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venerdì, 31 marzo 2006
ufficio. finestra aperta. sto ascoltando compay segundo. entra aria calda da fuori. e penso a come sarebbe bello essere seduti sul muro del malecón a l'avana. fumare un "puro" e sentir battere il mare del caribe sotto i piedi.

la vita a volte è una specie di guerriglia. armi leggere. colpire e nascondersi. e tu non sai ancora dove parcheggiare il carro armato.

ieri sera alle sette a casa di mio padre. con mio fratello, il direttore di un museo e la sua assistente. strano, parlare di mio padre. con estranei. il lavoro, la vita, la storia di un paese e di una fabbrica. cataloghi, corrispondenze, listini, articoli, foto, tante foto. mio fratello ha organizzato tutto. un'efficienza mostruosa. loro guardavano, commentavano. parlavano di tre anni di lavoro tra acquisizione, catalogazione e ricostruzione storica. nel frattempo centinaia di ceramiche da fotografare, misurare, attribuire nel tempo. poi andiamo nel suo studio, una costruzione staccata dalla casa, dietro, in fondo al giardino. sul tavolo decine di vasi, portacenere, foglietti. da un contenitore mio fratello tira fuori una cartolina. una foto di una scultura di mio padre. la giriamo, era indirizzata al direttore del museo e alla sua assistente. c'era scritto con la sua la calligrafia spigolosa e grafica. auguri per il natale del novantacinque. auguri per il tanto lavoro futuro che li aspettava. non l'aveva mai spedita. nello studio è calato un silenzio commosso. ci siamo guardati tutti in faccia. come se lì ci fosse stato lui. che dieci anni fa avesse saputo che ci sarebbero stati loro, insieme a noi, a veder di capire la vita di un ceramista. un pezzettino di carta per ringraziare. il direttore aveva gli occhi lucidi. se l'è messo in tasca, pensoso.

giovedì, 30 marzo 2006

nel continuo trasloco mentale che ognuno di noi effettua vivendo alcuni parenti sono i fardelli più gravi che ci siano. liberarsene è non solo bello. è vitale.

bene. ti girano i coglioni. di brutto. vorresti cambiare tutto. ma sai che non è giusto. i problemi vanno presi di petto. ma non è una questione di forza. quella ce l'hai. è la voglia. a che serve vincere una battaglia, se non sai che fartene del trofeo?

mercoledì, 29 marzo 2006
è che a volte sei cinico, al limite dello stronzo. specie con chi ti sta vicino. sei capace di sparger sangue e dolore e disagio per un futile principio. neppure tanto importante, ma per te un principio è tale. e basta. riesci a dare in escandescenze su un particolare per altri trascurabile. come se tu fossi perfetto. no, sei solo cinico, al limite dello stronzo. o meglio, stronzo, oltre ogni limite.

ieri sera carte con gli amici. perso. poi a casa dalla principessa. vinto.

domenica andiamo a firenze, a vedere non so che cappelle. ci accompagna il professore di latino della figlia del mio ex vicino di casa bensa. è un mago a raccontarti la storia, l'arte antica, la vita del rinascimento. è come se da firenze sparissero i grandi magazzini, le griffes, i fili della luce e del tram, i cellulari e si percepissero le grandi botteghe d'arte, il suono degli zoccoli sulle pietre, l'odore del fumo delle fucine, le grandi corporazioni e i piccoli artigiani che muovevano la città. ecco, ritorna il concetto. non bastano gli occhi a capire qualcosa. ci vuole un racconto. qualcuno che ti porta per mano e ti fa immaginare quel che non c'è. allora lo vedi. vedi il rinascimento fiorentino. vedi le arti minori. via della lana, via de' banchi, tutto ha un senso. una comunità è grande quando c'è spazio per tutti. credere nell'ingegno, nel lavoro, nella gente che ti sta intorno. la firenze del cinquecento muoveva le mani e la testa. e il mondo le riconosceva il valore. dio, se solo lo capisse il nuovo premier.

martedì, 28 marzo 2006
il mio paese. non è per il paese. sono i posti. mio padre è morto a cento metri da dove è nato. dopo aver girato il mondo, conosciuto gente e fatto tante cose. per novantadue anni. io sto lì, ad un chilometro. mio fratello abita la casa di mio padre. forse siamo soltanto deboli. ma una cosa è certa: la forza che ricevi dai tuoi posti è qualcosa di ancestrale. come se ci fosse quella terra nelle vene. le senti dure, forti, gonfie di generazioni. il contrario degli americani. perdi quando ti senti straniero. ma non so spiegarlo.
leggendo bianca.

vogliono ricercare, studiare, storicizzare, organizzare. e poi scrivere, pubblicare, diffondere. la storia e il lavoro di mio padre. non so se mi piace. ancora non lo so.

il gioco è chiaro. la vita ti rincoglionisce. così la morte non fa male.

è chiaro lo sbaglio. scrivere al posto di vivere. il primo dovrebbe esser conseguenza del secondo. mai anteporre la teoria alla pratica. ma vivere come? se ci pensi bene la vita è sostanzialmente un'attesa. allora, meglio il bartezzaghi?

lunedì, 27 marzo 2006
lì la gente sembrava fatta di signore e signori, dipingeva le case e teneva in braccio le capre appena nate.
ettore sottsass jr in esercizi di viaggio descrive l'egitto.
vorrei esserci già.

quel che non sopporti degli altri. se ci fai caso son gli stessi difetti tuoi. visto il tuo grado di socialità, puoi dedurne il numero. disastroso direi.

in certi casi l'incertezza è già una decisione. la più ragionevole.

fine settimana passato a dantedieci. tagliare l'erba, rastrellare il giardino, portare via il tutto. e poi rinvasare, trapiantare, potare. la principessa da quando ha scoperto il pollice verde (a casa bensa per il troppo vento non cresceva niente, solo erba olivi e poco altro) si sbizzarrisce in esperimenti arditi, tipo ripiantare i rami dei rosi potati. con le piantine grasse ha fatto decine di composizioni in piccoli vasi di vetro quadrati. graziosissimi. io no, faccio il manovale, l'uomo di fatica. infatti mi sono alzato con una moltitudine di dolori diffusi tra braccia schiena e altre zone strategiche. non ho letto un piffero, ma son contento. a parte il caimano venerdì sera, la pizza sabato e a cena a casa di amici ieri, io e lei soli, sempre. m'è piaciuto.

venerdì, 24 marzo 2006
oggi non torno in ufficio. voglio stare a dantedieci. voglio veder piovere e farmi le mie cose. mi voglio regalare una serata di cazzi miei.

lo strano di alcune persone non è il comportamento. è il pensiero. la meccanica interna. complicata, contorta, viziata direi. una specie di pazzia profonda celata da un involucro di gesti normali, banali a volte. li tradiscono gli occhi. non ti guardano mai in faccia. almeno a me pare così.

giovedì, 23 marzo 2006
voglio arrivare a quel giorno, votare, tornare a casa, posare il certificato elettorale, prendere il passaporto, preparare le valigie con la principessa, montare su un aereo, scendere sul mar rosso, spogliarmi e stare una settimana in brache corte maglietta e ciabatte (le stesse) mangiare pesce prendere il sole leggere libri e soprattutto mettermi maschera e boccaglio e vivere in acqua coi coralli e i pesci più belli del mondo. tutto d'un fiato. poi, quando sarò diventato sporco salato e nero, con calma mi farò una doccia e rimonterò in aereo. tornerò a casa. e al primo che incontro per strada domanderò: chi ha vinto?

con l'età si hanno dei vantaggi. da giovani si va spesso in cerca di guai. col tempo impari che son loro a trovarti. è tutta fatica risparmiata.

mercoledì, 22 marzo 2006
senza sceglierla. solo saperla. trovarcisi. coscienti. accettarla. senza compiacersi. ma apprezzandola. solo allora la solitudine non è più un problema. e diventa uno stato di grazia.
ascoltando "the legend of 1900" di ennio morricone. da solo.

oggi è primavera e piove. il fatto è oggettivo. la percezione dello stesso no. fine del materialismo.

quarantaquattromila. grazie.
è arrivato stamani. il primo libro del giadim. il secondo ancora no. è nato a maratea. il posto dove ho fatto le mie seconde vacanze da solo. solo, eravamo diciotto. capace che mentre facevo la spesa al piccolo supermercato c'era lui con la mamma. io avevo diciassette anni, lui sette. intanto lo leggo. appena posso.
martedì, 21 marzo 2006
domenica mattina in bici, ad una fiera dei fiori. la principessa ha comprato gerani, margherite e altre piante sconosciute. era carica di buste e sacchetti di bulbi. io ero davanti ad un banchetto. piante grasse, piccole, in quei vasetti minuscoli. mi piacciono perché non hanno bisogno di niente. ne ho comprate una trentina, allineate nel polistirolo. le trapianterò in dei vasetti di vetro quadrati che seminerò sui davanzali delle vetrate di dantedieci. niente di meglio di tanti cactus di forme diverse per abitare quella pietra consunta. per arredare gli occhi.

lunedì, 20 marzo 2006
ci son giorni che aspetti. sai che cambieranno cose. partirai, e tornerai. penserai, e agirai. sognerai, e vorrai. farai cose giuste e cazzate. passi avanti e passi indietro. ma non oggi. oggi no.

oggi è l'ultimo giorno d'inverno. giorno e notte saranno uguali. da domani poi si chiama primavera. piove, e fa un po' freddo. pare che voglia farsi ricordare a lungo. come certi politici d'oggi.

oggi lutto stretto. estrazione dentale.

domenica, 19 marzo 2006
facile dirsi giusti. onesti. educati. quanto di quest'educazione è posso esserti utile e quanto puoi essermi utile? il filtro è quello.
venerdì, 17 marzo 2006
solo. in ufficio. metto a posto. mi sto ascoltando carlo gesualdo. "tenebrae" cantata dagli hilliard ensemble. un musicista calabrese del cinquecento. solo la ecm poteva pubblicare certa roba. bellissima. il sole fuori scalda appena. è già esausto, ma ancora c'è. è che certa musica è come entrare a reims, o chartre, oppure notre dame. il gotico ti annega. a differenza del romanico, che poggia sulla terra, in certe cattedrali ti sembra che è il cielo che regge tutto. sì, è attaccato tutto lassù. almeno a me par così. vedi partir colonne ed archi, e ti dici che non è possibile che stiano lì da secoli. e dove vanno? ma loro vanno, senza domande. si alzano su e poi si trovano tra loro, a chiuderti in uno spazio complicatissimo e suggestivo. e così ti trovi avvinto in un'architettura che ti spinge, ti torce, ti affascina oltre la tua percezione. così certa musica. voci che partono, asincrone, a volte distoniche. ti sembra di sentir cacofonico a volte. suoni arabescati, ognuno il suo percorso su una bussola impazzita. nessuno va dritto. strade contorte, ardue, distanti. a volte buie a volte no. poi si trovano tutte insieme in un posto lontano. e tu sei già lì. ad aspettarle. e te la godi.

dantedieci sta fiorendo. i due alberi che ci son tra i pini son coperti di fiori. quello davanti è rosa, quello del giardino interno bianco. non conosco la razza, ma son macchie vive, colore assoluto, specie sulla pietra della casa che lo risalta. mesi fa l'ex vicino di casa bensa ha regalato alla principessa dei bulbi di orchidea selvatica raccolti lassù nel bosco. son nate una decina di piantine dalle foglie filiformi. adesso ci son tre fiori. bellissimi, grandi, neri con riflessi blu. quando il giorno con la principessa si torna a casa lei li guarda felice. e io guardo lei. altrettanto.

certe cose son dure a farle. ma le devi fare. assolutamente. come se dentro te ci fosse un altro te. che spinge. forza le cose. ribalta i programmi. calpesta i principi. come se da soli non si sbagliasse abbastanza. ti sei trovato anche chi ti aiuta.

giovedì, 16 marzo 2006
la gente non ci crede. ma la realtà è quella lì fuori. aggressività, violenza, scontro. c'è gente che riesce ad usare la merda che gli schizza addosso per concimare il roseto. beati loro.

quando uno vaneggia va lasciato fare. senno' è peggio.

distanza. mancanza. importanza. niente. non c'è spazio. tra te e la pelle. sei vicino al nulla. troppo. come volare. ma senza riferimenti. ecco, sì. volare al buio. il bagno di notte. vai giù, giù, giù. e le stelle si spengono. nuotare e basta. mattonelle d'aria che le senti, passano vicino. la gente. ma tu sei già di là. distante. mancante. importante.

dopo le elezioni. si parte. mar rosso. un po' di caldo farà bene. una settimana di barriera corallina. devo ricordarmi di portare la maschera. e la macchina fotografica. il cervello no. quel poco lo lascio a casa.


e poi la pioggia. a lavar via l'inverno. a lasciar segni in terra. righe d'acqua scritte umide che finiscono in orme di scarpe grosse. alberi vestiti a festa con colori leggeri che fanno bene agli occhi. verrà il sole a scaldar tutto. la vita perderà un po' di grigio. il gelo sarà un ricordo. dentro.

mercoledì, 15 marzo 2006
sarà che a me piaceva mafalda di quino. le leggevo da ragazzino quelle strisce di bambini glaciali. in onore di quino mafalda diventò il soprannome di mia madre. la chiamavamo così, e a lei piaceva (leggeva quino insieme a noi). oggi ho visto al tiggì pedro almodovar che presentava volver. adoro il suo cinema. guardandolo bene, aveva i capelli di manolito. corti ai lati e ritti sopra, una pettinatura improbabile. poi mi son lavato i denti. e ci ripensavo. a quel piccolo personaggio cinico, caustico, insensibile, calcolatore. sempre in bisticcio con mafalda, la pasionaria del fumettista argentino. oppure che schiacciava il povero felipe, il vero alter ego di quino in quei fumetti. e mi son visto come manolo. specie con le donne. un elefante in una cristalleria. che volteggia con leggerezza, incurante del frastuono e dei cocci. un manolone di quasi cinquant'anni. altro che almodovar. nessuno è perfetto. io poi.

mi vien da pensare che sia camilleri che marquez da vecchi scrivono di casini, puttane e scopate giovanili. nell'invecchiare si peggiora, lo dico sempre io. il problema è che non sono mai andato a puttane. manco da giovane. ho sempre odiato la mercificazione di una cosa tanto bella. infatti non ho mai scopato. sempre fatto l'amore (poco a dire il vero). o almeno così penso io. ma ho solo quarantanove anni (sorriso amaro).

martedì, 14 marzo 2006
stasera mentre quei due coglioni si scannano nell'arena mediatica prendo la pensione eva di andrea camilleri e lo finisco. oppure la principessa e la finisco. insomma, voglio prendere e finire qualcosa. che se li vedo ancora in tivù alla fine voto monarchico.
il tuo problema è che non te ne frega nulla. fai il già fatto. vivi come già vissuto. quel poco di meraviglia che ti è rimasto è dentro. solo dentro.

ormai è passato un anno. sette marzo duemila cinque. entravamo in dantedieci. è cambiata. siamo cambiati. quanto? in meglio? non saprei. avanti.

lunedì, 13 marzo 2006
è dura. farsi intendere dico. ma la colpa non è del media. siamo noi che usiamo il motorino senza casco, senza freni. senza codici. magari senza codici. quel che è peggio, ognuno ha i suoi. eppure il bello delle parole è la loro grandezza. prendi inesorabile. o tempo. oppure lavato. o anche vecchio. prendine una. da sola. scrivila. leggila. suonala. certe parole cantano. hanno in sé un senso evocativo enorme. roba da vederci un film dentro. e mai lo stesso. la mattina ti pare una cosa. la sera è differente. eccola lì, la forza della comunicazione. per alcuni ha un limite: il frainteso. per me ha un valore enorme, destabilizzante e affascinante insieme: la possibilità.

ognuno gira il mondo con la sua verità. non sapendo che quella parola appena fuori dalla pelle suona falso. non vale più niente. allora? tacere. niente è meglio del silenzio, per esprimersi. e fare. l'azione assolve il pensiero. anche il più bieco. mentre lo metti in atto assurge a vita propria. ha ragion d'essere. e purezza. nuova. e indipendente da te. come lo scrivere. quasi.

mi sta arrivando l'ottava/o nipotina/o. è bello sapere che c'è qualcosa che cresce. oltre ai coglioni.

una donna o la fai godere o la fai incazzare. non ci sono alternative.

venerdì, 10 marzo 2006
son due giorni. che moccolo. ho cambiato il disco. del portatile mac. non ci entrava più nulla. moccoli. ripartire da zero. moccoli. sistema operativo. non funziona. cambialo. aggiornalo. moccoli. telefona. fatti aiutare. niente. moccoli. funziona. aspetta. la rete. moccoli. riprova. rimoccoli. adesso sono stanco. di moccolare, anche. mi mancano stampanti, fonts, applicazioni grafiche, utility. dovrò bestemmiare anche lunedì. pace. che l'inferno me l'ero guadagnato da tempo.

giovedì, 09 marzo 2006
se poi sogni di farlo con un'amica son tre punti. come minimo.

suppongo che un sogno erotico fatto per la festa delle donne valga doppio. nel bene e nel male.
mercoledì, 08 marzo 2006
oggi è la festa delle donne. niente auguri. tre mesi e mezzo fa scrivevo questo. preferisco far così. mi sembra più onesto.

me n'ero scordato. era il sei marzo del ventotto. ad aracataca, in colombia. nasceva marquez. auguri gabo.


son giorni. parlan tutti di donne. sante, puttane, mamme, capi popolo. come la pasqua. la festa dell'agnello.

martedì, 07 marzo 2006
mi ricordo quando aiutavo la principessa. a farsi casa. da bravo ex marito. stava mettendo i vetri doppi alle vecchie finestre di casa sua, in centro. un vecchio falegname, aveva la bottega fuori città, di quelle vecchie piene di segatura e ferri rugginosi. girava su una bici nera con la cassetta di legno per i ferri avvitata dietro. e da bravo vecchio falegname si rifiutava di venire in centro con l'ape a riportare le finestre. mi offrii io. parto con la macchina. mi fermo in quella stradina sterrata davanti a una colonica, poco fuori. il laboratorio era al piano terra, la casa sopra. "uscio e bottega", come si dice da noi. lo aiuto a portare le finestre in macchina. nella penombra del locale noto un gran pannello di compensato attaccato alle travi del soffitto. una scritta nera, grande, fatta a pennello e piena di gocciolature: "IO FO' COME MI PARE". da quel giorno compresi cosa voleva dire artigianato toscano. anarchia, niente regole, fede cieca in sé stessi. anzi, no. fiducia nelle mani. che se le sai muovere il pane non ti mancherà. montammo le finestre. andavano a pennello. poi successe che anch'io abitai la casa della principessa. ma questa è un'altra storia. mi piacque molto quell'omino con gli occhiali polverosi legati al collo con lo spago. lo ricordo ancora.


fare una foto è come spalmare un pezzo di tempo su un pezzo di carta. non ricordo dove l'ho letto. ma mi suona bene. mi torna.


in fondo la vita è una forma di architettura. uomini e donne sono ambienti diversi. pareti tra loro. a dividere spazi apparentemente incompatibili. poi si formano aperture. per la comunicazione. possono essere feritoie, finestre, vetrate, porte. dipende da quel che vuoi farci passare. anzi no. quei passaggi ci sono. si formano per natura. nel senso che ci può essere un pertugio come un arco gigantesco. sta a noi transitarci più roba che si può. considerando che siamo comunque spazi diversi. da arredare,abitare, vivere come tali. da guardarli per come sono. e alcuni son belli. pieni di aperture, grandi finestre e porte aperte a far entrare aria e luce e cose che in quello spazio, con quella luce le guardi e ti fanno innamorare. dico questo perché a volte mi sento tanto monolocale.

lunedì, 06 marzo 2006
domenica mattina. nonostante la pioggia si parte. per il padule. ho il raffreddore modello "una soffiata ogni tre minuti". in toscana la palude si chiama il padule. maschile, e con quel buffo scambio di lettere. e poi si dice che noi si parla italiano. insomma, strano mondo il padule. un mondo d'acqua, accentuato da una pioggia intensa, fitta, ininterrotta. un mondo senza uomini. solo argini bassi, e canali, segni di bonifica. il resto è acqua, canneti. e uccelli. folaghe, germani, aironi, cormorani. delle folaghe son proprio vicino a noi, nere e con quella macchia bianca sopra il becco. io scatto con la digitale, protetto dall'ombrellone verde da contadino. il problema è il vento. tira forte, l'acqua entra dappertutto. il mio amico ornitologo a un certo punto dice che col libeccio forte che arriva dall'africa, si dovrebbero vedere i primi migratori che arrivano. si sentono dei versi dall'alto. si alzano gli occhi. il mio amico sorride e dice "marzaiole". paperelle piccole e colorate. arrivano davvero. hanno passato l'inverno nel deserto del sahel, o sul lago ciad, in senegal. le vedo arrivare sull'acqua, lontane. extracomunitarie senza permesso di soggiorno. il mio amico sorride. mi meraviglio. una cosa è sentir parlare di uccelli migratori. altra cosa è vederteli arrivare, una piovosa mattina di marzo. dall'africa. nel padule, a pochi chilometri da casa tua. eppure loro abitavano qui prima di te. migliaia di anni di presenza e nessuna traccia. solo presenza. una paperella che pesa sì e no tre etti. abita vicino a te. e non lo sapevi. e ti insegna che i confini non esistono. che essere africani o italiani è un'invenzione. che la natura è sempre più forte di te. tanto vale conviverci, e trarne il meglio. son tornato a casa contento. strano, il raffreddore era quasi passato. oggi ripenso a quelle paperelle. c'è chi gli spara. idioti.

sabato pomeriggio. la principessa a lavoro. ho messo un disco di liuto. non ricordo chi sia. ho tirato fuori il powerbook. voglio togliere i doppioni dalla musica emmepitre. son tanti. ho messo il mac sul tavolino da gioco davanti al finestrone. vedo il libeccio che spazza il giardino. si può vedere un vento? io lo vedo. e vedo anche la schiuma sul mare. dal tavolino. la immagino, ma è come se la vedessi. ora è arrivata la merla. sta sempre qui davanti in giardino. io ci scuoto le briciole, sempre nel solito posto, e lei le mangia. è quasi un anno che abita con noi. alzo gli occhi e vedo le nuvole che strisciano tra i pini. la luce cala, ma piano. lavoro, ma piano. ogni tanto esco a fumare. vento forte. poi rientro. musica. il tempo passa, sta facendo buio. va bene così.

venerdì, 03 marzo 2006
quarantatremila. pensavo aveste meno pazienza. pensavo di averne poca anch'io. invece si resiste. grazie.

vorresti essere un grande amante. al massimo puoi considerarti un amatore. nell'accezione dilettantesca del termine.

la notte porta consiglio. sarà. a te porta un sacco di roba. dai sogni più sconci ai pensieri più perversi. di solito in ordine inverso. e non sempre, per fortuna. ieri sera non avevi sonno. a cena da vecchi amici della principessa. un caffè alle undici non aiuta. alle due non si legge. si dorme. potendo. e senno' si pensa. o meglio. stai a guardare un cervello che se ne va da solo. sai che la mattina non ti ricorderai più niente. ma è lo stesso. per te, il momento migliore. come leggere un libro. non sai dove andrà a parare tra un minuto. ti godi questa navigazione a vista, senza rotta. curve di pensieri improvvise. grappoli di intuizioni strambe, sparate a mitraglia nella notte. concetti assurdi lanciati nel buio. non ti serviranno a niente. persi nel sonno, per sempre. inutili. forse è proprio questo che ti piace. non serve a niente.

giovedì, 02 marzo 2006
certi momenti son come i rasoi affilati bene. li vivi e non ti accorgi di niente. poi ti guardi. e sanguini.

poi uno diventa matto. e beve. oppure spara a qualcuno. come fai a vivere in una scatoletta insieme a migliaia di persone? girando in città vedi solo ombre che spingono persone. morti, praticamente. già, è più viva l'ombra che hanno dietro. la vedi che guizza, salta gli ostacoli. loro no. testa bassa, strisciano i piedi veloci. come se quel che fanno fosse vitale. tutto per quella scatoletta dove vivere circondati da aggeggi elettrici che ti informano, ti nutrono, ti scaldano. l'unico sorriso che ricordo adesso era un sorriso di gruppo. indios yanoami. un documentario. un tetto di foglie, tutti sotto nelle amache. nudi, a guardar piovere. chi dormiva, chi mangiava, chi raccontava. e ridevano. niente lavoro, niente casa, niente accessori, niente soldi. solo tanto tempo per stare insieme. e sorridere. forse abbiamo sbagliato tutto. forse.

strano. la sera ti vien da pensare certe cose. la mattina altre. come una persona diversa. sembra quasi che il cervello sappia quando esser libero o no. le robe serali, anzi, notturne, sono decisamente migliori, meno mediate. più caustiche, più dure, più acute. già, dai il meglio quando sei stanco. lontano dalla tastiera. e vicino alla principessa. come se l'una escludesse l'altra. dicotomia strana. sopportabile?

in realtà tu certa gente non la sopporti. ammettilo. sarà tutto più facile.

ieri sera carte. persoperso. giocavo con la mia amica occhi di ghiaccio. era sotto cura per un dente. gli antibiotici le davano un leggero gonfiore che accentuava un po' le curve. risultato piacevole. dovrebbe prenderne più frequentemente.

mercoledì, 01 marzo 2006
il bello delle belle notizie è quando te le devi tenere per te. chiudi gli occhi, te le ripensi, le covi. sì, te le godi. che in fondo non sono mica cazzi tuoi. ma alla fine se te lo fanno sapere è come se lo fossero. lo dicevo tempo fa al lapo vero, il nipotino: "perché parenti non si nasce. parenti si diventa".
se solo uno sapesse. cambierebbe faccia. e modi. e atteggiamento. ci sarebbe chi cambia vita. a saperlo. invece no. la sopravvivenza si basa sull'ignoranza. e tu lo sai bene.

ieri sera. sto leggendo baricco. city. libro strano. o lo odi o lo ami. niente vie di mezzo. ci pensavo prima di addormentarmi. bell'affresco. un'opera complicata. storie differenti, che si intrecciano con un artificio macchinoso. legate dalla forma. sì, il vero splendido protagonista è la forma. e l'artificio, a sorreggere il tutto. sembra una coperta fatta all'uncinetto. non tiene caldo, ma è bella. un patchwork raffinato e colorato. apri il libro a caso, prendi una frase qualsiasi, e potresti inciderla su una lapide. starebbe bene così. city, di baricco. un gran bel lavoro epico. spero di capirlo quando l'ho finito. intanto me lo godo.

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