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venerdì, 30 dicembre 2005
si avvicina l'ultimo dell'anno. alla megafesta dei nostri amici no. non sopporto canti balli botti spettacoli ed altre amenità. e poi centocinquanta persone per me sono oltre il sopportabile. viaggiare non se ne parla. c'è la neve, e non ho il passaporto in regola (tanto per cambiare). napoli è sfumata per mancanza di coincidenze feriali. io starei bene anche da soli a dantedieci. una cenetta noi due, il camino acceso, musica, tanti auguri e vaffanculo il resto. ma forse a lei non basta. e quindi non basterà neanche a me. per semplice parentela, ovviamente.

l'altra sera. compleanno dei nipotini a firenze. tutti i parenti alla festa. la principessa al lavoro. io pure. inizia a nevicare. vado a prenderla. è preoccupata. notizie di strade chiuse. si arriva a casa. è un continuo di telefonate. alcuni proseguono, arrivano a casa. da noi si fermano sua sorella col marito e le figlie. nevica come dio la manda. si cena e si prepara la stanza degli ospiti. sono preoccupato. a mezzanotte si sentono forti tonfi sordi. dai nostri pini e da quelli dei vicini cadono i rami spezzati dal peso. un paio piegano la recinzione. uno ammacca il portellone dell'auto di mio cognato. esco a vedere. stiamo rientrando e sento un rumore forte. spingo la principessa sotto il solarium e vengo avvolto da una nube di neve, aghi di pino e fronde. un ramo mi era caduto addosso, sfiorandomi. fortunatamente non mi ha preso in pieno. solo una fronda in un occhio. è ancora pieno di sangue, ma non mi fa più male. ho comprato una elettrosega. farò legna da ardere dei rami caduti in giardino (quelli fuori li hanno già portati via). per l'auto di mio cognato ho l'assicurazione. la recinzione chiamerò un fabbro a ripararla. a primavera chiamerò i potatori che toglieranno i rami vecchi dai pini e lasceranno le fronde alte e giovani. il sangue nell'occhio andrà via. come la neve.

in ufficio. stiamo rifacendo i cavi. distribuzione linee di rete, internet e alimentazioni. son tre giorni che si aprono canaline, si tira fuori una pastasciutta di cavi, si taglia, si tira, si snoda. sbagliando ogni volta. e rifacendo da capo ogni volta. adesso siamo a buon punto, quasi. c'è ancora l'eco dei moccoli tirati da me e dal socio. l'ingegnere che doveva capirci ci ha fatto una compagnia pressoché virtuale. già, lui non bestemmia, quindi contribuisce ben poco. è passata anche la socia. è stata brava e gentile come sempre. ha pulito un bel po', ci ha aiutato con qualche eresia nuova e se ne è andata. il danno è stato che ha distratto il socio, che si è toccato l'uccello per un'ora e non connetteva più. sia nel senso cognitivo che in quello del cablaggio. adesso va bene quasi tutto. quasi.
tutti che mi fanno i complimenti e mi dicono "ma che bella voce, ma come canti bene". e io che mi vergogno come un ladro.

trentanovemila. grazie.

mercoledì, 28 dicembre 2005
volevo un telefono. mi hanno venduto una telecamera digitale con fotocamera incorporata, fax, televisore, radio, lettore emmepitre, browser internet, messaggistica, e-mail, agenda, rubrica, elabore testi e foglio elettronico. pesa ottanta grammi. più un chilo di libretti di istruzioni. un oggettino col quale entro un annetto riuscirò anche a parlare al telefono con qualcuno.

martedì, 27 dicembre 2005
poi mi dicono che sono un orso asociale. il mio telefonino (un vecchio ericsson ti trentanove) è una settimana che mi dice (salvo rare eccezioni) "rete non disponibile". mi tocca cambiarlo. peccato. proprio ora che gli avevo insegnato come comportarsi.

il regalo alla principessa. le è piaciuto. ho accettato un consiglio. due "punti luce". li chiamano così. e rendono l'idea. a me non piacciono gli orecchini. considero i buchi nelle orecchie una usanza tribale. alla stregua dei piercing, dei tatuaggi, le ossa nel naso, i dischi di legno nelle labbra eccetera. ma a lei gli orecchini piacciono, e allora ho ceduto. noi due il regalo ce lo facciamo per natale, ma vale per il sette di gennaio. quando ci mettemmo insieme. era il settantanove. si andava a mangiar la pizza, con la mia erre quattro bordeaux. io, il pelonda, la principessa e una sua sorella (era fissa a traino con noi). freddo, neve, strada ghiacciata. musica, discorsi, risate. dietro una curva in super strada una macchina ferma, lampeggianti accesi, due persone fuori. ci si ferma. la grossa macchina era sbandata e aveva urtato il guard rail in vari punti. era conciata male. guidava un uomo, sulla cinquantina. insieme a lui una donna giovane, bella. stavano bene entrambi, ma abbiamo capito subito: era la sua amante. ci siamo informati, avevano già chiamato il carro attrezzi da una casa vicina. lui era preoccupato, lei impaurita. ci siamo offerti di far loro compagnia fino all'arrivo dei soccorsi. lui ha ringraziato e si è seduto in auto. la ragazza aveva un cappottino da sera. tremava. mi è venuto normale. mi son tolto lo shearling e glielo ho messo addosso. poi è arrivato il carro, hanno caricato il rottame e se ne sono andati. la pizza era buona, ci siamo divertiti. abbiamo riaccompagnato a casa le sorelline. prima di uscire dalla macchina ho detto alla principessa di stare attenta, che il marciapiede di casa poteva esser ghiacciato. lei mi ha ringraziato e mi ha baciato. sulla bocca. ci son rimasto male. solo mesi dopo mi avrebbe detto che rimase colpita dal mio gesto "galante" verso quella ragazza. ripartimmo, io e il pelonda. silenzio in auto. lui sorrideva. la conversazione tra me e lui fu grossomodo questa: io: "pelonda, ma hai visto?" lui: "icché?" io: "m'ha baciato." lui: "e allora?" io: "m'ha baciato sulla bocca!" lui: "cazzi tua lapo, cazzi tua." è successo quasi ventisette anni fà. mi pare ieri.

è passato. e uno. ora tocca a capo d'anno. e poi la vita normale. meglio, che a me già solo la rincorsa prenatalizia mi "scassa i cabasisi". comunque è andata bene. pranzo ad un agriturismo di amici sperduto in culo al mondo. e cena a dantedieci. in ventiquattro. la famiglia della principessa e me. e poi gli amici che son venuti a trovarci dopo. ho sopportato. apprezzato no, ma sopportato. specie quando ero fuori a fumare. specie quando le sorelle hanno litigato. la consueta litigata familiare natalizia. ero fuori con un'amica. lei fa campi addestramento paramilitare in africa. ma lo fa per gruppi dirigenti di grandi società. lo chiama lavoro. ho sentito urlare dentro. voci isteriche. lei mi ha guardato: "vuoi entrare dentro?" io ho risposto: "no, grazie. non ho voglia di menar cognate per natale." lei ha sorriso, e ci siamo accesi un'altra sigaretta.
il ciddì di acqua di marzo è stato regalato, distribuito, ascoltato, giudicato. e ieri sera abbiamo ricevuto i commenti. entusiasti. volevano lo cantassimo "live". avrei voluto essere ad helsinki.

venerdì, 23 dicembre 2005
io che non son nessuno, e che scrivo in questo posto perché nessuno mi conosce. io che ci metto dentro tutto quel che mi capita senza pensar se sia importante oppure no. io venditore di idee, compratore di sogni, fumatore a cottimo. io padre mancato, pessimo amante e peggior marito. io amico di tutti e di nessuno, che voglio bene a tanti e faccio i cazzi miei. io che scrivo per ricordare come si beve per dimenticare. io lapo che non ho che me e non so per quanto, e nemmeno perché, a te che sei qui e non hai di meglio da fare, lascio un augurio:
PACE
come succede spesso, il natale è più bello dopo a ricordarselo che mentre lo stai vivendo.

l'altra sera tamarindo mi ricordò una cosa. buffa. si aveva si e no vent'anni. e ci garbava pescare. a volte la domenica mattina si andava in un laghetto che c'era sui colli per andare a firenze. era autunno, umido, freddino , eravamo io lui e mio fratello. canne piazzate, ognuno ad un angolo del laghetto. io fumo, mi siedo, non sto bene. sento gli altri due parlottare nella nebbia mattutina. intanto mi sdraio, il malessere aumenta. dopo un po' attaccano i ranocchi. migliaia, assordanti, rimbombanti in quella piccola valle tra le colline. io in piena crisi di sonno e dolore fisico cacciai un urlo: "e alloraaaaa!!!!". sul laghetto piombò un silenzio assurdo. gli altri due risero come matti. il giorno dopo si aveva il morbillo tutti e tre. per la felicità delle nostre mamme. e dei ranocchi.

giovedì, 22 dicembre 2005
ieri sera. tamarindo a cena. è stato bellino. sua moglie curiosa che voleva veder tutto della ex casa di suo nonno dove giocava da piccola. e lui lì, il compagno di tante avventure. non lo so se riesco a riassumere qui quel che è successo. lui dopo una vita nell'alta finanza, due lauree, due figli già grandi e "seri". sempre lo stesso gran giocoliere della vita, che ora gioca con l'induismo e il turismo di lusso. amici arabi, ebrei, inglesi, francesi. ma ora sta qui, nella sua vecchia casa. a trecento metri da noi. col suo sorriso sornione. i suoi silenzi. le sue idee bislacche che non sai come ma poi riescon quasi tutte. ha mangiato come nessuno mai ho visto mangiare. e quando è arrivato mio fratello col suo vinsanto, ha bevuto al pari del mangiare. e parlava dell'india, e mi mostrava le foto dell'ultimo viaggio, e mangiava cantuccini, e beveva vinsanto. sono andati via alle due. l'ho salutato con la convinzione di aver ritrovato un amico. la macchina la guida ancora come quando eravamo ragazzi e si andava al cinquale con la bianchina di suo padre. pianissimo. e malissimo. alla prossima tamarindo. alla prossima.

già, mi dimenticavo. dantedieci. come dice luz: "è tanta roba".

può uno che in un anno non guadagna un cazzo, non fa un cazzo, non riesce un cazzo esser moderatamente soddisfatto? evidentemente si.

c'è una cosa peggiore del non avere il tempo di scrivere quel che ti passa per la mente. non avere il tempo per la mente.

mercoledì, 21 dicembre 2005
tutti perdono i capelli. io i denti. peccato, che una dentiera costa come venti parrucchini.
martedì, 20 dicembre 2005
quante volte te lo dici? dove vuoi andare? da nessuna parte, con quella testa. quanto reggerai a colorar tutto con la fantasia? hai quasi cinquant'anni, non puoi andartene sempre in giro con pennello e vernice. e girare il mondo come un idiota incantato. potresti esser nonno, o ricco, o pazzo, oppure morto anche. invece sei lì, immobile, a guardar tutto come se fossi appena nato. a succhiar dalla vita il sugo che altri sputano. a sentir cose che altri ignorano. giochi, meschino. e ti piace.
oggi è successa una cosa. bella. pranzo a casa. io e la principessa. le servo il caffè (compito mio). suonano. va ad aprire. un ragazzo di colore. borse grandi, pesanti. le rovescia dentro al cancello. le do tutti gli spiccioli che ho. poi mi dimentico. dopo un po' mi affaccio alla vetrata e mi guardo la scena. lui raccoglie le borse e va via. lei torna su piangendo. la guardo, con quel cappello e quei calzini in mano. "ha due bambini" mi dice. prende una borsa e ci infila latte, biscotti, aranci. l'ho guardata e mi son detto: "io questa la risposo mille volte". avevo venti euro nel portafogli. lei li prende con i goccioloni che le scendono sulle gote. le metto il cappotto e usciamo. corre per la strada, lo raggiunge in fondo, all'incrocio. poi monta in auto e parte. mi saluta. io guardo quel ragazzo che mette la roba dentro quelle borse enormi. e ci penso. alla comunione. alla compassione. niente religione, precetto, insegnamento. niente cultura. solo un sentimento buono, profondo. roba che esce da sola, quando la vita la chiama. sono un uomo molto fortunato.

la vita non la vivi, non la scegli, non la manovri. la vita ti succede.

lunedì, 19 dicembre 2005
spots, talk show, telegiornali, manifesti, neon ammiccanti, scritte sui camion, pagine web, volantini. un tempo si diceva "le parole le porta via il vento". lo dico da pubblicitario, mai si era vista tanta ostentazione di parole. un bombardamento di parole facili, leggere, numerose, usate e abusate fino ad esser vuote di senso. come sempre, per reazione, penso agli amanuensi. gente che copiava parole. a mano. e quelle parole avevano una grafica semplice, e il peso dell'eternità. ma non son così vecchio. la mia nostalgia adesso si ferma a poco meno di una trentina di anni fa. una copertina. "stand up" dei jethro tull. mi piaceva. sembrava una xilografia, e forse lo era. come quelle che faceva miniati, un amico di mio padre. sapevo che era difficile farle. incidere il legno, con minuzia, precisione, avendo chiaro il fine ultimo di quei graffi sottili. e poi stamparne poche copie. che il legno si rovina col torchio. ecco, mi pareva preziosa, una roba rara. era solo la copertina di un trentatre giri. ma aveva quella solidità bella delle cose fatte con le mani. ho voglia di rivederla. stasera prenderò il disco e lo guarderò ben bene. e me lo ascolto anche. e quando sarò a casa di mio padre chiederò a mio fratello di farmi vedere le xilografie di miniati. gatti e gufi incisi nel legno. stampati col torchio. su fogli spessi e ruvidi. un po' come quelli dei codici copiati dagli amanuensi. roba fatta con la fatica delle mani. e del cuore. non come quelle parole che il vento si porta via.

lo diceva sempre mio padre:
"non datemi suggerimenti, so sbagliare da solo".
stamani. in banca. ho sentito un odore che conoscevo benissimo. un odore che in banca non ci doveva essere. ma io ce lo avevo, netto, nel naso, e nei ricordi. palline da ping pong. marca "samco" esattamente. chi come me ha giocato tanto sa cosa dico. eran dure al rimbalzo, ma duravano il doppio, ed avevano un odore preciso, particolare, intenso. son tornato indietro di una vita. mentre ero in fila ad aspettare un cassiere libero ho mentalmente fatto una partita a ping pong con mio fratello. in garage, come quando pioveva e si giocava lo stesso. con quell'odore di palline "samco" nel naso. la fila era lunga in banca, ho aspettato almeno venti minuti. quando è arrivato il mio turno il cassiere mi ha guardato come un marziano. sorridevo.

venerdì, 16 dicembre 2005
e anche l'esperienza con tvblog termina qui. non son fatto per il contraddittorio estremo. se mi attaccano mi ritiro. mi piace parlarci con la gente. la polemica no. non ho tempo per litigare. il tempo è mio, lo voglio spendere come mi piace. discutere si, ma di fraintendimenti ne ho già abbastanza nella vita vera, figuriamoci se ho voglia di fare il "cattivo" in questo posto. a casina lapo, a casina. e pace in terra agli uomini di buona volontà.

oggi è venerdì. perfetto. domani sabato. e poi domenica. ho bisogno di casa. di principessa. di amici. di camino acceso. di un bagno caldo fatto con calma. di leggere fino a notte alta. di dormire fino a tardi. di metter su altri due quadri. ho bisogno di cazzi miei.

giovedì, 15 dicembre 2005
son diversi giorni che non vedo la socia. mi manca. in compenso vedo molto il socio. lui mi avanza.
anche la principessa ci è caduta, grazie ad amiche, sorelle e forse qualche spasimante. le donne col telefonino non solo parlano in continuazione: mentre guidano, parcheggiano, fanno la spesa o fanno pipì. le donne col telefonino scrivono. si scrivono di tutto. continuamente, incessantemente, inesorabilmente. per la cumunicazione è iniziato un tempo nuovo: l'era digitofonica.
tutti a mostrarsi dal lato migliore. lavoro inutile. ci si innamora sempre dei difetti. mai dei pregi. poi casomai ci si pente.
scrivere è la forma più evoluta di onanismo che io conosca. e di queste cose me ne intendo.
sui dubbi. uno li ha, ma non sono importanti. o meglio, lo sono, ma non come freni della vita. mi spiego: i dubbi non impediscono alle cose di esser fatte. già, tu le fai con un automatismo di scelta quasi epidermico, poco razionale ma efficiente. ecco, la vita va avanti nonostante i dubbi. allora a cosa servono? servono a dar valore alle cose. o a toglierlo, a seconda dei casi. si, il dubbio è una forma di compensazione fisiologica delle azioni e delle idee. se tutto ciò che fai lo fai col dubbio, ci stai più attento. se insieme all'intelligenza non ci avessero dato il dubbio avremmo già distrutto il pianeta.
quando sembra che tutto vada bene ti entra un giramento di coglioni inspiegabile. strano ma vero.

mercoledì, 14 dicembre 2005
ieri sera carte. perso. abbiamo anche finito coi cd di natale. era l'ora. torno a casa verso le una. tanto vento, ma un cielo terso e pieno di stelle. metto la musica. in macchina ho varie raccolte. infilo un disco. parte "letter from home" di pat metheny. ho rallentato. ho fatto l'ultimo chilometro a venti all'ora, per farla finire proprio davanti a casa. la vetrata della camera era lievemente illuminata. la principessa stava leggendo. l'albero di natale ammiccava dalla vetrata del soggiorno. le stelle eran lì, con me, al freddo. non è stata una gran giornata ieri. ma quei due minuti hanno alzato la media.
martedì, 13 dicembre 2005
sei antico, ammettilo. anzi no, ti piacciono le cose antiche. o almeno vecchie. stai in una casa di cinquant'anni (quella prima ne aveva cinquecento). ti piacciono i mobili di quarant'anni fa. hai un telefonino (mezzo rotto) di cinque anni. i tuoi vestiti hanno almeno cinque anni (alcuni molti di più). guidi una macchina di dieci anni (la compianta precedente ne aveva venti). ascolti musica di settecento anni fà, in uno stereo di venticinque anni. ti piace il bianco e nero, e hai un corredo fotografico di quasi trent'anni. perché? cosa cerchi di dire con questo? in pubblicità questo si chiama "posizionamento del prodotto". con questi presupposti chi vuoi che ti compri? ah, ho capito. non sei in vendita. allora i casi son due. o costi troppo, o non vali niente.
lunedì, 12 dicembre 2005
eccoci. ci siamo. la corsa all'ultimo telefonino. aggeggini con dentro telecamere, macchine fotografiche, macchine da scrivere, fotocopiatrici, fax, scanner. tutto in un telefono. ah, già, c'è anche un vibratore. per donne tristi e uomini annoiati. televisori al plasma grandi come letti matrimoniali, per vedersi partite di calcio riprese da ottanta punti di vista diversi (non esagero), scordandosi di fare l'amore nel letto vero. navigatori satellitari che ti dicono in che punto del pianeta sei, chi sei e cosa ci fai. ma non ti dicono perché. alcolici che se non li bevi in cima ad una montagna dove sei arrivato col fuoristrada per salvare un puledro perduto ti lasciano in bocca un sapore di merda. fuoristrada che arrivano in cima alle montagne come fare una passeggiata, apri il portellone e il puledro salta dentro e ci sta pure largo. spumanti che se li stappi si accendono tutte le luci di casa, parte la musica ed escono decine di strafiche atomiche ballanti e sorridenti. e allora uno se lo chiede. siamo ricchi? evidentemente si.

venerdì, 09 dicembre 2005
quando non tolleri una situazione, stanne lontano. quel che a te sembra sbagliato e inconcludente altri apprezzeranno e porteranno a buon fine. e tutti vissero felici e contenti.

c'è gente che vive in una palla di vetro. impermeabile agli altri, continua imperterrita a rimirarsi contenta nello specchio dell'ego. tu hai rotto lo specchio. e ti sei fatto una palla in titanio. il risultato non cambia, anzi.
venerdì sera. ormai è buio. son dovuto andare in qua e in là, a prender vento e freddo, e roba e donne, ma più vento e freddo che altro. e ripenso a ieri. attaccar foto al muro, coi chiodi, e lampade col trapano, e intanto metti legna nel camino, e cambia i ciddì al computer e prepara da mangiare. e già che ci sei cambia il ciddì anche allo stereo. il tempo è volato, senza annoiarsi. in pratica ho fatto il manovale alla principessa. e non mi sono incazzato neanche una volta, nonostante le sue richieste assurde e le sue paturnie. insomma, un bel giovedì. roba da ringraziare la madonna.
finito il lavoro di duplicazione. tre masterizzatori tutti su un pc che sfornavano copie come piattelli al poligono. sessanta pezzi in un giorno. ora son lì, tutti insieme, nelle loro belle custodie stampate. in attesa dei nuovi padroni. gli amici. speriamo apprezzino. almeno lo sforzo. che di risultato non v'è traccia.
trentottomila. grazie.
mercoledì, 07 dicembre 2005
lo dico da fumatore. sono un cretino. ma se oltre i sensi di colpa mi devo sentire un criminale anche a fumar per strada allora si esagera. si, credo che ormai siamo alla caccia alle streghe. mi viene in mente una delle ultime interviste che churchill rilasciò ad un giornalista inglese. "sir winston, certo lei ha una salute invidiabile e una forma splendida, nonostante fumi ancora il sigaro. ha un segreto da rivelare ai miei lettori?" lo statista rispose: "mai fatto sport".

litigare è come infilarsi le dita nel naso. vengon fuori le solite schifezze. ma dopo si respira meglio.
le donne. ci stanno rendendo pan per focaccia. un esempio: una donna non tollera l'aceto. poverina, va capita, è sensibile, dai facciamo l'insalata col limone. se sei tu a non tollerare l'aceto, allora sei un esoso intollerante, pieno di fisime e fobie. quando poi ti tocca alzarti da tavola e uscire per evitar di vomitare a cena, sei un esagerato in cerca di attenzione. stessa tecnica di noi maschi. mavaffanculo.
martedì, 06 dicembre 2005
mi è arrivato il file (trentacinque mega!). acqua di marzo, cantata da noi. me lo sto ascoltando, da solo, in ufficio. e tremo di vergogna. mai udito niente di più lontano dalla musica. mai. siamo arrivati al fondo. mi rimetto la bocca con "waltzing matilda" di tom waits.
a volte il tempo è più lento. non sai spiegarlo. specie a quest'età il tempo corre veloce. giorni, settimane, mesi, anni. "le giornate son pizzicotti" diceva un collega pisano. invece poi sei qua, e succede come se tu sentissi i passi che si fermano, o almeno hai l'impressione di una camminata rilassata, un surplace riflessivo. anzi no, contemplativo. e ti piace questo spazio dilatato, questo fermo immagine lungo che interrompe la pellicola che stai vivendo. ma forse anche questo è di origine anagrafica. ti fermi più volentieri a contemplare una foto, piuttosto che guardare un film.

"donna, tu sei una continua fonte di guai"
sean connery a candice bergen ne "il vento e il leone" di john millus (usa 1975).
la principessa ieri mi ha sorpreso a sorridere da solo, mentre ero in casa. mi stavo guardando intorno. stavo cercando qualcosa, ma forse avevo dimenticato cosa. dovevo aver la faccia da beato beota. mi son vergognato, ma non più di tanto.

mi hanno invitato a scrivere su un altro blog. si chiama tvblog. ci si parla di tivù, ovviamente. ma io non so che dirci. c'è gente accanita, appassionata, accalorata direi. io no. io so far pubblicità, so giudicare un palinsesto, so buttar giù una programmazione. ma la passione è altro. anzi, meglio. la passione è altrove. si vedrà.
lunedì, 05 dicembre 2005
ognuno fa con quel che ha. tu hai poco. tocca arrangiarsi.ma ormai ci sei abituato. un'educazione ascetica a volerla mettere in supponenza. in realtà sai che quel che hai non lo meriti. quel che è poco per altri, è troppo per te. ci sarebbe da esser contenti no?

c'è differenza tra donne sole e donne accoppiate. c'è una tensione nelle prime che le seconde non conoscono. sabato sera a dantedieci c'era un bel campionario. le "nubili" intorno al camino a confabulare. le "maritate" più proiettate verso il gruppo. eppure c'erano anche un paio di "maschi sul mercato", di cui uno non proprio malvagio. ma forse è l'età. le quarantenni son più proiettate verso la ricerca introspettiva, la "consapevolezza di sé". infatti son quasi tutte buddiste. sembrano quasi rassegnate a considerare il maschio un accessorio occasionale. roba tipo "agitare prima dell'uso, poi introdurre nell'apposito orifizio". ma forse rassegnate non è il termine giusto. voglio sperare che sia una scelta. o forse lo temo. ma poi, a me, che me ne frega? si, la solita scusa. fai l'etologo, il curioso, lo scentifico. e intanto ti guardi le donne.

venerdì, 02 dicembre 2005
ripenso a ieri sera. le cazzate, le risate. i nervi tesi, le sudate. le prese di culo, le idee, i suggerimenti. fare le cose. per il purissimo distillato di stare insieme. senza pretese. solo la presenza. l'essenza della compagnia fine a sé stessa. o meglio, celata dietro ad un pretesto. il più futile pretesto che si poteva trovare. perché rimanesse tale. un telo leggero, che vela gli intenti. senza nasconderli. per pudicizia.

è che me ne voglio ricordare. di ieri sera. abbiamo cantato. in sala d'incisione. dal mio collega matto. non smetterò di ricordarlo, (anche per la mia vergogna) mai. una serata unica. quattro persone adulte, compassate direi, che in mezzo a strumenti, microfoni, leggii e altri ammennicoli audio si mettono le cuffie e cantano "águas do março". davanti ad un microfono "newmann" che si sarebbe meritato almeno pavarotti. stonando, rifacendo, ridendo, decidendo. il mio amico fonico ha compiuto miracoli. credo che mai gli fosse capitato tanto spregio al bel canto. non ha fatto una piega. ha preso frasi, tagliato parole, cucito sillabe, suonato strumenti. aveva mille mani, e due orecchi che solo io forse ho capito. i miei amici erano prima affascinati, estasiati, poi impauriti, infine entusiasti. siamo tornati da firenze stanotte verso le due. ma avevamo cantato una canzone. non lo farò mai più. ma l'ho fatto. per amicizia. ed è stato bellino.

 vero. ogni volta che fai l'amore con la principessa poi sogni di farlo con altre donne. una strana legge del contrappasso. roba un po' pirandelliana direi. o forse sei solo il solito maiale.
giovedì, 01 dicembre 2005
strane cose capitano in queste notti di sonno profondo. forse il posto dei sogni non è la testa, ma lo scroto.
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