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martedì, 31 gennaio 2006
è ancora giorno. le giornate si allungano. oggi è spuntato il sole. forte, scaldava a starci fermi davanti. se chiudevi gli occhi e respiravi a fondo quel calduccio sentivi l'estate dentro. è solo gennaio, ma giornate così rimettono al mondo. c'è da esser contenti, noi vecchi (sorriso flemmatico ancorché parzialmente artificiale).

ci son donne belle da lontano. poi ti avvicini un po'. e rimangon belle. poi ti avvicini ancora. una conferma. son belle davvero. poi basta, ti ci abitui. non ci fai caso. frequenti, sfiori, ma non tocchi mai. già, il segreto è non toccare. mantenere la distanza minima di sicurezza. e poi l'abitudine ti frega. le vedi spesso, non ci fai più caso. ma ogni tanto loro ti appaiono qual sono. belle, al di là dell'abitudine, del quotidiano, del fatto che son le stesse del giorno prima. si, insomma, belle fuori dal normale. lo sapevi, ma te ne eri dimenticato. un po' come quei soldati che si ammazzano a giocar con le bombe. stacci attento. se ti va bene ci passi da bischero. e se ti va male?

si, mi stanno sui coglioni. le persone "efficienti". quelle che non perdono tempo. che non si rilassano mai. che non sanno ridere. che pensano solo ai soldi. che se hanno una cosa è la migliore. che se hai una cosa tu è merda. che sanno sempre tutto. che senso avrebbe la vita senza quei filtri meravigliosi come lo sbaglio, l'ignoranza, il dubbio? se sapessi quel che mi succederà tra cinque minuti, non varrebbe la pena aspettare.

quarantunomila. grazie.
lunedì, 30 gennaio 2006
trovato il tempo (e la voglia) di finire l'"iliade" di baricco. scrive bene il meschino. una serie di monologhi. gli eroi raccontano la guerra. la storia procede fluida. arrivi alla fine in un attimo. poi però ci pensi. il sapore. ti è rimasto il sapore. baricco ha tolto gli dei. ha lasciato gli uomini. bravo, bastano loro a raccontare. ha smontato tutto. e ha preso solo ciò che serviva. poi ti accorgi che una cosa è passata. volutamente, forse, ma non sai fino a che punto. hai letto di guerra. di lance, di spade, di scudi. di teste tagliate, di corpi fatti a pezzi. fiumi di sangue, di morti, di lacrime. onore ed orrore di un fatto. eroi macellai, ma eroi. in questo omero può dormir contento. il resto è diverso. lo poteva chiamare "la brutta storia di quella troia". avrebbe venduto di più. "cantami, o diva, del pelide achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli achei", non c'entra nulla. e meno male dico io.
è che a volte uno non ce la fa. è inutile insistere. ci deve essere un modo di uscire dal buco. dico un modo non politico. che di un modo politico non ce n'è bisogno. ce ne son già troppi. e nessuno è buono. e allora? boh, aspettare, continuare con le piccole cose. quelle che ti dici: "si, questo è giusto". quelle che ti senti migliore quando le fai. vero, son poca cosa. ma in mancanza di meglio. avanti.

sabato, 28 gennaio 2006
il toccasana per una vita lunga e serena. il vaffanculo. almeno uno alla settimama. non ha controindicazioni, migliora la circolazione e allontana le cardiopatie. dovrebbero passarlo gratis alla mutua.

venerdì, 27 gennaio 2006
ho scoperto anthony and the johnsons. e fin qui nulla di strano. è che mi piace la sua musica. perché certa musica piace o non piace. nettamente. tipo alla socia non piace, a me si. ho letto che lo promuove lou reed. mi fido del buon vecchio lou. in foto sembra un un ninfetto asessuato. ma mai giudicare dalle apparenze. la musica la suona bene. roba semplice, dei moods al pianoforte quasi rozzi. ma la voce. la voce è forte. dura, modulata, distonica e suadente insieme. acerba e sapiente. non lo so dire, ma ti colpisce dentro. e allora ti piace o non lo sopporti. ha ragione la socia ma ho ragione anch'io. vuol dire che lo ascolterò in sua assenza.

e poi pensi. hai quasi cinquant'anni e sei tutto uno sbaglio. mangi quasi esclusivamente pasta, il tartaro ti sta rovinando la bocca, per la gioia del tuo dentista. cachi un paio di volte la settimana. in compenso pisci dieci volte al dì (proprio come i vecchi). fumi quaranta sigarette al giorno. fai un lavoro che ti piace, ma lo frequenti poco (e guadagni di conseguenza). pesi venti chili in più del necessario. sei profondamente asociale, egoista, intollerante verso tutto e tutti (quasi). sei volubile, umorale, a volte irascibile. stai imparando a scrivere, senza riuscirci. in compenso hai quasi perso l'uso della parola. stai a giornate intere in assoluto silenzio. aspettando che succeda qualcosa. sperando che non succeda nulla. insomma, sei tutto uno sbaglio. poi però te lo dici: gli sbagli son le uniche cose che ti fanno ancora innamorare.
c'è chi canta di una vita spericolata. io l'ho avuta maleducata. ho fatto sempre ciò che preferivo. con la complicità e la compiacenza di chi mi amava. è così anche oggi. e sarà così domani. è tardi per cambiare. troppo tardi.

giovedì, 26 gennaio 2006
ho telefonato a mio fratello. la sua barca a vela è quasi pronta. vecchia, piccola, ma efficiente. tempo fa lo aiutai a passar le manovre dall'albero. i cantieri sui porti son posti strani. il colore dominante è il ruggine. l'odore dominante il gasolio. vecchi pescatori intabarrati con la cicca a mezza bocca passano portando secchi di vernice ammaccati, matasse di cordame sporche e sfilacciate. mi ricordo ancora di un vecchio pescatore che mi disse "se hai bisogno di rifare il motore dillo a lui, quello lì col tornio fàllocchiallepuci" (fa gli occhi alle pulci). e poi i moccoli. le eresie che senti in un porto toscano hanno un intercalare, una ritmica, una vita propria. come la musica. si, la bestemmia livornese è quasi poesia. per chi come me la apprezza. ci ho passato anni in quel porticciolo scalcinato. mi è piaciuto tornarci. mi piacerà ancora di più uscire in barca. togliere gli ormeggi. prima il pontile, poi sganciarsi dalla boa. a motore, adagio, tra le barche, fino alla bocca del porto. intanto rifai le cime. che in barca tutto deve essere a posto. poi, in mare, alzi randa e fiocco. le drizze son dure, umide, come le gambe di uno fermo da tempo. ma poi il vento. senti le scotte che si tendono. la barca si corica, la imposti nell'aria, guardando l'onda. si muove. cazzi bene le vele. l'acqua scorre. le case si allontanano, il silenzio si avvicina. ti accendi la sigaretta e ti rilassi. sei sul tuo mare. sei a casa.
mercoledì, 25 gennaio 2006
come ebbi a dire, per la tristezza v'è sempre ragione, per l'allegria quasi mai. che l'allegria sia un sentimento sì sciocco e vuoto e insulso? non credo. forse la gioia è nostra, e vien da dentro. la mestizia tocca comprarla fuori.

fa troppo freddo. verrà il tempo del troppo caldo. l'importante è lamentarsi.

"ogesùttopà"
moccolo nuovo della socia, che articola espone e al contempo sintetizza in breve il concetto di aggressività verso tutto e tutti che scaturisce sul momento e viene sfogato in tempo reale.

certa gente non mi convince. ma sbaglio io. continuo a dar retta alla pelle. scelgo d'istinto. e forse scelgo male. senza parametri logici. mi innamoro di una persona come non sopporto quell'altra. così, senza pensare. ma in fondo io vivo senza pensare. e allora, di che mi lamento?

al mio dentista devono essere arrivati gli accidenti che gli mando. si è ammalato.

martedì, 24 gennaio 2006
di altre ti è rimasto il ricordo. fattelo bastare.

già. certe persone ti basta che ci siano. nient'altro.

ci pensavo stamane. il piacere della conversazione. sentir la voce. chiacchierare, discutere. bello. ma con certe persone il silenzio è adorabile.

lunedì, 23 gennaio 2006
se tu morissi oggi? pace. non son discorsi da fare. ma poi li fai. non morirai. devi fare ancora qualcosa. e forse il non farlo ti tiene vivo. non ti aspetti nulla. ma speri. come sempre.

ieri. da amici. organizzare la settimana al mare. la prima di luglio. in val di cornia, come sempre. la principessa altrove, a festeggiare l'ultima nipote. dopo cena un po' di gente va via. rimaniamo in pochi, come piace a me. parte un cd di foto alla tivù. vacanze lontane. cina, perù, poi praga, poi il mare. poi leggo yemen ottantanove. rivedo sana'a, un posto unico. ero magro, capelli e barba nerissimi. una salopette di jeans, t-shirt e scarpe da tennis bianche. cappellino e occhiali da sole con paraocchi laterali, anch'essi bianchi. e nikon, sempre, portata a bandoliera. il colpo d'occhio del turista pazzo. in quel mondo pazzo che è lo yemen. un mondo antico e pazzo, fatto di case torre in fango imbiancato a calce e finestre intarsiate di vetro colorato (sull'architettura yemenita non ci sono parole). di uomini in gonna giacchetta e turbante. di fuoristrada potentissimi e jambie (i coltellacci alla cintura) dai manici preziosi e dai foderi filigranati. di suk pieni di sudicio e odori e frutta esotica e spezie sconosciute. di donne velate e bambini bellissimi e incrostati e kalashnikov portati come telefonini. e taha, il nostro driver. manco vent'anni, una moglie a casa e una fidanzata da sposare dopo poco. ne possono sposare quattro i meschini. e i viaggi duri, scomodi, caldi, polverosi. viaggi fatti nei wadi, i letti dei fiumi in secca. e dormire nei muffrages, l'ultimo piano delle case torre. una stanza circondata da finestre, piena di cuscini e tappeti. la stanza dove gli uomini si riuniscono a masticare il quat, l'erba allucinogena. fa schifo, ma ti passa la fame e stai bene, e questo basta. rapivano i turisti anche allora. e si sparavano tra clan. lo hanno sempre fatto. faceva parte del pacchetto turistico. ci andammo anche noi a bere il "chiaì" (il tè) dai beduini nel deserto. erano amici di taha, ma i fucili non li posarono mai. lì la legge non la scrive nessuno. la legge c'è, antica di migliaia di anni. e non la cambiano, per nessuna ragione. oggi sento di rapimenti, trattative, rilasci. lo yemen non è cambiato. non so perché, ma questo mi rassicura. c'è gente che resiste alle lusinghe. come le case torre. che basta un po' di fango e una mano di calce. e la magia dei secoli continua.

niente candele. niente profumi. niente atmosfera. una vasca piena d'acqua ben calda, un pacchetto di sigarette e john mayall che mi suona "jazz blues fusion". e un'oretta di cazzi miei. bastante.

venerdì, 20 gennaio 2006
è che mi invitano. nei blogs. a scrivere. o a leggere. mi piacciono entrambe le cose. ci passerei la vita. ma non ho il tempo. già, ho una vita sola. che è già passata per un bel pezzo. allora si "ottimizza". e si cancellano gli inviti. lusinghieri, troppi blogs da leggere. e da scrivere. duro fatica a metter qui dentro quel che mi passa per la testa. e poi c'è malaparata. ecco, a quello ci tengo. gente che conosco. e apprezzo. un club piccolo, molto piccolo. siamo pochi ma buoni. devo ancora capire cosa ci faccio io tra i buoni. il resto non ce la faccio. devo anche vivere. per quel poco che mi tocca. e lo faccio volentieri.

niente cambio macchina. troppo brutta e sgarrupata. anche uno di bocca buona come me ha dei limiti. tengo il discovery.

tutti cercano qualcosa. forse lo fai anche tu. ma è differente. gli altri sanno quel che vogliono. quando lo trovano la delusione è certa. tu non sai neppure chi sei. e ogni nuova scoperta è fonte di meraviglia. a volte essere stupido ha i suoi vantaggi.
ascoltando "any another name" di thomas newman.

i sogni non li ricordo. mai. oppure li ricordo appena sveglio e cerco di scriverli, oppure di stamparmeli in testa. di solito vanno via. ma uno no. un sogno ricorrente. lo facevo da piccolo. mi spaventava sempre, e lo sognavo spesso. mi svegliavo sudato. casa mia ha una grande veranda da dove entri in casa. è sopraelevata, con cinque scalini in pietra che salgono dal giardino. quando ero piccolo non c'era il garage, un corpo con pareti in pietra e una grande terrazza sopra che interrompeva il rettangolo della casa, proprio accanto alla veranda d'ingresso. e a volte sognavo. sognavo di esser seduto su quelli scalini in pietra. accanto avevo mio padre e zio giacco. un ceramista e un falegname. si somigliavano quei due. quando ero piccolo avevano già i capelli grigi entrambi, tirati a lucido con la brillantina (che buon odore aveva) e portavano occhiali grandi e quadrati con la montatura nera, massiccia. parlavano e io li ascoltavo. poi, ogni tanto, roba tipo un minuto poco più, il terrore. passava un toro gigantesco, al galoppo. stava facendo il giro della casa il bestione. e mi terrorizzava. avevo voglia di scappare, alzarmi e correre in casa. ma stavo lì, tra quei due uomini a cui volevo bene. erano tranquilli, parlavano pacatamente. li guardavo, mi sorridevano. e poi passava il toro. ecco, questo era il mio sogno. un sogno inutile, da bambino piccolo. ogni tanto lo ricordo. e provo nostalgia.

giovedì, 19 gennaio 2006

forse cambio auto. ho ritrovato una macchina che ho avuto già. mi era piaciuta. tanto. e sarò contento se la riavrò. un'auto usata, grande e grossa, lenta ma sicura. non certo economica. ben lungi dall'essere ecologica. ma di colpe ne ho ben altre. posso assumermi anche questa. e poi son vecchio. viaggiare e sentirsi sicuri. viaggiare e sentirsi a casa. oppure stare a casa sapendo che puoi partire subito. e non farlo. certe possibilità son lussi che ti piace avere. anche se poi non te ne fai di niente.

invece no. la vita è appuntamenti, bollette, pulizia dei denti, clienti matti, telefonate che non trovi nessuno, bambini che prendono l'influenza, assicurazioni che scadono, automobili che si guastano, tazzine di caffè che si rovesciano sulla tovaglia appena messa. la vita è anche lettere del'agenzia delle entrate che ci prendi un colpo a vederle mentre le tiri fuori dalla buca delle lettere e mentre entri in casa ti immagini multe stratosferiche per supposte evasioni omissioni sbagli del commercialista e poi le apri e dentro dicono che lei è bravo e i suoi conti sono a posto. si, la vita è sempre diversa. la vorresti noiosa e ti arriva un diversivo. la vorresti diversa e ti si appiattisce come l'acqua in terra. poi guardi bene. e l'acqua riflette il cielo. ci vedi una nuvola. poi passa e ci vedi un pettirosso su un ramo. tutto in una pozzanghera. ecco, adesso ti torna tutto. si gode di molte piccole cose. e di più piccole riesci a vederne e più ci godi. che quelle grandi non succedono mai. mai.

mercoledì, 18 gennaio 2006

già. musica, ricordi e sigarette. fosse possibile non camperei d'altro. fortunatamente non lo è.

e poi la musica. sempre.

discutere con certa gente è come subire una sodomia. se godi è solo una tua fantasia. anzi, di più. è perversione.

martedì, 17 gennaio 2006
oggi a casa da solo. la principessa in palestra. cercavo delle foto mentre stampavo i fogli per le partite di carte. ho trovato le scansioni di san benedetto. l'anno scorso. tra queste ce n'era una della principessa. che piange. si, piange a dirotto. con la sua vecchia nikon effe emme in mano. quella macchina è stata la mia prima reflex, poi la persi insieme a cinque obbiettivi originali. una scommessa persa. con lei. a quel mercatino avevano una nikon effe tre. splendida. sembrava nuova. faccio una proposta di scambio. torno contento da lei. hai una macchina nuova, più bella. lei la guarda. mi dice che vuole la sua. la vedo. è triste. poi si distrae con gli amici. torno alla bancarella. ricompro la sua vecchia nikon. la infilo in borsa, insieme alla nuova. le chiedo di farmi una foto. lei si meraviglia, sa che odio farmi le foto. apre la borsa. e inizia a piangere. con la sua nikon in mano. io la guardo. prendo la mia e scatto. poi inizio a piangere anch'io. i nostri amici ci guardano, ignari e meravigliati. la splendida effe tre l'ho regalata poi a mio fratello. non la volevo più. un bel momento. l'ho fermato. oggi l'ho rivisto. l'ho ricordato. mi è piaciuto.

 certe cose non te le dice nessuno. con la faccia è diverso. lei con te è onesta.
lunedì, 16 gennaio 2006
mio cognato, il contadino nordiho. ha fatto amicizia con una famiglia. di contadini. mi dice che son proprio come gli raccontavo io. gente dura e bella. gente vera. lui li aiuta con le riparazioni alle macchine agricole. e loro lo hanno adottato. tre fratelli. con mogli e figli. vivono in una colonica gigantesca. tre grandi case sopra. e i fondi sotto. come un tempo. al piano terra, al centro della casa, tra la stalla e la rimessa una stanza grandissima, vuota. una cucina a legna, un camino di tre metri, un tavolone di legno e poi "panche e seggiole pe' quanta gente pole entrà". perché si lavora duro, ma "ai' tocco e all'otto si dee mangià e bè, e bene dio boia!". che le mogli dei tre fratelli son brave donne che lavoran sodo in casa e ai fornelli. hanno polli, "coniglioli", maiali, mucche e tutto ciò che può esser commestibile, compreso un'orto che i fratelli coltivano a sera, "quande ne'hampi un se n'ha più voglia". il nordiho mi ha detto che me la deve far conoscere, questa famiglia, e fremo dalla voglia. quando sposò la sorellina della principessa e si mettevano a posto la casa in campagna di mio suocero, gli raccontavo le "regole" dei contadini delle nostre zone. lui era nordiho, faceva il meccanico, ma forse rimase affascinato dal mondo che lo ospitava. oggi è un vero contadino, se non fosse che per quella parlata improbabile. ci andrò volentieri con lui. e forse scriverò di questa famiglia contadina che vive secondo regole dimenticate. e di un nordiho adottato.

quarantamila. grazie. a voi tutti.

venerdì, 13 gennaio 2006
conosco anche chi non ha prezzo. e lo ammiro.

io no. mica nel senso che non ho prezzo. io son gratis.

di alcuni uomini conosco il prezzo. di solito è basso. molto basso.

di alcune donne apprezzo il silenzio. e non è sarcasmo.

giovedì, 12 gennaio 2006
scrivere. leggo cyrano e penso. già, leggere fa pensare. e scrivere? io scrivo e non penso. o meglio, è una roba sola. ragionamenti o fantasie è lo stesso. e il piacere? da dove viene? capirei se tu raccontassi qualcosa a qualcuno. ma sei solo. scrivere è trasmettere. non importa se nessuno riceve. si gode a farlo. tirar fuori parole. e ascoltarle mentre suonano. già, raccontare è cantare. e uno canta anche da solo. senza orchestra, microfono e pubblico. come in bagno la mattina. e allora provi un controcanto, una variazione, un accompagnamento diverso. lo senti nelle orecchie, nella testa, suona bene. ti senti, ecco, si, ti senti. scrivere è ascoltarsi. autoanalisi di un inconscio che vien fuori. da solo. al massimo lo correggi. nella forma. gli metti addosso le regole. la sintassi. ma la sostanza no. ora basta. non mi piace capire perché faccio una cosa. mi piace farla. colpa di cyrano. che mi fa pensare. a quel che mi piace. e mi distrae. da quel che non mi piace. grazie a lui.
tornato dalla pulizia dei denti. prima seduta. tolto il tartaro la finestra è diventata una vetrata. la principessa mi riempie di cazziatoni. io mi incupisco. sarà meglio sentire il dentista per un intervento posticcio. già che ci sono potrei farmi anche una plastica facciale. e cambiar nome. il sesso non lo cambio. e chi lo riprende indietro il mio?
non ti sei mai sentito a tuo agio. ora poi. si sa, il vintage non sta bene dappertutto.

mercoledì, 11 gennaio 2006
ci son tempi che non si ha nulla da dire. allora meglio star zitti.
martedì, 10 gennaio 2006
e poi ci son le donne che cantano. già, ma non le cantanti. le musiciste, che scrivono i pezzi e lo senti che è scritto da una donna. la musica femmina non è quasi esistita fino a poco fa. adesso c'è eccome. e la senti che è musica femmina. come cocorosie. due sorelline belline e strane. e musiciste. sembrano le nipotine di janis joplin. voci sporche. su musica sporca. o meglio, sporcata da rumori che sottolineano ed esprimono "abbandono". l'abbandono di cosa non lo sai, ma non serve saperlo. lo senti e basta. e l'abbandono femmina è più bello.

e poi non son'io ad esser misogino. son loro che son donne.

quel senso di colpa. non è solo un senso. è una colpa. e tu lo sai. l'ignavia, la pigrizia, la vigliaccheria, le mille fobie. vizi che hai condito, amalgamato, dosato e camuffato fino a farli apparire una virtù grigia, omogenea, pastosa e rassicurante. ma tu conosci gli ingredienti. il giorno che sarai in pari con la vita, sarai morto.

lunedì, 09 gennaio 2006
coraggio. mercoledì mattina rivedrò il mio dentista. nel frattempo giro il mondo con un dente in tasca e un sorriso zoppo. c'è di che esser contenti.
non è facile prender certe decisioni. ma va fatto. ecco perché aspetto.

anche la tivù in camera. non funziona più. non sono il solo ad invecchiare.

l'anno parte bene. stamani mi è caduto il dente. il dentista mi prenderà tra due giorni. l'invecchiamento mi piace, ma certi passi troppo repentini avviliscono.

giovedì, 05 gennaio 2006
che certe cose lo sai, non le meriti. ma te le godi lo stesso.
stasera pizza buona verso pisa, con delle amiche della principessa. poi a nanna, e domani si fa cartella. tre giorni al mare. libro, macchina fotografica e lei. il resto è in più.

non so usare il blog. i miei link sono ormai vecchi. non li aggiorno mai. alcuni hanno smesso da tempo. peccato. mi piacevano. oggi ne aggiungo uno. zonker. un blog di uno che ha smesso. il ventisei agosto duemilaquattro. peccato. mi piaceva.
alle volte lo senti. si. senti roba dentro. come un respiro trattenuto. come un sogno svegliato. ti senti pensare. davvero, pensare dentro. pensieri che scorrono. non sai dove, ma li senti andare. anche stavolta ti meravigli. che vanno da soli. tu non decidi. osservi ma non controlli. percepisci ma non puoi. senti e non ti muovi. tu no, loro si. lasciali andare. come un altro te. un altro te.
ieri sera mi è capitata in mano una rivista femminile. lo dico sempre io. la moda vuol dire sentirsi ridicoli sei mesi dopo.

mercoledì, 04 gennaio 2006
giorni tranquilli, vuoti direi. quasi noiosi. alzato tardi. ieri mia cognata e mio nipote a cena. il lapo vero. quello piccolo, ruffiano, furbo e affettuoso. la principessa gli ha insegnato la dama. mio fratello e quello grande al mare, beati loro. forse li raggiungiamo sabato. sto aspettando un cliente, da solo in ufficio. intanto preparo qualcosa per l'appuntamento di domattina alle nove. la socia è andata via tre ore fa. era allegra. cazzo, quando ride è un'altra donna. il socio a pisa. spero di star solo fino alle quattro. arriverà il cliente. consegno, discuto e scappo. voglio comprare un termostato valido per dantedieci. voglio sostituire il vecchio, e poi montare il porta scope atomico in lavanderia e il porta asciugamani nuovo nel bagno piccolo. prima di cena. dopo cena dagli amici tornati da napoli. forse. obiettivi semplici. mi bastano.

strano. vivo di nuovo nel mio paese. in periferia, ma comunque abito in paese. ma non faccio vita di paese. anzi, non ho una vita sociale, se si escludono gli amici che ho. eppure mi piace pensare ad un paese. un piccolo mucchio di case che contengono famiglie, negozi, rapporti interpersonali. etologia di un microcosmo, fatta di storie, amori, litigate e interessi. socialità antiche e nuove che si intersecano in una ragnatela fragile e forte al contempo. in realtà non appartengo manco a questo paese. ormai l'autosufficienza è il mio stile di vita. vita?

martedì, 03 gennaio 2006
le donne. certune hanno un'aura, una roba intorno che le rende belle. ma non è che la vedi e basta. la senti. nella voce, nel ritmo della vita che esprimono. a volte repentino, accelerante, irruento. altre pacato, continuo, metodico. comunque la vedi questa cosa, e ti piace. sai che non si tocca, non è per te, anzi, non è per nessuno, è una parte irraggiungibile di quell'essere. ma sei già contento che l'hai notata. ti dici bravo. come la musica. può piacere senza conoscerla o suonarla. roba di pelle. niente occhi, bocca, naso, sesso. solo pelle. scoprire un gioco di pelle. bastante, per te.

a volte pensi a quel che sarebbe successo se se se se. poi te lo scordi. già, la memoria. una memoria corta, quasi assente. ti permette una gestione benevola del rimpianto. contentati.

lo strano di queste giornate è la sospensione del tempo. è presto per certe cose. troppo tardi per altre. tanto vale aspettare. che in fondo il limbo non è peggio dell'inferno.

lunedì, 02 gennaio 2006
c'è gente che non conosce la noia. non sa cosa si perde.

l'altro giorno. nevica, freddo. suonano. la principessa apre. il venditore dell'altro giorno. mi affaccio e gli dico di entrare. lui saluta la principessa e posa la megaborsa nell'ingresso. è un marcantonio nero di un metro e ottantacinque, con un sorriso bianco che sembra che gli si accenda un faro sulla faccia. gli ho chiesto se voleva mangiare con noi. ha rifiutato, doveva lavorare finché era giorno. un caffè? il caffè si, va bene. si è accomodato nel tinello. ci siamo messi a parlare. simeone, nigeriano (biafrano, per l'esattezza), una trentina d'anni, una moglie e due figli piccoli. abita a prato. ha il permesso di soggiorno, ma ha perso il lavoro e gli tocca vender porta a porta, come quando era clandestino. gli ho offerto la torta della principessa. l'ha gradita, insieme al caffè bollente. abbiamo chiacchierato un po' noi tre. gli aranci della principessa li ha graditi molto. eran buoni davvero, appena arrivati da un amico siciliano. poi ci ha salutato. spero che torni. anzi no. gli ho detto che spero che non torni. vuol dire che un lavoro vero l'ha ritrovato. prima che uscisse gli abbiamo comprato un pacco di fazzolettini e due panni per pulire i pavimenti. quindici euro. un prezzo onesto, tra amici.

il mio socio. comincia a starmi sui coglioni. è bravo, ma ha quell'aria di supponenza tipo "io so tutto". e poi con noi fa finta di divertirsi. ma non ci riesce. lui si diverte solo coi soldi. e questo mi deprime. anche suo figlio, l'ingegnere. stessa cosa. lasciamo perdere. e poi tutto ciò che fa lui è meglio. brontolava che suo figlio non aggiornava un sito internet che lui chiama pomposamente "portale". si vantava di venticinquemila contatti in due anni. ho pensato a questo blog. ne ha fatti trentanovemila in meno tempo. e non son nessuno. ho sorriso dentro. e ho taciuto. ognuno ha i suoi valori. e li rincorre. finché ha fiato. poi smettiamo tutti.

un anno nuovo in fondo è solo un anno di più. e in realtà oggi non si ricomincia. si continua quel che avevamo lasciato. e tutto ciò non è deludente, come potrebbe sembrare. direi quasi rassicurante.
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