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mercoledì, 31 maggio 2006
ieri sera carte. l'amico calabrese matto è arrivato in pantaloncini corti e sandali. intirizzito. la padrona di casa ci ha fatto uno spaghetto vongole e zucchine. divino. poi un secondo di lumachine di mare al pomodoro. da succhiare, estrarre con lo stecchino, mangiare e poi pulirsi le mani. devastante per il sistema nervoso. e per i tovaglioli. il padrone di casa sta organizzando un film sui cinquant'anni della casa del popolo del paese. vuol coinvolgere me. testi, regia, montaggio. io glisso, ma mi sa che mi tocca. la mia amica è sempre bellina, specie ora che ha i capelli rossi ondulati. se solo la permanente la rendesse anche meno stronza. ma no, se fosse meno stronza mi piacerebbe meno. il matto giocava con me. perso e vinto. prima perso io, poi vinto lui. eppure avevo i pantaloni lunghi e le scarpe. stasera no. casa, musica, libri, tivù, letto presto. con la principessa. meglio.

fa freddo. decisamente. un'aria di vetro che guardi le cose lontane e ti sembra di toccarle. la pioggia pulisce il mondo, la tramontana pulisce l'aria. il risultato sono fotografie ad alta definizione. immagini scolpite, nitide, dettagliate. lo sguardo gira, penetra, si allontana senza fatica. meglio degli occhiali.

martedì, 30 maggio 2006
dantedieci continua a sorprenderci. stamane sono arrivati i muratori. la lavanderia aveva bisogno di restauri. umidità e muffe da togliere e uno scannafosso esterno per isolarla dal terrapieno. oggi a pranzo, dopo i primi colpi, ecco le pietre. le pietre di leo ricci, anche nel seminterrato. io e la principessa contenti come bambini. lasceremo le pietre anche nella lavanderia. non so se è un gioco tipo giovane archeologo o cos'altro. in fondo lei per il restauro c'ha il pallino. casa bensa volle recuperarla financo nelle soglie decrepite che chiunque avrebbe buttato via. e anch'io non son da meno. è che più del nuovo fatto apposta per noi, ci piace riscoprire le cose che hanno avuto un senso nel passato per altri. che sia una colonica del quattrocento o una casa disegnata negli anni cinquanta il processo è identico. i materiali, i volumi, le logiche di costruzione avevano un significato estetico e funzionale, una loro ragion d'essere. ritrovare il filo, il percorso originale, una storia fatta da altri prima di te. per poi tesserci la tua esistenza, fatta di noia e meraviglia, vecchi e nuovi riti. perché abitare non sia mai un'abitudine, e convivere non sia una consuetudine. ci vuoteremo le tasche, riempiendoci gli occhi.

oppure eccitato. ma comunque immemore. peccato.

certi sogni son più reali della realtà. non li ricordi, ma ti svegli dolorante.

lunedì, 29 maggio 2006
è che mi piacerebbe. sì, fare il solito numero. quello che ho fatto per anni. e sentirla dire pronto. con quella voce da fumatrice. quella voce gentile e composta. e poi sentirla felice ma pudica. già, che anche i sentimenti vanno spesi con parsimonia. per non allarmare l'altro. già, chiamarla per sentire come sta. e finire sotto quel fuoco di domande, discrete ma numerose. giocare con lei, a scoprirle la gioia. gioco fin troppo facile per me. con lei che gioca a scoprire la tua. che è lì, in quella voce. in fondo cos'è un numero di telefono? cinquantunosettesettenove. pronto. ciao mamma come stai? ad agosto son ventun'anni che non lo faccio più. ricordo ancora la voce.

sto ascoltando un ciddì. a celebration di abdullah ibrahim. un tempo era afroamericano, e si faceva chiamare dollar brand. poi è diventato muslim. sembra strano, ma si sente. già, anche la musica ha un suo rigore morale. un po' come certo miles davis. oppure john coltrane. il bello è togliere orpelli, estetismi, roba in più. per raggiungere la sintesi. la forma pura. il pensiero fatto musica. e goderne, insciallah.

di media la gente passa la metà della vita a far cose che cerca di far dimenticare nell'altra metà. tu sei fortunato. non hai memoria.

venerdì, 26 maggio 2006
a dantedieci c'è un frigo. grande. due porte, alto due metri, d'acciaio. bel frigo. al centro ha un display azzurrino. data, ora, temperature varie. e poi funzioni, figurine colorate, tante robe insomma. sembra un flipper, visto da vicino. poi lo apri. e dentro è davvero un flipper. qualche pallina di varia natura. erba, un uovo. il resto è vuoto. un cassone deserto. meglio. i frigoriferi pieni mi opprimono. e poi in due abbiamo un sovrappeso di quasi quaranta chili. se ci si mettesse anche il frigo a proporci di mangiare, dove si andrebbe a finire? vorrà dire che ci metterò le lenzuola e i cuscini quando farà caldo.


lo pensavo ieri. non tutto il bello che si vede è carezzabile. specie il bello col pelo.

a volte la vita è come il baseball. si dura una gran fatica a tirar mazzate a una pallina, nella speranza di un fuoricampo. poi ti giri intorno. ti hanno fottuto tutte le basi.

può un uccello agire indipendente dall'uomo a cui è attaccato? evidentemente sì. e chi se ne frega. tanto la zip dei pantaloni la controllo io.

ieri sera cena vip. avevano invitato la principessa. un castello sperduto in mezzo alle colline toscane. una cinquantina di invitati. sindaci, assessori, presidenti, banchieri, professionisti, deputati. mi pareva d'esser sulla luna. che cazzo ci faccio io? ovvio, il cavalier servente. un cuoco fiorentino ha organizzato un menù a base esclusivamente di trippa. fantastico. ecco, a tavola sono stato benissimo. tornati alle due. stradine sterrate, scorciatoie. dal castello a dantedieci quasi in linea retta. col discovery mi son divertito. poi un incrocio. un istrice enorme, sdraiato in terra. un gran dispiacere. l'ho toccato. era morto, ancora caldo. investito. apro un ombrello rotto che ho in macchina. la principessa ce lo schiaffa dentro. una scena assurda. due vestiti da gran sera che raccattano un istrice in mezzo alle campagne illuminati dai fari. telefono a mio fratello. era sveglio, come sempre. e contento di sapere che gli portavo un istrice da dodici chili. è il piatto più ricercato tra i cacciatori toscani. non so a che ore mi sono addormentato. l'istrice l'avevo dimenticato. la trippa era lì, a farsi ricordare. e anche stamani.

giovedì, 25 maggio 2006
vorrei una notte. una notte senza sonno, di quelle che c'hai gli occhi belli vispi, che cercano. una notte tipo le notti di mare. una notte di cielo nero e alto. con una gran luna puttana in mezzo. bella, tonda, che vedi intorno e ti senti bene. e quella luna puttana che se ne frega del casino che fanno le stelle. lei guarda te, e ride. la puttana. vorrei una notte impunita, senza coscienza. fatta di pelle e occhi, parole e pensieri. di dolore e piacere. vicini, insieme da non capirci niente dove inizia la pelle e finisce il dolore. sì, confondere il piacere con gli occhi che guardi mentre ti guardano. mescolare tutto. ecco, una notte così. tutta una notte. roba da scordarsela di giorno.

è che non si può aver tutto dalla vita. il grosso tocca sognarselo.


già, la bellezza. ti stupisce ancora vederla. attento. non tutto il bello che vedi è carezzabile.

io e la principessa. l'altra notte eravamo fuori, nel solarium. io fumavo, lei era appena tornata dal cine. a un certo punto, mentre si guardava piovere in giardino, si parlava di quanto pesiamo oggi, a venticinque anni dal matrimonio. io ho preso venti chili. lei almeno una quindicina. ci si paragonava agli investimenti. si calcolava il rendimento annuo. e si rideva. forte. di quell'allegria che ti prende a volte, sai quella semplice che nasce intorno a una cazzata? sì, si faceva casino come due ragazzini che rumoreggiano in strada incuranti di chi dorme. bellino averlo fatto. e ricordarselo.

mercoledì, 24 maggio 2006
quarantottomila visite. roba da cacarsi addosso. e io fò finta di nulla. grazie a tutti, firulì firulà.

stasera ginnastica giapponese a dantedieci. io sarò altrove, a giocare a carte. bestemmierò in italiano, come al solito.

ma no. tanto son tutte cazzate.

il tempo scorre veloce, le ricorrenze si accavallano. il trentuno agosto son venticinque. già, si presero le ferie apposta, per finire la nostra casetta, mettere a posto. e poi ci sposammo. lo ricordo ancora, l'imbarazzo della cerimonia, i genitori commossi, il sindaco impacciato. ogni tanto la principessa lo dice. dai, sì, risposiamoci. forse lei pensa anche a quell'anno che siamo stati separati. no, non ce la farei a sopportare un'altra cerimonia. orsitudine, asocialità, imbarazzo. con gli anni certi vizi si acutizzano. poi però ascoltando certa musica ci penso. sarebbe bello. un rito laico, tra amici. una testimonianza che conferma un sentimento. davanti alla gente che ti è stata vicina in questi anni. avevo pensato, nell'immaginazione, a san galgano, vicino a siena. troppo lontano, non è un posto nostro. anche se è di una bellezza struggente, assoluta. poi ci ripenso. un posto giusto c'è. l'arco dell'omaccio. casa bensa è posta in cima alle terre di una grande fattoria, nella quale c'è una villa bellissima, con un grande orto botanico. in fondo al parco c'è una radura gigantesca, dove i nobili nel settecento fecero costruire un grande arco in pietra, alto una decina di metri, per vedere dall'alto le corse dei cavalli che organizzavano. quest'arco, costruito in pietra grezza tipo san salvi, occupa l'esatto centro di un grande prato circondato da sequoie. si, una musica bella, struggente. noi da una parte dell'arco e gli amici dall'altra. solo torce accese a delimitare il percorso. il resto è buio. noi si cammina. la musica cresce. si entra sotto l'arco. appena usciti, cambia la musica, un ritmo allegro, buono, di gioia. gli amici battono il ritmo con cimbali, tamburelli ed altre cose. siamo arrivati tra loro. le luci si accendono, la radura si illumina. dall'arco scendono cascate di fuochi artificiali. la festa comincia. una cosa strana ma piena di simbologia, di significato. camminare insieme, attraversare, superare la pietra, che spaventa e protegge. l'amore e l'amicizia, a suggellare un percorso, due vite. e la musica, potente e suggestiva, che sottolinea la strada, l'attraversamento, il traguardo. la musica che non ci ha mai abbandonato, neanche nei momenti più neri. me la sono immaginata così. solo una camminata in un prato. senza parole. non lo farò mai. mi vergogno anche ad averlo pensato, figuriamoci farlo. forse proporrò il tutto per il venticinquesimo di qualche altra coppia di amici. come dicevo, il tempo corre veloce, e le ricorrenze si accavallano.

ieri sera sono stato un buon marito. ed un pessimo amante. a volte preferirei il contrario. ma andrebbe sentita la controparte.

si può a cinquant'anni piangere da soli in auto per una musica? sì, certo che si può.
martedì, 23 maggio 2006
e in testa un mare di pensieri. sul mare di persone di questo mondo. grandi e piccoli con una cosa sola in comune: la morte. e sul mare di vite che lo popola, che nella lotta ha trovato quel che tu cerchi: l'equilibrio della natura. e poi il mare di fatti che ti succedono, come a farti compagnia, aspettando che succeda a te. e il mare di posti che non ci sei stato, e che vorresti esserci, te e la principessa stretti ad emozionarsi di com'è bello il mondo e a dirselo guardandosi negli occhi. e il mare di cose fatte, e quelle ancora da fare, che le azioni si tramutano in ricordi appena dopo che succedono. e i ricordi che col tempo diventano acciacchi. e quel mare di nostalgia struggente che a volte ti impedisce di respirare, come se dovessi piangere quel mare di persone quasi fossero tutte tuoi padri e tue madri come tuo padre e tua madre. e quel mare di ricordi che non sono ancora acciacchi, che dalle malattie si guarisce con le medicine, ma da questo liquido che ti riempie gli occhi e l'anima non c'è guarigione, e lo senti dolce e caldo e pesante da portartelo addosso. e il mare vero, quello tuo, grande e bello, che a guardarlo ti da pace, che ogni sera mette a letto il sole con quel suo modo bonario e rassicurante, come a dire: "io ci sono, ci si vede domani". e con tutti questi mari addosso vai avanti, a cercar canzoni e volti e scritti e posti e sorrisi e mari, tanti mari. finché ce n'è.
ascoltando "sunday mornig/sunday evening" di joe zawinul

di solito la scrittura è pensiero lucido. nel senso che prima lo pensi, poi lo lucidi ben bene e poi lo metti sul foglio.
l'altra sera musica bella. una chiesetta isolata, un monastero di suorine manco bello ma messo in cima ad una collinetta solitaria che sovrasta il valdarno inferiore. siamo andati a sentire la biondina diciottenne. una corale giovanile, fanno musica sacra e non, dal cinquecento in poi. a parte due delle tre cantate di felix mendelssohn bartoldi in programma, dove un basso ha sbagliato intonazione e ha mandato a farsi fottere l'intero coro, è stato bellissimo. una ventina di pezzi, due ore di voci giovani e belle. e musica alta, di quella che solleva i pensieri, li porta lontano dal giorno pieno di cose fatte e da fare, sbagli e ritardi. già, la musica. e poi guardavo quella bambinetta bionda, in fila nel suo vestito scuro lungo da corista, impegnata a guardare il maestro, a seguire il tempo, gli attacchi, i sostenuti. commovente, tanto. veder l'impegno di quei giovani, l'attenzione. le facce differenti, i modi di cantare. c'era una morettina che torceva il capo, con gli occhi dilatati e le bocca aperta, e si muoveva tutta. sembrava nuotasse dentro la musica. uno spettacolo per gli occhi. anche i maschi avevano espressioni rapite, concentrate, deformate dall'impegno direi. il maestro è stato bravo, ha portato una ventina di adolescenti a sentir l'armonia, cercarla e produrla ad un livello davvero eccellente. e poi la musica. cantate in latino, tedesche, inglesi, spagnole. anzi, quel pezzo spagnolo che non ricordo, mi ricordava la canzone che da il titolo al film di almodovar, volver. la musica, cazzo, la musica è davvero gran cosa. e poi dopo giorni di morte, disperazione e tristezza, una serata lontana dalle cose fatte e da fare, dagli sbagli e dai ritardi ci voleva. grazie biondina mia. vai avanti così.

lunedì, 22 maggio 2006
c'è una bambola sul monitor della socia. la vedo ora. una baby bratz di sua figlia. sta posata lì, braccia aperte e gambe aperte. una posa maiala. qualcosa vorrà dire. o forse no.

giornate strane queste. il compleanno si intreccia con un funerale. in auto senti un ciddì di parov stelar, nome d'arte di un viennese impronunciabile. grooves ripetitivi, ossessivi, ipnotici. uniche variazioni un flicorno, a volte, a sottolineare la solitudine. lo chiamano nu jazz, non sai che sia. moods adatti a queste giornate di vento caldo, forte e incerto. ora libeccio, ora ponente, ora maestrale. e le nuvole che diventano sceme, girano girano in cielo e non sanno dove andare. grumi di polvere alta nell'aria che entrano negli occhi, nell'umore, nel carattere. tutto velato, ottuso, attutito dal vento e dai pensieri. ma forte anche, e definito, scolpito. come a incidere la carne e la memoria, per farsi rammentare a lungo. il tuo cinquantesimo anno di vita è cominciato così. son giornate strane.

venerdì, 19 maggio 2006
la vita è come una partita a carte. mani buone e mani meno buone. assi e scartine. si continua a giocare. come se non finisse mai. poi arriva il carico da undici. uno scooter contro un'auto. uno in terra. cinquantadue anni coperti da un lenzuolo. una moglie e due ragazzi. amico no, gli amici son differenti. ma ci giocavi a pallone da piccolo. la porta era il cancello di casa tua. lui abitava lì accanto. era grosso e stronzo, ma intelligente ed eclettico. era più grande di te, ma lo picchiavi volentieri. l'unico che hai picchiato in vita tua. poi siete diventati anche lontani parenti. un sacco di ricordi, ricordi di casa, di paese, di famiglia. è rimasto tutto lì, per strada. sotto un lenzuolo bianco. dare carte prego.

giovedì, 18 maggio 2006
stasera pizzeria, insieme a mio fratello e famiglia. ho comprato un altro mostriciattolo al nipotino. è così facile far contento un bambino. altrettanto deluderlo.

continui a rifiutare i problemi. come se non esistessero. forse speri nella reciprocità.
mercoledì, 17 maggio 2006
tra un'ora a dantedieci quattro o cinque donne si cimenteranno in non so che piffero di ginnastica giapponese. entrerò e troverò la principessa e relative amiche sdraiate nel soggiorno, in pose più o meno plastiche. lo stereo probabilmente diffonderà suoni di cimbali, tamburi flauti e campanelli esotici. nell'aria volteggeranno fili bianchi d'incenso bruciato. anch'io avrò movimenti lenti e silenziosi, come i loro. andrò nel ripostiglio e mi toglierò le scarpe infilando le ciabatte. poserò la borsa, e salirò piano le scale. mi chiuderò in camera fino alla fine della lezione. il tutto, ovviamente, senza ridere.

post del 4 maggio ore 18.05: il dovere ci annienta. il piacere ci schiavizza. il sedere ci prude. LaPo commento del 5 maggio ore 9.02: il desiderio ci schiavizza, il piacere no Doug commento del 5 maggio ore 10.40: dissento, ma con moderazione. LaPo commento del 5 maggio ore 12.01: con moderazione...certo...Non è forse il desiderare il piacere la condizione che ci schiavizza? che poi quando si prova piacere frigurati se si sta lì a pensarci su e a fare riflessioni. mi sembra di ever detto tutto con moderazione. ecco Doug commento del 5 maggio ore 12.19: è il desiderio del piacere a schiavizzarci. quindi, l'origine ultima della nostra condizione è il piacere stesso. il desiderio è solo mera conseguenza. e lo dico con voce sommessa e tono pacato. LaPo commento del 5 maggio ore 18.18: sempre con moderazione, tu ne stai facendo una questione di causa effetto, il piacere causa il desiderio e quindi....io ne facevo una questione temporale, il desiderio anticipa il piacere e quindi, quello è lo stato in cui ci si sente schiavi e quindi...ma guarda un po' te la vita quant'è bislacca, sempre con moderazione, ovviamente. Doug commento del 5 maggio ore 19.07: va bene, chiudiamola qui, che mi devo grattare il culo. lì sì che ci vuol cautela. LaPo
come si evince da queste poche righe, rarefatte e laconiche, due perfetti sconosciuti, Il signor lapo e il signor douglas, ignari l'uno dell'altro, possono conversare amabilmente del più e del meno, di filosofia e fisiologia. col vantaggio oggettivo che se l'uno si gratta l'altro non ha da lamentarsene. intimità sterilizzata o superficialità sterile? grazie doug.
vero, a vivere sanno tutti. ci son mille modi per farlo. basta scegliere. sopravvivere no. ce n'è uno solo. quello esclude tutto il resto. rassicurante, per te.

l'altra sera a firenze. dopo mesi, anni forse. tanto tempo, non abbastanza per me. una buona occasione, con due vecchi amici a sentir suonare il figlio in un pub. firenze di notte non è un manifesto come quella di giorno. va letta come un giornale, davanti e didietro. e dentro anche, se hai il coraggio di aprirla. il caldo buono della città, la gente fuori dai pub con la birra in mano, la musica fatta con amore (ma senza risultati eclatanti). e poi la sporcizia delle periferie abbandonate, i quartieri dormitorio squallidi, le strade malamente illuminate, piene di puttane e clienti e papponi e balordi e spacciatori e cani randagi piscianti senza guinzaglio e cani domestici piscianti tenuti al guinzaglio da gente assonnata ma cosciente dei bisogni animali e impaurita dai bisogni umani. tutti intenti a sopravvivere nel miglior modo possibile. firenze di notte è un giornale con molte pagine. quasi tutta cronaca. siamo entrati nel pub, il ragazzo ci aspettava. suona il contrabbasso. un altro alla chitarra. una mimmina cantava tipo janis joplin, ma solo tipo. ho visto il costruendo palazzo di giustizia. disegnato da ricci, lo stesso che ha fatto dantedieci. sarà stata la notte, la birra, o forse le dimensioni. bellissimo, incombente, sovrastante, incuteva terrore e rispetto. un leviatano addormentato nel mezzo del quartiere. la moby dick della giustizia fiorentina. forse era già morto, coperto di arpioni lanciati dai marpioni. mi son ripromesso di tornarci di giorno. le cose di leo ricci giocano col sole, la luce le valorizza, le esalta, ci scrive sopra. intanto mi son goduto un ragazzo che ho visto nascere, e che è cresciuto bene nonostante la cronaca. suonava il suo grosso armadio in legno e dondolava tutto. come un negro della louisiana. mi ricordava suo padre da ragazzo. anzi no, mi ricorda suo padre oggi. gli ho anche scattato una foto col telefonino. è venuta male, ma la metto su lo stesso. che le foto di cronaca non son mai fatte bene. le cose di notte succedono in fretta, quasi di nascosto. per questo se le fermi perdono senso.

tra un po' ne avrò quarantanove. anni. poi potrò dire finalmente cinquanta (vivrò il cinquantesimo anno). ma non li sento. se dovessi andare a percezioni, me ne darei o sette o cento sette. e forse c'è una ragione anche a questo. in entrambi i casi il sesso è trascurabile.

martedì, 16 maggio 2006
è che a volte succede. certe persone trasmettono. e non ricevono. se son calme tutto è bello. se hanno la luna impestano l'aria. lo senti, un potere contro il quale perdi. non puoi farci nulla. allora ti incupisci. ma dentro, senza farlo vedere. già, sentirti impotente quando vorresti non esserlo ti fa incazzare. abituati, non puoi farci nulla. il carattere è come il cazzo. non te lo scegli. 
hai voglia a cercar parole. e contar le emozioni. a dar senso ai fatti. quel che succede fuori è niente, al confronto del dentro. come correre dietro a un profumo sentito nell'aria con la boccetta vuota. si perde tempo.

a pranzo con la principessa. da sua madre. uscendo strappa un rametto di mentuccia e sale in macchina. accendi la musica, ma piano. ha il mal di testa. viaggio breve, ma allegro. lei ride. gioca con quelle foglioline verdi. tu aspetti a fumare. ti fermi davanti al suo ufficio. stasera giochi a carte? sì. allora ci si vede stanotte? sì principessa. allora vado in palestra, ciao. ciao. un bacio leggero, pianta il rametto nella bocchetta dell'aria e scende. riparti, alzi il volume e ti accendi la sigaretta. tre chilometri. tra il suo ufficio e il tuo. tre chilometri di musica struggente e bellissima, e nostalgia, e pensieri acuti come l'odor di menta che ti penetra. come quel bacio leggero che terrai sulla bocca fino a notte. momenti così.

e poi la ragione. scappi da certe giustizie ovvie, banali, consuete. meglio aver torto. o subirlo. il torto isola. protegge. uno spregio distingue. sì, ammettilo. meglio la solitudine del male che una vita affollata di consensi convenienti.

a volte basta una folata d'aria. un odore. un brivido. il mondo cambia.
lunedì, 15 maggio 2006
ogni tanto li vedi. li riconosci da lontano. cavalli di razza, i purosangue arabi. fasci di nervi e volontà. cresciuti ad avena e vizi, pieni di forza, d'orgoglio e sfrontatezza. colli tesi, nari aperte, orecchie dritte a captar l'offesa. e poi giù calci, coppiole a raffica. a tutto quel che gira intorno. aria, legni, mosche, bestie e cristiani. quintali di muscoli e sangue e ossa. addestrati all'offesa. ti avvicini senza paura. fissi l'occhio dilatato, senti il nitrito nervoso. vedi la pelle vibrare. senti la polvere scavata dallo zoccolo forte. il collo sente la cavezza. la testa si alza. tieni duro. non muoverti. lui sa che è legato a te. e tu a lui. passi la mano sulla criniera. senti il pelo dritto, la superbia che scorre sotto la pelle, le orecchie abbassate a difesa. tieni la mano ferma. l'anteriore poggia a terra, indeciso. vedi il dubbio, lo leggi nella posa. basterebbe uno strattone. ti seguirebbe. domato ma non domo. docile ma non mansueto. allenti il canapo. non lo vuoi né docile né domato. la corda casca dal collo. lui immobile. la arrotoli corta sulla mano. fai partire il colpo. netto, sonoro, forte. vedi i muscoli che si tendono, gli zoccoli si piantano in terra. lo vedi partire, un'esplosione di natura, bella come niente. bella di forza e polvere e muscoli e libertà e orgoglio. bella e lontana che non c'è briglia che possa farci nulla. bella e lontana come certe donne. chiudi gli occhi e ti giri. sarà un ricordo, mosso ma bello.

hai voglia ad esser grande. il bambino che è in te punta i piedi, serra le labbra e vince lui. l'unica è lasciarlo giocare. con la bomba a mano.

a volte passi da stupido. scientemente. per evitar polemiche. le solite. eppure ti rode. ma lo fai. preferisci essere considerato idiota, al posto dell'altro. sapendo che entrambi non lo siete. peccato che questa sana cultura dell' apparire non è importante si sia trasformata lentamente nel non apparire per niente. niente di più fragile e vulnerabile di qualcosa di trasparente.

venerdì, 12 maggio 2006
leggi su repubblica punto it che in india c'è stata la festa degli eunuchi. leggi, vedi le foto. altro che gay pride. roba sacra. la fanno da migliaia d'anni. c'era scritto sul mahabharata, roba di cinquemila anni. son le foto che colpiscono. sorrisi, colori, gioia. ti immagini gente che balla. itunes fa partire una musica. zansa due di joe zawinul. xilofono, basso e percussioni che si inseguono. corrono le note nella tua testa, e quei colori. una foto. la faccia sorridente di un tipo che si immerge nel fiume. ritmo e colori, ritmo e colori. la forza della gioia. la forza ti prende. vorresti ballare. accavalli le gambe, alla tua scrivania. ti gratti la testa. un brivido ti percorre. è tutto quel che puoi permetterti. un momento di libertà. poi passa.
ieri sera compleanno del nipote. in pizzeria. il suo fotomontaggio gli è piaciuto molto. quando poi ha aperto il pacco e ha visto quella moltitudine di vomitevoli mostriciattoli di plastica che lui colleziona è letteralmente saltato sul tavolo. ho scattato una ventina di foto. foto di famiglia. riguardandole poi pensavo strana cosa la famiglia. gente che sta insieme per le due cose più forti del mondo. il sangue e l'amore.

giovedì, 11 maggio 2006
dall'undici al diciotto giugno. tu e la principessa. gotland, in svezia. oppure pantelleria o lampedusa. oppure ancora il giglio o l'elba, con lo scooter. basta sia un'isola. il mare intorno a te. o meglio, tra te e il resto.

strano. oggi c'era la socia. si, la vedo, è bella. ma non mi fa più tanto effetto. mi sembra sempre di più "neutra". non so spiegarlo. eppure a quanto sento chiunque la veda vorrebbe come minimo farsela seduta stante (soci in testa). sto diventando gay? no, non credo. mettiamola così. più conosci una persona, più l'aspetto diventa una minoranza, non dico trascurabile, ma da collocare in un contesto di valori ben più ampio. a quel punto il sex appeal è una delle cento variabili da misurare. detto così, se soppesando tra dentro e fuori il giudizio sulla socia è neutro, se ne può ricavare una cosa sola: per bilanciare "cotanta beltade" deve avere un carattere a dir poco nefando. (sperando che non si offenda quando legge)
stamane venendo a lavoro. dovevo passare a prendere il regalo al mio nipotino omonimo. oggi fa il compleanno. strada diversa, la statale. se viaggi nelle strade piccole a volte il mondo si svela. è diverso. mentre guido dal discovery vedo un pastore sul ciglio della strada. le pecore sono nel campo adiacente, brucano. lui dalla borsa che ha a tracolla tira fuori un gran pezzo di pane. sono le nove, è capace son quattro o cinque ore che è sveglio, per mungere le pecore. ha fame. guardo il tutto in un secondo, poi una curva nasconde il pastore, le pecore e la sua fame. mi viene in mente la parola. tascapane. bella parola. per una cosa bella. una roba semplice, per contenere una cosa buona, che serve a uno scopo giusto. il tascapane dove metti il pane e il formaggio per quando hai fame. tascapane. ci voleva il regalo di lapetto a farmi partir bene oggi.

mercoledì, 10 maggio 2006
quarantasettemila. grazie.

non riesci ad essere orgoglioso di te. mai. ti difendi, ma la tua è una difesa d'ufficio, svogliata, anche se apparentemente imperativa. gli altri non se ne accorgono, ma tu lo sai, quel gioco non vale niente. con la principessa è diverso. chi la tocca muore. letteralmente.

a volte ti fermi. come sospeso. inizialmente pensi. poi tutto rallenta. i minuti passano. senti il respiro rallentare. l'immobilità aumenta. corporea e mentale. un scissione. ti guardi da fuori. fermo. quasi non respiri. come morte apparente. morte cosciente. morte lucida. mentre sei lì pensi. sarà così? boh. forse è questo che chiamano meditazione. poi ti muovi. rivivi. è stato bello.
martedì, 09 maggio 2006
è un momento così. la fabbrica dei sogni è in sciopero.

lunedì, 08 maggio 2006
a volte le ingiustizie fatte bruciano più di quelle subite.

sabato riunione. per quella ricerca su mio padre. documenti, scritti, carteggi, appunti, disegni. a migliaia. l'archivista ha calcolato circa due metri cubi. due anni di lavoro, solo lei. ho letto cose di quando eravamo piccoli. lui aveva già quasi sessant'anni. ma com'era giovane. giocoso. infantile direi. un pazzo creativo che ci rubava le matite a cera e sul retro delle bollette disegnava ceramiche, scrivendoci poi "fare questo pezzo lunedì, la bolletta scade dopo". oppure "questo vaso è brutto ma dietro c'è l'orario dei treni per milano, non buttare". a volte penso di non avergli voluto abbastanza bene. forse neanche lui me ne ha voluto tanto di più. la realtà è che eravamo due che facevano strade diverse. casualmente insieme. e troppo simili. nel peggio. entrambi non abbiamo ceduto un centimetro all'altro. è andata così.
venerdì, 05 maggio 2006
...sono un venditore di ombre. a chi vendo le mie ombre? a gente che l'ha persa. un'ombra si perde per troppa luce... o per troppa oscurità...
moni ovadia

comincia a far caldo. ci son cose che non puoi evitare. fare il test ai condizionatori nelle camere. riallestire il salottino nel solarium. buttar fuori le piante da casa e annaffiarle abbondantemente. rimettere le bottiglie dell'acqua in frigo. controllare il livello della vodka e la quantità di bicchierini nel freezer. togliere il piumone dal letto. l'ultima aspetto a farla. i vecchi son freddolosi.

niente di meglio che svegliarsi e far l'amore. poi bagno e colazione. montare in auto e spararsi uno stabat mater a palla. poteva andar peggio: drupi è ancora vivo.

giovedì, 04 maggio 2006
il dovere ci annienta. il piacere ci schiavizza. il sedere ci prude.

passaggi stretti. spazi angusti. poco margine, poco spazio. allora inizi a buttar via. pezzi di te, roba degli altri. ti stai vuotando. come a liberarsi del peso. scavi, svuoti, alleggerisci. bene. sei una struttura quasi vuota. e inutile. era quel che volevi.

mercoledì, 03 maggio 2006
sì, a me la primavera mi fa proprio bene. o meglio, anche un po' male. ma più bene. parecchio di più.

ci son giorni che non va bene niente. vorresti litigare con tutti. poi vai in bagno a pisciare. passi davanti allo specchio. getti lo sguardo. e mentre pisci ci pensi. chi me lo fa fare? mavaffanculo.

martedì, 02 maggio 2006
finalmente. ho un album doppio di joe zawinul. il tastierista dei weather report. un omino un po' pelato, coi baffetti a spazzola e uno zucchino fatto all'uncinetto in testa. se non fosse per lo zucchino potresti incontrarlo alle poste per ritirare la pensione. già, joe ha settant'anni. ma li porta bene cazzo. occhietti vispi, da vecchio signore viennese. perché herr zawinul è austriaco. ma se lo senti suonare ti dici no, non può essere nato a vienna. questo ha sangue nero, suona il sud, l'america latina, l'africa, e poi un cognome così lo trovi a soweto, oppure tra gli aborigeni australiani. macché, la vecchia europa ha partorito un vecchietto che spara ancora musica come se fosse all'inizio della carriera. e che musica. ma forse sotto lo zucchino, dietro gli occhietti furbi c'è ancora un ragazzino che cerca. cerca suoni, e li trova in giro per il pianeta. poi li mette insieme, in un puzzle musicale multietnico e coloratissimo, fatto di imprevisti continui, di variazioni incredibili. e tu con gli orecchi viaggi, e vedi posti magici che solo se metti uno zucchino colorato fatto all'uncinetto puoi entrarci.

quando qualcuno ti fa male ti vien voglia di attaccare anche a te. di solito sbagli persona. chi è senza peccato scagli la prima pietra. facile dirlo su una duna di sabbia.

la biondina che le lavavo il culo quando aveva pochi mesi. a giorni farà diciott'anni. l'ho vista piangere quando le operarono il piedino malformato alla nascita. osservavo quel batuffolo di riccioli che spuntava dalla carrozzina a guardare il mondo. per la comunione le regalai un cd player portatile. dentro c'era prince. la principessa mi prendeva in giro. io lo sapevo che lei avrebbe apprezzato. infatti balla da dio. e canta, in un coro. l'altra settimana era a cantare a barcellona. nel coro ci ha trovato anche il ragazzo, un brindellone dolce di due metri. il padre geometra la voleva ingegnere, lei vuol fare la stilista. dopo l'ennesima incazzatura mi prende da parte e mi chiede. e io onesto, trasparente, partecipe ai suoi sogni. abbiamo parlato di moda e stile, estetica e morale, ricerca e vita, lavoro e missione. un cinquantenne e una minorenne alla pari. da suo padre ho saputo che farà architettura, e son felici entrambi. e anch'io, che nell'intimo la sapevo architetta. e adesso diventa grande. le regalerò un ipod bianco, pieno dei pezzi più belli che ho scelto per lei. che la musica non ti manchi mai biondina mia.

non so se dipende dal sonno dall'umore o da altro. una cosa che ti capita la puoi prendere come un castigo oppure un premio. la stessa identica cosa. ergo, la vita è oltremodo noiosa. sono le nostre percezioni che la rendono interessante. il limite estremo è l'arte, che la rende fantastica, nell'accezione letterale del termine.

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