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martedì, 28 febbraio 2006
chiamali percorsi. chiamali storie. chiamali come vuoi. i casi buffi della vita. si cammina tutti, direzioni diverse, velocità diverse, traiettorie diverse. quello che va dritto come un fuso. quella tortuosa come un arabesco. l'altro ellissoide, oppure circolare, stretto al limite della paranoia. ognuno va per la sua strada. ma è poi sua la strada che sta facendo? o è una rotaia, inelluttabile, decisa, prevedibile, ovvia e scontata? forse l'uno e l'altro. c'è una strada comune e poi dei viottoli, piccoli e poco calpestati. il tutto forma un reticolo. e noi dentro, a muoversi. è sugli incroci che succedono le cose. ci si interseca. a volte si fanno due passi assieme. solo due. poi uno svolta, e l'altro dritto. è fatta così la vita. ma non è piatta. in basso c'è il reticolo dei fatti, e sopra la trama dei pensieri e delle idee, e poi quella dei sentimenti. e allora le possibilità di incontrarsi aumentano. come quelle di perdersi. e non conta se stai fermo o vai veloce. se scegli una freeway a otto corsie o un sentiero solitario e incolto. quel che deve succedere succederà. era scritto? quanto c'è di casuale e di voluto? e poi, cosa è veramente voluto? puoi dire che quel che sei era quel che volevi? mi son fatto un'idea. non serve saperlo. tanto è uguale. nessun calcolo preventivo ti eviterà mai una gioia o un dolore. al massimo puoi sperare. allora prendi quel che viene. senza aspettarti gran che. conta il meravigliarsi, quello si. non conta come li chiami. io li chiamo "i casi buffi della vita". ma è un codice. nient'altro.
leggendo lala

c'è gente che per un po' di fica darebbe via l'anima. tu frequenti poco entrambe. inutile proporti il baratto. non sapresti cosa fartene.

domenica pomeriggio. la principessa col lapo quello vero. al carnevale a firenze. solo in casa. keith jarrett che suonava il concerto di colonia. vasca piena d'acqua calda. e pensieri. fino alle otto. un buon tempo. averne così.

lunedì, 27 febbraio 2006
la solita storia. olimpiadi, sanremo, reality falsi e verità fasulle. ci prendono per il culo. e noi si votano. mah....(trix?)

non voglio. no. non la voglio una vita inesorabile. mai più giornate senza scelta. l'ineluttabilità dell'esistenza è opprimente. vorrei decidere un tramonto. col telecomando. pausa. stop. e anche il rewind.

è inutile nasconderselo. i sensi di colpa fanno male al sesso.
venerdì, 24 febbraio 2006
stasera pizza. in quel posto squallido e rassicurante della profonda provincia pisana. gente che parla a voce alta, tavolacci e operai slavi che bevono birra nelle loro tute sintetiche sgargianti. ma la pizza è buona. forse è il casino, il fumo, il sudore e la vita che c'è lì a farla buona. mi sa di casa del popolo anni sessanta. lo squallore che risalta le facce da perdente di chi si alza presto. la luce fredda del neon che sottolinea la durezza semplice di stare al mondo. stasera ne ho bisogno. sono uno di loro. anche se non lo merito.

è che a volte a forza di pensare uno si svuota. allora è meglio se sta zitto.

giovedì, 23 febbraio 2006
 ti immagini una scatola. piccola. chiusa. vuota. leggera. la apri. ci metti dentro cose. le tue. sogni. voglie. desideri. cose per te. e per altri. infili dentro. veloce. c'è posto. progetti mai nati. pensieri incompiuti. aborti mentali. cose trovate per strada. altre rubate. non ricordi a chi. o forse sì. impressioni lontane. ricordi resi piccoli dalla distanza. facce sparite. gesti morti. luci spente da tempo. è piena. è tutto lì. la chiudi. è rimasta leggera. la regalerai. a Lei. perché non l'apra mai.

guardarsi intorno e vedere maglie-corte-sopra-l'ombelico-chi-se-ne-frega-se-fa-freddo, occhiali-da-sole-messi-anche-con-le-nuvole, insieme a sciarpe-massicce-messe-a-nodo-scorsoio che poggiano su cappottini-che-ora-vanno-aderenti-e-sottili-anche-se-nevica mossi da stivali-alti-e-appuntiti-messi-sopra-il-pantalone. mi son venuti due-coglioni-così-grossi-che-mi-fregano-in-terra.

mercoledì, 22 febbraio 2006
ma poi, di che pasta siamo fatti? che vuol dire commuoversi a sentir parole? niente, non vuol dir niente. riesci a trasmettere quel che provi? il segreto è lì. riprodurre. restituire le cose che rubi alla vita. trasformarle, in parole, suoni, immagini. non ci riesci. forse il problema è alla fonte. non sei buono neanche come ladro.

e poi non basta. ci vuol costanza. tanta. ne conosco una che si chiama così. giovane, sexy e chiaccherona. ecco fatto. stavo dicendo?

come fiori nei campi. le idee spuntano dove vogliono. hai voglia a cercare. guardi lontano. e intanto ne pesti a decine. metodo, ci vuole metodo.

martedì, 21 febbraio 2006
a volte si è troppo forti. altre troppo sensibili. oppure troppo stupidi, quando servirebbe esser furbi. e viceversa. come in cucina. il segreto sta nel dosaggio. e tu sei bravo nella pasta "cacio e burro". il resto se lo mangiano gli altri.
uomini e donne. differenti in tutto. per fortuna c'è l'amore. per alcuni il sesso. senno' era roba da farci due grandi tribù. separate in tutto. una semplice, tranquilla, giocherellona. una complicata, nevrotica, cervellotica. lo strano è che la tribù delle femmine forse sarebbe più fraterna di quella dei maschi. vuoi mettere la solidarietà complice che si forma tra donne? ma fraterno è maschile. si dovrebbe dire sorellico. sarebbe più pertinente. anche le parole sono sbagliate. le abbiamo decise noi.

lunedì, 20 febbraio 2006
io non lo so. ti guardi in giro e vedi facce. facce strane, curiose. facce tagliate dalla voglia. forse voglia di cambiare. non son poi molte. il resto è serio, morto. o almeno distratto. dal giorno che è corto per tutte le cose che fai. peccato. facce perse. e anche il resto. mi fido di chi rimane sfigurato. dai sogni.

è che uno i sogni li subisce. poi si sveglia, e pensa di decidere. la volontà non basta. il libero arbitrio non esiste. e in fondo è giusto così.

venerdì, 17 febbraio 2006
quando sei solo ti vien voglia di parlar con qualcuno. se sei in compagnìa te ne stai zitto. spiegatelo.

c'è gente che aspetta di sposarsi. auguri a loro. altri aspettano che nasca un bambino. auguri anche a loro. e tu cosa aspetti? che il dentista ti tolga un altro dente. addizioni e sottrazioni. differenze sottili.
voci. ieri le ho sentite per la prima volta. al telefono. i miei "soci di penna". giadim e bianca. adesso malaparata ha due voci. strano effetto. dopo dieci mesi. eccitante. come sempre, li ho coperti di parole. i nervi mi spingono alla logorrea. lui simpatico, positivo, allegro. lei timida, dimessa, moderata. ma con una forza dentro che se la riconosci ti spaventi. già, le differenze. le apparenze e le sostanze. uomini e donne. parlare e scrivere. che effetto avrò fatto io? glielo chiederò alla prossima telefonata. o forse è meglio lasciar perdere.


ho deciso. mi faccio una "raccoltina". sarebbe un cd di musiche. lo chiamerò "grand piano". ci voglio mettere einaudi, allevi, horowitz, jarrett e altri. insomma, i più bei pezzi di piano che abbia mai sentito. ho cercato anche immagini. per la copertina. poi vedrò con photoshop che si può fare. un "masterpiece" che si rispetti la merita.
giovedì, 16 febbraio 2006
quarantaduemila. grazie.
tra un po' è un anno. casa nuova. dantedieci. cambiar casa non è solo "cambiar casa". è cambiare spazi. lo spazio è una roba strana. lo cammini, lo usi, lo guardi. è aria, luce, superfici e percorsi. ma non è tuo. non ancora. e non basta arredare. la tua roba in una casa non è "casa tua". c'è un'interazione tra uomo e spazio. tra una roba ferma, immobile, immutabile e una persona che si muove, pensa, fa, vive. ma non è un parlare a senso unico. c'è uno scambio di segnali. tu chiedi e l'ambiente ti risponde a suo modo, concedendosi o privandoti di segnali, funzioni, azioni. una finestra fa vedere o nasconde, illumina e rassicura, oppure impaurisce. una stanza ti ospita o la ingombri. è differente, e ti fa sentir bene o male. un muro è superficie, appoggio, ostacolo, protezione, stimolo o castrazione. non si vive ad occhi chiusi. lo spazio lo guardi, lo respiri, lo annusi (una casa ha un odore suo). lo ascolti anche. i tuoi passi percuotono l'ambiente e lui risponde con un'eco ovattato, un rimbombo sordo, un suono secco. ecco, se quest'insieme di segnali, positivi e negativi, lo riconosci e lo accetti, lo fai tuo, allora sei a casa. a casa davvero.leggendo falupa.

mercoledì, 15 febbraio 2006
stasera carte. non vedrò la principessa fino a stanotte. mi mancherà. d'altronde se non andassi mi mancherebbero gli amici. la vita è fatta di mancanze. ora che ci penso, mi ha telefonato la mia amica padrona di casa. devo andare a riprendere dalla piscina sua figlia, una quindicenne. quella non mi manca. anzi.

a volte il tempo è una guerra di nervi. non ce la fai a spinger via quel che ti arriva addosso. come si fa? bene. cercare un sorriso. non si trova quasi mai, fuori. allora lo cerchi dentro. scavi. nei ricordi. negli odori vecchi. un volto, un momento, una storia. poi lo trovi. senti un caldino buono, profondo. esce fuori. scopri i denti. senti il viso che si rilassa. sì, avanti, buttate pure merda. ce n'ho per tutti.
l'altro giorno, per ragioni di lavoro, ho aperto un file di word. l'avevo quasi dimenticato. di quando volevo scrivere un libro. si, ero deciso a farlo. una storia vera, ma raccontata. feci la prefazione. per sbaglio la lessero delle persone interessate. entusiasmo, incitamento, pacche sulle spalle. buttai giù dei pezzi. mi informai, lessi, cercai. un bello schema a blocchi da riempire di storie vere e inventate, cose accadute e immaginate. antiche e nuove. ne scrissi un po'. non lo sapevano i meschini. stavo scrivendo per mio padre. si, volevo farlo per lui. lui che faceva ceramica. e io che ne scrivevo. stavo scrivendo una storia di ceramica. mentre scrivevo immaginavo lui che la leggeva. non mi avrebbe detto bravo. no, lui non faceva complimenti. ma sarebbe stato orgoglioso di me. come io lo ero di lui. poi successe. un'auto. un signore anziano alla guida. poteva essere mio padre. no, mio padre era lì davanti, steso in terra, investito da quell'auto. morì. novantaduenne ma vivo più che mai. tornava da una mostra di ceramica, tanto per cambiare. buttai via tutto. resi i libri, le pubblicazioni. cancellai gli scritti. non aveva più senso. avevo perso il lettore. un altro fallimento? no, è stato giusto così. gli altri la pensino come vogliono. mi è rimasta questa prefazione. rileggerla mi ha fatto provare una sensazione strana. ma la tengo per me.

martedì, 14 febbraio 2006

a volte infili in un rosario di giornate sospese, rarefatte, inconcludenti. un po' come i ponti di santiago calatrava. tutti belli, sulla carta. ma impossibili a costruire, e tutti vagamente simili. ergo, il bello teorico annoia. meglio la banalità del fare.

lunedì, 13 febbraio 2006
martedì, 10 febbraio 2004
l'ho aperto ora, sono stanco, e devo anche lavorare. domani si vede eh?
LaPo
messo in casa da LaPo | 16:45 | commenti
me n'ero dimenticato. son passati due anni. settecento trentatré giorni. mille duecento cinquantanove robe scritte (e mai cancellate). mille novecento trentanove commenti (inizialmente li cancellavo tutti). quarantunomila settecento novantasette visite (quasi sempre gradite). avevo pensato di smettere. due anni possono bastare. mi son dimenticato anche di questo. perché lo feci? ancora oggi non lo so. è così. andare avanti. senza un perché. ma andare.

ti piace star solo. ma uno da solo si inselvatichisce. perde i riferimenti. specie uno orfano e senza figli, come te. se non ci fosse la principessa saresti un selvaggio. un po' come i denti. se ne hai uno da solo prima o poi si allenterà, incomincerà a tentennare. questione di tempo, cadrà. siamo tessere di un mosaico. incastrate, strette in un reticolo di malta. tu che hai perso i genitori senza trovar figli sei così. sei mobile, labile, vulnerabile. non sai più di che carne sei fatto. ti attacchi a due pietre in un cimitero, un po' di terra sotto i piedi e poco altro. i ricordi non son carne. i pensieri non fanno sangue. la vita sì.

venerdì, 10 febbraio 2006
ho ancora due soci maschi e uno femmina. e carina.

non preoccuparti dei segni che lasci. l'ombra che a volte ti segue sparirà. con te.

vivere in fondo e un fastidio sopportabile.
son mesi che succede la stessa cosa. la sera ci vediamo a casa con la principessa. lei torna tardissimo. stanca, stressata, nervosa, stizzita. inavvicinabile. il lavoro la sta distruggendo. io aspetto un paio di minuti. devo star lontano. intanto lei si cambia, mette le ciabatte e la tuta. io preparo per la cena. quando torna giù vedo che la pressione è già sotto il livello di guardia. allora parto. cazzate. cazzate immani. raffiche di cazzate. un bombardamento, non so da dove mi vengono. commento le sue frasi tristi con soluzioni assurde, oscene, al limite della provocazione. fino a che non spunta il sorriso. o meglio, la risata. di solito ci metto tre minuti. massimo cinque. a quel punto la principessa è a posto. ride, di quella risata che mi ha fatto innamorare da giovane. io la guardo soddisfatto. missione compiuta. sono un animale da compagnìa. anche se a volte tiro forte il guinzaglio.

ci son mille modi di vivere, potendoselo permettere. la fregatura sta lì. ci vogliono i soldi. e poi siamo sei miliardi. il benessere e la democrazia sono antitetici. eppure l'architettura si sta sforzando. ikea è anche un "way of life" economico, pure essendo su base commerciale. uno studio tedesco ha progettato questa "loftcube". unità abitativa completa, area calpestabile netta sei metri per sei. posizionabile ovunque. vuole acqua, elettricità e scarichi (ovviamente). mi piace l'idea. cucina, letti, bagno. tutto lì. la metti in cima ad un grattacielo e ci abiti. chiaro, costa molto: ne fanno poche. ma se le facessero in serie? passerebbe dai cinquantacinquemila a manco trentamila euro, forse meno. un pezzo di terra e via (permessi permettendo). non ti piace il posto: la smonti e vai altrove. la sto pensando per la terra di mio padre all'isola d'elba. un sogno: non ho i soldi e quella terra credo faccia parte del parco dell'elba. insomma, io mi ci vedo, ma in un posto isolato parecchio. invece pare che vada a ruba tra i manager berlinesi che la piazzano sopra l'ufficio dove lavorano. peccato sia roba da ricchi. io la penso differente, ci vedo anche dei quartieri fatti con queste casette impilate (pesano duemila chili, basta un telaio con le scale esterne in ferro). dei minigrattacieli di tre piani, posizionati su un prato verde, con alberi intorno e vialetti. insomma, ci deve essere un modo di vivere meglio no? non posso continuare a pensare a formicai brulicanti di omini e donnine che corrono impazziti. abitare è luce, aria, rapporto con il mondo. loftcube mi senbra soddisfi queste esigenze. questi alemanni: da "volkswagen" (macchina del popolo) a "volkshaus" il passo è breve. o almeno, a me pare.

giovedì, 09 febbraio 2006

la socia è andata a farsi i capelli. da domani avrò tre soci maschi.


a volte ti inventi una strategia di rottura. alternativa. un piano bi. sai che non funzionerà. nessuno respira dalle orecchie.

ieri sera carte. uomini contro donne. persovintoperso. il padrone era magnanimo. tra le ciofeche acustiche che ci faceva ascoltare ha inserito canned heat, creedence clearwater revival e altre chicche preziose. stamane ho trovato per strada il cliente che cercavo inutilmente ieri. abbiamo chiacchierato un bel po', e non solo di lavoro. non male, se ci si limita alle ultime dodici ore. se a questo si aggiunge che arrivato in ufficio la socia sorrideva, aveva acceso la macchinetta del caffè e stava suonando "senza una parola" di ivano fossati, si potrebbe urlare al miracolo. basta saper aspettare. qualcosa andrà storto.

di ieri l'altro sera mi è rimasto in mente un concetto huli. hanno un posto segreto nella foresta dove tengono i loro antenati. una caverna sacra con dentro una casina in legno piccola come un forno a microonde. loro bussano alla casina, chiedono permesso, aprono la porta e dentro ci sono cinque teschi. il progenitore, che nacque dall'accoppiamento di un uomo e di un maiale (per loro l'animale più prezioso) e i suoi quattro figli. da lì parte la loro storia. il capo villaggio insieme ai giovani non ancora sposati ha cura di quei cinque teschi dipinti, e dopo di lui farà così il nuovo capo. e questa storia la ballano, la cantano, la tramandano nella tribù di padre in figlio. ci sto pensando. un concetto semplice: "io sono quello che discende dagli antenati, e vivo grazie a loro, ricordandoli con rispetto". non sarà moderno, ma non c'è un modo più bello di onorare il padre.

mercoledì, 08 febbraio 2006
serata strana e bellina ieri. dieci vecchi amici. tutti a dantedieci. con quello dell'elba mi conosco dalla prima elementare. con tamarindo da poco dopo. l'occasione era un film. di quelli delle vacanze. un film girato in video otto. si, uno di noi, che avevo perso di vista, fa il commercialista. i commercialisti di solito non si sposano e fanno vacanze estreme. una peculiarità curiosa, ma ricorrente. lui è stato per tre anni consecutivi in papua. da solo. a piedi. con una guida. ha filmato le tribù, le usanze, le foreste, i fiumi, gli spostamenti a piedi, i raduni, le guerre, le piogge. ha vissuto con loro. poi ha montato, commentato, musicato un film di novanta minuti. bellissimo. ha filmato una guerra. vera. gente che si infila frecce e lance da due metri di distanza. un ragazzo morto. ma non è questo che mi ha impressionato. né i colori, le acconciature, gli uomini fango, gli uomini coccodrillo, gli huli coi quali è diventato amico, dalle facce gialle e rosse incorniciate da piume dell'uccello del paradiso. mi ha impressionato il racconto. è un viaggio raccontato in prima persona. e dentro non manca nulla. difficoltà, impressioni, cenni storici, politici, religiosi. e amore. per un posto che più lontano non ce n'è. dove il ferro non è ancora stato inventato. la ruota neanche. dove nessuno sa scrivere ma tutti sanno raccontare la loro storia. dove le vere guerre se le fanno le diverse missioni (tutte cattoliche ma metodiste, luterane, anglicane e romane, in competizione tra loro). amore per un popolo fatto da settecento tribù, ognuna con lingua, cultura e tradizione diversa. in comune l'innocenza. quell'innocenza che solo chi vive la natura conosce. farsi la guerra vuol dire combattere corpo a corpo. vedere sangue, intestini, dolore. la guerra finisce al primo morto. poi si discute. uomini lontani, appunto. migliaia di anni da noi. ma uomini. destinati a sparire. estinguersi, come gli uccelli del paradiso. che oggi non serve aver piume bellissime, e far danze complicate e piene di significati e cantare canzoni vecchie di migliaia di anni. verrà un uomo moderno col fucile, ti ucciderà e quei mille alberi che ti davano da mangiare saranno suoi. ci farà mobili per arredare la sua scatola di merda. bella serata ieri, dicevo. devo rivalutare i commercialisti.

martedì, 07 febbraio 2006
e poi ti guardi in giro. gru dappertutto. le città incinte, partoriscono nuovi quartieri. figli brutti di madri troie. terra venduta non per viverci, ma per morirci. abituarsi al peggio. in un alveare ci crescono api, in una fogna topi. come sarà un bambino che cresce senza terra, piante, animali, senza orizzonti? semplice. uno stronzo.

meglio perdere. la sconfitta è solo una vittoria rimandata. ti rimane la voglia.

c'è gente che mi ringrazia del niente. ieri una amica mi dice che le ho regalato sogni. le ho solo suggerito libri. ma lo vedevi negli occhi. era più ricca. era stata bene. in fondo i miei rapporti si limitano a questo. suggerimenti. musicisti, fotografi, artisti, scrittori, architetti. roba da condividere. un jukebox di emozioni. da un essere umano ci si dovrebbe aspettare di più. per me è anche troppo.

lunedì, 06 febbraio 2006
un movimento. a volte basta. esser vicini. tutto normale. poi lei si muove. gira la testa. senti l'aria. arriva un odore. buono. di donna. di pelle, liscia. di capelli mossi. di corpo caldo. lo senti, lo respiri. ti entra dentro. vertigine. strapiombo. caduta. verticale. chiudi gli occhi. fermati. è passato. respira. a volte succede.

tutta la forza che senti dentro rimane lì. ti senti inutile. consolati. c'è chi la spreca in cose giuste.
e poi ti trovi una domenica pomeriggio. solo. camino, pianoforte e pensieri. tanti. un mare in testa. da annegarci. e fantasie. storie vecchie e nuove. vere e finte. un intreccio di racconti e idee, tasti bianchi e neri. legni fiamme e cenere. sogni paure e voglie. tutto insieme. in quel momento. non ricordi nulla. solo una fiamma e un pianoforte. non scriverai nulla. ma ti è servito. ti è piaciuto. ti basta.

venerdì, 03 febbraio 2006
il kebab preso in dosi massicce può essere allucinogeno.

giovedì, 02 febbraio 2006
già. ci vuol coraggio. ma ci vuol coraggio anche a vivere. ci vuol coraggio a guardare in faccia la gente. senza paura. e dirle "ti voglio bene". ci vuol coraggio a sognare una cosa e cercarla davvero. mica far finta sai, che quello son buoni tutti. che se l'hai sognato allora vuol dire che c'é. coraggio a dir pace quando senti guerra. a dir no quando dicon si. il coraggio di fare a meno. e di far di più. di essere. ma non per gli altri. per te. esser giudice, e imputato. e anche boia. e poi perdonare. prima gli altri. sempre. no, non è galanteria né gentilezza. non è educazione. è coraggio. cercare il buono, a rischio di farsi male. tanto. e se non trovi pace. ma se trovi allora è grande vivere. e te lo dici che c'era cazzo. lo sapevi. si, avevi ragione, non è tutto sbagliato. no, vai avanti allora, coraggio. coraggio.
ascoltando Monolocale 7.30 am di Giovanni Allevi

chi di noi è capace di un atto di coraggio? coraggio vero. nessuno. in realtà nessuno. forse potresti morire per qualcuno. ma una cosa è dedicare la morte. un'altra è regalare la vita.

mercoledì, 01 febbraio 2006
lo ammetto. la musica per me è stupefacente. ed io mi ci drogo.


auguri. a chi lo so io.

ieri sera carte a dantedieci. mancava il calabrese matto. è stato bellino comunque. camino acceso, musica buona e risate. ho giocato con la single dagli occhi di ghiaccio. vinto e stravinto. l'altra mia amica era contrariata. la principessa aveva un atteggiamento più sportivo. apparentemente. una donna che hai battuto non lo da a vedere. ma aspetta la rivincita. di solito a letto.

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