito merdoso vuaccaesse. immagini vaghe, scontate, addolcite nei contorni. più che una partita sembra una comunione. siamo ancora lontani dall'alta definizione.

venerdì, 16 giugno 2006
stare insieme. non è mangiare, dormire, far l'amore. non è andare in vacanza insieme. e neppure avere gli stessi interessi, o abitare la stessa casa. non è ridere, parlare, guardarsi. tutto questo non basta a stare insieme. stare insieme è piangere le stesse cose. quello, è stare insieme. l'ultimo stadio dell'amore.

sole alto. su un'isoletta. la sabbia è calda. voci di bambine. giocano nell'acqua. ti senti bene. senti il caldo sulla pelle. campese è sempre bella. col porticciolo sulla destra. tre barche di pescatori, la torre vecchia. il vento porta quelle voci allegre. spazza i problemi. ma lo fa piano, in pace. col rumore del mare, che ti accarezza le caviglie. guardi il faraglione laggiù, a sinistra. pensi. una settimana. vorresti una vita così. meglio di niente. buona vacanza luz de mi vida. davvero.

ciao come stai? la solita frase, sparata in un secondo. senza virgole. senza pensarci. senza sentimento. un proiettile fine a se stesso. tanto l'avevi in canna, pronto a tutte le evenienze. un proiettile anonimo. invece no. mettici almeno una virgola, una pausa, un pensiero, un significato. mettici curiosità, piacere di vedersi, voglia di dirsi, di ascoltare. mettici amore. ciao. come stai?

che storie ti presenta la vita. storie strane, e belle. robe fatte di silenzio e di parole, ma poche. di conferme e nuove scoperte. di possibilità infinite e accettazione del limite minimo. storie di bocche che tacciono e occhi che raccontano. cose tipo aspettare così tanto che ti piace aspettare. sapere che un momento non cambia la vita, la migliora. oppure non guardare tanto perché quel che vedi lo sai già. e goderti quel momento, quel silenzio, quelli sguardi. storie brevi. così brevi che non finiscono mai. che per farle finire basterebbe raccontarle. invece no. son storie tue. tue e basta. continueranno. dentro. va bene così.

mercoledì, 14 giugno 2006
le donne. le donne son complicate. come le macchine d'oggi. si guastano facile, e non sai come funzionano. poi ci sono le full optional. quelle non le accendi manco a spingerle. e se poi le accendi e provi a farci un giro sbatti subito. o le ingolfi. insomma, fai danni. un uomo in genere adora il modello base. facile da guidare, poca manutenzione, funzionale ed economica. a piedi no. quasi nessuno.

non è mai così. infatti il mondo si divide tra martiri e impuniti. forse la divisione non è così netta. ma mai che ciascuno abbia il suo (o avesse, non lo so).

nella vita bisognerebbe fare alla romana: coi peccati, ognuno sconta i suoi.

martedì, 13 giugno 2006
e poi c'era un barrino, dove si andava da ragazzi. un po' squallido, come dovevano essere i ritrovi dei ragazzini negli anni ottanta. era sotto al grattacielo, l'unica casa a sei piani del paese. il gestore lo chiamavamo veleno, per prenderlo in giro. e poi tornei di calcio balilla, e gran partite a scala quaranta. e prese di culo, tante. e poi le prime voglie, da sfogarle abbracciando stretta la ragazzina che ti si sedeva sulle ginocchia, o anche portandola nella stanza accanto, tra sedie accatastate e pile di cassette piene di aranciate e chinotti. trafficatoio si chiamava, col fare sprezzante degli uomini navigati. quando veleno voleva prendere qualcosa, accendeva prima la luce, poi veniva, ma solo dopo un po'. era gentile, ed educato. se sentiva parolacce ci redarguiva, con quel suo fare contrito e complice, da prete di campagna. ci voleva bene. era caldo, finite le scuole, un caldo bestia. ma i ragazzi non lo sentono. facce rosse, capelli appiccicati alle tempie, magliette inzuppate e via andare. in bicicletta lungo il fiume, alla pescaia dei capitani, oppure a giocare a calcio nel campetto polveroso dietro le case. poi si tornava, e giù cedrate fresche, e poi quelle schiacciatine rotonde, appena fatte nelle apposite tegliette nere. si mangiavano vuote, tanto bastava far merenda, e poi costavano poco. cento lire mi pare. poi arrivavano le telefonate delle mamme, tanto lo sapevano che si era tutti lì. lui ci guardava e col sorriso sulle labbra ci incitava a tornarcene a casa per cena. era fatto così lui. il grattacielo è rimasto lì, a imperitura memoria degli orrori degli anni settanta. altri orrori sarebbero arrivati, dai complessi residenziali alle famigerate terratetto. veleno è andato in pensione. al suo posto c'è una delle tante pizzerie anonime. cambiano gestione ogni quattro anni, nuove insegne, tovaglie diverse, stessa roba. ogni tanto, mentre vado a lavoro, vedo un ragazzino in bici, sudato e rosso. e ripenso a veleno. tutore cortese e distaccato di una manica di pischelli che volevano vivere al massimo, volevano cambiare il mondo e non volevano mai tornare a casa. i ragazzi non lo sanno quanto è bello essere ragazzi. lui lo sapeva. non ce lo disse mai. ma ce lo faceva capire.

finalmente abbiamo una lavanderia parzialmente funzionante. riattaccata la lavatrice. mi ero rotto le palle degli slip da bagno. col caldo l'effetto serra è devastante.

ferale notizia. il mio nipote grande è bocciato. a luglio non verrà al mare con noi. cazzo, con tutto quel cervello che si ritrova, proprio da me doveva prendere la capacità di astrazione totale dalla realtà? oggi sono uno zio triste.

lunedì, 12 giugno 2006
e-mail di mio fratello. tutto contento. si è aggiudicato un'asta su ebay. un pezzo di nostro padre. uno dei tanti animaletti di ceramica che faceva. stavolta c'è un particolare in più. è un koala in ceramica blu. come quello di peluche che portò dall'australia quando eravamo piccoli. mai visto. forse ne ha fatti davvero pochi. molto, molto somigliante. sto rileggendo l'e-mail. non è propriamente adulta. sembra più un ragazzino che ha ritrovato il suo vecchio giocattolo. non so se esserne contento o preoccupato. ma in fondo sorrido. penso ad un omaccione di un metro e novanta per centoventi chili, padre di due figli, pochi capelli. scarta il suo pacchetto appena arrivato dalla germania e lo mette accanto al vecchio peluche, soddisfatto. e si commuove. pensa al suo koala, che ha fatto il giro del mondo rivestito con un bello smalto blu. e adesso torna, a raccontargli che tutti siamo un po' piccoli. i suoi figli, e lui, e anche suo padre, che giocava con la creta e coi colori. e anche il mondo è piccolo, e il tempo che passa è piccolo, e tutto quello che è successo in fondo è piccolo. adesso è tutto lì, su una mensola, davanti a lui. in duplice copia.

in questo mondo dove la gente ammazza altra gente senza farsi tante domande, che senso ha chiedere il permesso a qualcuno per fantasticarci su? nessun senso. fai pure.

di queste prime giornate di caldo vero una cosa ti fa piacere: l'aria condizionata in macchina. puoi chiudere i finestrini e ascoltarti la tua musica in santa pace. niente di meglio che girare il mondo chiuso dentro quattro note motrici.

pensandoci bene. passi un sacco di tempo da solo. e ti piace. sempre di più. forse invecchiare è questo. qualche controindicazione. piccoli segnali. un leggero stordimento. qualche falla nella logica. coordinazione assente a tratti. difficoltà orale nell'articolare proposizioni complesse, con tracce di dislessia. sbalzi umorali repentini. e poi ti scappa la pipì molto spesso. ma forse questa è un'altra cosa.

finito di leggere privo di titolo di andrea camilleri. bello, davvero bello. forma, originalità, sarcasmo. un episodio del periodo fascista siciliano. raccontato da chi l'ha vissuto. il potere e i meschini. chi la fa davvero la storia? una domanda attuale, direi.

strano a dirsi. piacevole domenica da solo. libri, musica, un pasto frugale, pulire la lavanderia dopo i muratori. poi ancora musica e libri. perfetta. peccato, è finita.

venerdì, 09 giugno 2006
ma come dicevo poc'anzi, e chi m'ammazza a me?


è la fantasia che ti frega. mentre gli altri sbattono nei muri senza danni apparenti, tu riesci a farti male sul soffice.

poi c'è la sospensione. ti fermi. ascolti fragile. come l'aria ferma intorno a te. suoni lontani. non arrivano. sei isolato da tutto. inutili occhi aperti. niente fuori. tutto dentro. aspetti. immobile. un segno.
ascoltando la sinfonia numero cinque di gustav mahler.

ci son cose che non vanno. forse non vuoi farle andare. forse non andrebbero comunque. altre no, quelle corrono lisce. come sul velluto. come l'olio. che poi son quelle importanti. la salute, la donna, i parenti, gli amici anche. che cazzo te ne frega del lavoro? se non va bene ora, andrà poi. già. campare alla giornata. al minuto. improvvisare. dovresti saperlo. è una vita che lo fai.

giovedì, 08 giugno 2006
se bastasse un po' d'acqua sulla testa per togliere i peccati originali che ognuno di noi si porta dietro, avrei le branchie.

stasera niente. tranquilli. a casa. era ora.


innamorarsi quando si ama già? tipo piove sul bagnato.

mercoledì, 07 giugno 2006
il rafano. o wasabi. a me piace chiamarlo rafano. è più ignorante, quindi per me definisce meglio il tubero in questione. è il commento di doug che mi ha fatto ricordare di una sera a firenze, più di una ventina d'anni fa. e allora, visto che me ne son ricordato, meglio che lo scrivo. eravamo io la principessa e una coppia di amici, ormai persi (peccato). sì dai, ha appena aperto, andiamo al ristorante giapponese. io stupido ci cascai. eito si chiamava, ed era in via de' neri (è ancora lì). entrammo in quest'atmosfera rarefatta, minimale. un posto fatto di stoffe, di banbù, piccoli legni e carta appesa con su scritte strane, tipo disegni astratti, ma ideogrammi. il fatto stesso che quelle per loro siano le parole mi doveva suggerire qualcosa. già, avrei dovuto fuggire, sapendo che in cucina c'era gente che scriveva col pennello. dimmi come scrivi e ti dirò chi sei. ci accomodiamo. sedie normali. bene, arriva il menù. pieno di ideogrammi. accanto la traduzione. ma se non sai cos'è il sushi, o il sashimi, è inutile che lo leggi no? fortunatamente avevamo per cameriere un ragazzo italiano che voleva imparare la lingua. facemmo le ordinazioni. io parlavo italiano, lui giapponese. gli chiesi forchetta, cucchiaio e coltello. lui insisté nel consegnarmi gli hashi, i bastoncini. per le zuppe arrivava un cucchiaio strano, in legno mi pare, giapponese anche quello. andò tutto bene. sapori lievi, strani. poche spezie, poco sale. funghi strani, pesce crudo, involtini d'alghe. sarà che il pesce crudo e le alghe non mi fanno impazzire, ma dai, in una serata esotica ogni tanto ci sta anche bene. il fatto che poi la roba era già in pezzi giusti non mi faceva neppure bestemmiare più di tanto con le bacchette. ad un certo punto portarono un piatto di verdure. sembravano cotte al vapore. lo mettono in mezzo. con le bacchette iniziamo gli assaggi. buone. nel mezzo del piatto c'era un grosso pisello. una strana pallina verde che io incautamente considerai un pisello. e che cazzo, era tutta la sera che mettevo in bocca roba dai nomi strani, che non conoscevo e che poi masticavo. lo presi con le bacchette e lo misi in bocca. lo schiacciai. si sfaldò subito, farinoso. esplose. fortissimo. sentii il calore. si diffondeva. si moltiplicava. smisi di respirare. non riuscivo. la principessa mi guardò, perplessa. i miei amici videro il cambiamento dell'epidermide. mi guardai intorno, ormai morente. cercavo di ingoiare quella pasta verde che mi ottundeva la bocca, il naso, i polmoni. bevvi il mio sake, ma era una ciotolina ridicola. non ci sarebbe affogato un passerotto. bevvi le altre ciotoline, quelle di tutti. poi presi le bottigliette del sake, le vuotai. c'era il tè giapponese, caldissimo. bevvi anche quello. le ustioni da tè aprirono un varco nel mio sistema respiratorio. sentii l'aria fresca nei polmoni. forse ce la facevo. ero zuppo di sudore. mi allentai la cravatta. sganciai la camicia. intanto avevano fatto portare dell'acqua. bevvi un gran bicchiere di quella e recuperai il parziale uso della parola. chiesi al cameriere cosa mi era successo. wasabi disse lui. in italiano? rafano. gli raccontarono l'accaduto. lui rideva con discrezione, portandosi la mano sulla bocca, proprio come avrebbe fatto un vero giapponese. credo di averlo mandato affanculo. in italiano. il meschino diventò subito serio, e molto nipponicamente si inchinò, lasciandomi nel mio bagno di sudore e di dolore. pagammo il conto (salatissimo) e uscimmo. ero sconvolto dal wasabi, ustionato dal tè, ubriaco di sake. un ecce homo, l'ombra dello spavaldo giovine che era entrato un'ora prima. davanti alla porta di eito segnai una croce sul selciato. non ci avrei più messo piede. da allora è stato così. ma, come in tutte le cose, potrei ricredermi. vero douglas?
p.s.: l'ideogramma qui sopra vuol dir "sogno".

una cosa bella ieri sera. le cameriere del ristorante. tutte ventenni o poco più. volontarie, oppure prezzolate, è lo stesso. roba bella da guardare. mica cose di sesso. no, guardare la serietà, l'impegno, la volontà concentrata in quelle figliole alte, toniche, decise. movenze rapide, sicure, belle agli occhi. jeans e magliette che sfrecciavano tra i tavoli, piene di carne soda e liscia, di voglia di far bene, di sorrisi giovani e consapevoli. ecco, quello è stato uno spettacolo. una rivelazione direi. sì, mi piace fare il voyeur mascherato da etologo.

ieri sera alla festa dell'unità. con la principessa e due amici. una cenetta nazional popolare e poi uno spettacolo sconcio di quelli del nido del cuculo. doppiano pezzi di film in livornese scurrile. figli degeneri del grande riccardo pangallo. a parte l'insopportabilità dello spettacolo, il pentimento è arrivato presto. a veder la gente. non voglio averci nulla a che spartire. sono anni che mi sforzo di assomigliare a questi bipedi sommariamente pensanti. non ci riesco. non riesco a divertirmi a guardare stands di macchine, mobili, pentole e cazzi vari. a percorrere grandi spazi polverosi illuminati, come una miriade di falene attratte dai fari. mangiar pizze industriali sfornate a venti alla volta. e tutte quelle cazzo di cocacole attaccate ai ragazzi che girano ridendo. come se tutte le bombe del mondo non portassero lo stesso marchio. è inutile. non ci riesco.


dear prudence dei beatles. rifatta da jaco pastorius. la grande musica c'è. basta cercare.

martedì, 06 giugno 2006
non c'è il sole. non ricordo da quanto. tanti giorni. tutti grigi, fatti di un tempo strano, che ora piove ora no. mi immagino una vita sempre così. senza sole. giornate sospese, ad aspettare che spunti. invece no, una cappa compatta, una luce diffusa, piatta. colori accennati, contorni confusi. ci sono i fiori, ma non brillano. così gli uccelli, cantano in sordina, ovattati. insomma, un tempo di merda.

Io sono un narratore, ho quel talento lì, vedo storie anche in questo tavolo, mi parla. Ho lavorato molto per dire che viviamo in mezzo alle storie e che bisogna raccontarle bene, con rispetto. È un compito civile, come quello del panettiere qua sotto. Io ho bisogno di lui e lui di me. Gli uomini hanno bisogno di storie. Non soltanto per trasmettere sapere. Ogni storia è la custodia della speranza che questa vita non sia l'unica, che se uno volesse potrebbe avere un’esistenza differente.
alessandro baricco

quarantanovemila. e poi uno dice la gente. la gente è curiosa anche, e vuol sapere. ma è quel sapere distratto forse. di quelle occhiate che le dai e passi oltre. ma l'occhio intanto ce l'hai buttato. come quando passi davanti a una finestra aperta. sbirci dentro, è un attimo. lì per lì sei curioso. poi ti scordi subito. che lì dentro ci vive gente. e ci ride, e ci piange. oppure l'accattone, quello seduto in terra. dai un'occhiata mentre passi, nel piattino. ci metti una moneta, sperando che ce ne siano altre. la faccia no, quella non l'hai guardata. no, non la chiamerei attenzione. ma è sempre meglio dell'indifferenza. quella sì, che ammazza. grazie.

lunedì, 05 giugno 2006
è che uno poi si immagina una vita jazz, piena di svisate, improvvisazioni, cambi di ritmo. e tu un clarinetto capace di armonie veloci, virate di tono furbe e acuti geniali. poi invece ti trovi torto, come un vecchio sassofono opacizzato dal tempo, un po' polveroso. già, ti sembra di aver tutte le chiavi rotte. eppure ricordi tutto. le note, i giri, le possibilità. basterà un'ancia nuova, un pretesto, anche solo una giustificazione. farai ancora buona musica.

perché la gente ci mette tanto a prender decisioni che tu avevi previsto in partenza? il vero stress non è l'ovvietà di certi accadimenti. è il ritardo con cui accadono.

no, c'è stato un altro momento buono. domenica mattina. non era il caldo di giugno, ma almeno c'era il sole. abbiamo preso le bici, siamo andati in paese e poi abbiamo risalito il fiume, per qualche chilometro. c'è una pescaia, vecchia e rotta. ci pescavo da ragazzo. sopra alla pescaia il fiume è largo, tranquillo, circondato da grandi alberi. un grande spiazzo erboso, un paio di panchine rustiche, l'acqua che scorreva lenta, lì, tra le canne. ci siamo messi a leggere, in silenzio. io il libro del giadim, la principessa non ricordo. nessuno intorno. poi è venuto "i' chioccia". un paraplegico con una motocarrozzella che ha un negozio di caccia e pesca in paese. mi vendeva i bachini da ragazzo, quando con mio fratello e gli amici si passava le giornate sul fiume. mi ha salutato, si è fermato, gli ho presentato la principessa. non è cambiato. il solito sorriso franco, aperto. a illuminare una faccia bruciata dal sole preso sul fiume. già, chi pesca si brucia la faccia. solo righe bianche intorno agli occhi, che il riverbero te li fa tenere stretti, quasi chiusi. le chiamano zampe di gallina, per chi pesca sono onorificenze, gradi guadagnati sul campo. poche parole, semplici e sincere. la gente di paese non spende molto col vocabolario. ma ci si intende lo stesso, che quel che serve per capirsi è poco. un suono di campane, portato dal vento. ha guardato l'orologio, era mezzogiorno. aveva da prepararsi da mangiare. chi vuoi che se lo pigli in casa uno storpio, tocca viver soli, e arrangiarsi, ringraziando iddio per la salute che ci s'ha. ha acceso con mossa esperta il motore della carrozzella, ha ingranato la marcia e si è allontanato, nella polvere calda della riva. ci siamo rimessi a leggere. ma mi sentivo un sorriso stampato sulla bocca, di quelli che non vogliono andar via. poi ha chiamato la moglie di mio fratello. abitano nella casa di mio padre, lì vicino, ci invitava a pranzo. abbiamo ripreso le bici. guardavo il fiume e pensavo. sentivo il vento in faccia. quel sorriso è rimasto a lungo.

tre giorni strani. pieni di gente, ma vuoti. non so spiegarlo. unica parentesi buona sabato a pescare sul serchio. niente pesci (avremmo dovuto pescare anche la notte), ma una piacevole serata, conclusa con una cenetta di pesce in un ristorantino pisano e un ritorno fatto di stradine locali che risalivano l'arno verso firenze. mentre gli altri dormivano e pat metheny suonava travel a palla. ecco, quello è stato un buon momento. il resto lo chiamerei tempo perso. non pioveva né faceva caldo. tempo incerto, in un senso e nell'altro. peccato.

a scendere. c'è chi vive e chi sopravvive. poi c' è chi scrive.

giovedì, 01 giugno 2006
la questione è semplice: le donne sono una razza superiore. dopo una vita di incazzature, emicranie, figli e paturnie varie, campano mediamente cinque anni più di noi. ovvio che poi qualche pazzo spara alla moglie: è l'invidia.

su una cosa siamo d'accordo io e la socia. la miglior pasticceria della zona. però lei per il profiterol, mentre io per il millefoglie. è già qualcosa.

e in tivù ci parlano di competitività. bene. una gara tra te e un indiano. se vinci tu compri la casa a tuo figlio e tuo figlio vivrà bene. se vince lui compra le medicine a suo figlio e suo figlio vivrà. pronti, attenti, via!

è che son tutti sensibili, delicati, fragili. ieri ho visto il tiggì tre. una festa a palazzo vecchio per gli ultracentenari di firenze. l'assessore cioni conclude l'intervista con un bisogna voler bene ai nostri vecchi. l'ultima parola gli scappa, sottovoce, quasi si vergogna. eppure quella è una frase antica, saggia, molto usata in toscana. a me è piaciuto sentirla in tivù. un omaccione barbuto e accigliato che gli scappa una tenerezza. non mi manca molto, ma quando sarà il momento che nessuno mi chiami anziano. voglio esser vecchio. come il magnifico palazzo che è la casa dei fiorentini.

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