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lunedì, 31 ottobre 2005
ci caricheranno di bisogni. ci accecheranno di luci riflesse. ci assorderanno di falsità. ci faranno credere i padroni. e ci renderanno schiavi. ma moriranno. come noi. anzi no, peggio. lo faranno senza poesia.
arte, fotografia, architettura, musica. donne. le cose che mi piaccion di più son quelle che capisco meno. come dire che anche un imbecille può aver soddisfazione.
mattinata a firenze. code, parcheggi, bestemmie. il discovery fa un rumore strano, tipo topi incastrati tra le pulegge. ho avvertito il mio meccanico. nel frattempo vado in giro con lo scarabeo. e se piove pace. ho montato il parabrezza (e anche lì moccoli). e ora un po' da me, solo in ufficio. riguardo cose. sento musica. ora mi piglio un caffè. è un po' che non sento una persona. ora la chiamo. e se faccio una figura di merda pace. tanto c'ho il parabrezza.
venerdì, 28 ottobre 2005
il problema tra uomo e donna è che ciò che fa star bene l'uno fa incazzare l'altra. e viceversa. tutto lì.
c'è il tempo delle parole. e poi c'è il tempo del silenzio. e tu che non distingui quasi il giorno dalla notte? ovvio. fai casino.
giovedì, 27 ottobre 2005
quando ride è bellina davvero. specie quando non sbraita, non smanacca, non si agita. si, in foto è graziosa. molto.
ieri sera foto di ceramiche. si va avanti a catalogare. trenta, quaranta, anche cinquanta scatti a sera. col poster di mio padre attaccato, a venti centimetri dal cavalletto della digitale. mentre mio fratello cambia i pezzi sul set, guardo quelle mani, quel volto. riconosco quei baffi pelo per pelo. quelle dita mobili, esperte. le ho sentite sulla faccia molte volte, da bambino irrequieto. facevano male allora. ora son lì, ferme, sulla carta. giralo un po', bene così. clic. mi giro di nuovo. guardo quelle mani immobili. vorrei che uscissero dal manifesto. si appoggiassero a me. inforcassero gli occhiali per vedere nel display della digitale. vorrei sentire quel peso, quella voce calma, quella curiosità critica ma allegra. invece no. sto lavorando per un padre stampato in quadricromia.

e poi l'inverno. già, verrà l'inverno, e ti piacerà. chiuderti in casa a far le tue cose, a guardare il freddo fuori che cambia il mondo. e tu dentro, al caldo. sentirla camminare, quel rumore buono, calmo. saperla con te. lei cucina, tu apparecchi. lei mette a posto libri e dischi, tu accendi il caminetto. fuori il sole cerca di colorare il bianco del freddo. metti su musica. roba vecchia, anzi, antica. il gregoriano aiuta a pensare. certa musica ti trasforma. quel ritmo lento contiene un metodo, un'educazione, un rigore che conforta, aiuta, insegna. passerai la giornata con gli occhi e gli orecchi intenti a mandar dentro cose buone. ti serviranno. l'inverno sarà lungo.
oggi finiscono il bagno. alla buonora.
mercoledì, 26 ottobre 2005
c'è gente che la chiama inquietudine. saranno i tempi, l'aviaria, il buco nell'ozono, o anche solo i soldi che mancano. sarà quel cazzo di tutto quel che voi, ma in giro c'è un gran giramento di coglioni. i miei no. ho due coglioni di travertino. e l'uccello? lasciamo perdere.
la tristezza è come certe canzoni. son belle perché son corte.
ieri torno a casa dalla serata di carte. è tardi. accendo la tivù. su mtv c'è un gruppo. siciliani. chiacchierano, io volevo un po' di musica. è difficile che un musicista abbia tanto da dire. di solito è meglio farlo suonare. se la cavano meglio dei calciatori, che la gente di musica a volte regge anche le parole. comunque li preferisco che suonano. mi incuriosisce il nome. marta sui tubi. aspetto che suonino. eccoli. la canzone si chiama "perché non pesi niente". voce, chitarra e batteria. un suono nervoso, ripetitivo, bello. mi piace. altra roba per godere. da soli o in compagnia. è lo stesso. quasi.
strane le donne. ieri l'altro in ufficio davanti a me ce n'erano due. la dottoressa e la socia. le ho guardate attentamente. la prima una ragazza giovane, molto bella direi. viso regolare, un corpo molto ben proporzionato, asciutto sodo e curvilineo. decisamente sexy, a detta dei soci maschi. una mente logica, ma non fredda. la seconda una donna, ancor giovane ma donna fatta. altissima, androgina direi. lineamenti decisi, forti, accentuati. e una mente contorta, viziata, assolutamente imprevedibile. entrambe belle dicevo. ma della prima non saprei che farmene. e forse manco della seconda. ma in qualche modo alla socia mi sento vicino. forse per quel fil rouge di pazzia che ci accomuna. quel senso del cercare che ci fa andare a volte in direzioni opposte ma che comunque potrebbero trovarsi. la dottoressa (è appena entrata) mi sembra distante, come se venisse da un altro pianeta. vent'anni di differenza tra me e lei. un abisso incolmabile. la sento ignara, lontana, dedita ad altre cose, differenti dalle mie. a sentire i miei soci entrambi la coinvolgerebbero volentieri in acrobazie erotiche indicibili. io no. eppure ho meno anni di loro. ma forse è solo un mio limite. o forse no. sono solo oggettivamente vecchio.
martedì, 25 ottobre 2005
la fregatura è che a volte c'è anche da lavorare.
è inutile. io la penso differente. fine settimana con gli amici. dieci persone. bello il montefeltro. in macchina si parla. di aviaria. son terrorizzati. non vogliono credere alla pandemìa. i pronostici parlano dai sei ai sedici milioni di morti in italia. e tutti a dire impossibile. forse hanno i figli, devono evitarli certi traumi. e io insistevo. anzi, dicevo che la pandemìa è una probabilità, forse remota. il riscaldamento del pianeta è una certezza. e calcavo la mano. se cina e india seguiranno il nostro modello di sviluppo, in pochi anni i ricchi sul pianeta passeranno dai seicento milioni di usa, giappone ed europa a poco meno di due miliardi. e finiranno l'energia, l'ossigeno, le risorse, il combustibile, il commestibile. finirà quel poco di natura che ancora ci resta e ci alimenta. insomma, finirà la vita, la nostra e quella dei nostri figli. li ho fatti incazzare, erano inviperiti. come se fosse colpa mia. persone intelligenti, acculturate, democratiche. non ci capisco nulla. invece di cercare urgentemente un modello di sviluppo alternativo, la gente si ostina a tenersi stretto quello che ha, come se si fosse eterni. ci siamo inventati un dio a nostra immagine e somiglianza. e abbiamo imparato che dio è in cielo in terra e in ogni luogo. lui si, ma noi no. noi siamo qui.
il bagno di dantedieci sta subendo ritardi mostruosi. ieri ho eliminato il posatore il muratore e l'imbianchino. giovedì finiranno idraulico ed elettricista. venerdì ci defeco.
venerdì, 21 ottobre 2005
ci son momenti a volte che ti senti strugger dentro. non capisci, è un malino che ti piglia in fondo e lo senti che si trasforma in voglia di carezze date e prese, di pelle profumata e liscia, di sguardi buoni e silenziosi. in quei momenti potresti stringere a te chiunque capiti e abbia ai tuoi occhi un requisito minimo di piacevolezza. ecco perché mi piace star solo.
fine settimana con gli amici. nel montefeltro. vista la stagione, visiteremo il monte infeltrito.
ho letto un libro sugli aborigeni australiani. "e la chiamarono due cuori" di marlo morgan. bello. mi riconosco in molte delle conclusioni di quel popolo. che abbia origini così arcaiche? può essere. la faccia da "bushman" non mi manca.
giovedì, 20 ottobre 2005
vero, quando due donne parlano di vesti e sottovesti un uomo può avere due reazioni. o gli gonfiano le palle o gli gonfia il pene. si tratta comunque di una sensibilità ben localizzata a livello inguinale.
trentacinquemila. grazie.
mercoledì, 19 ottobre 2005

dice che la luce è la cosa più veloce che c'è. forse non hanno misurato come a volte ti arriva la merda.
la sincerità. invece no, esiste. sembra che gli aborigeni australiani l'abbiano trovata. molto prima della macchina della verità. da migliaia di anni vivono il deserto, nel silenzio. un gruppo a volte si sparpaglia in cerca di cibo, lontani molte decine di chilometri. usano il pensiero. la telepatia. e comunicano. ci riescono, sanno cosa succede, e si muovono tutti per raggiungere il primo che trova l'acqua, o che uccide un wallaby da mangiare. nel pensiero non esiste bugia, e loro lo usano per comunicare. la più primitiva delle nostre società, quella senza storia, senza scrittura, senza ruota, senza metalli. comunicano al livello più alto mai raggiunto da essere umano. roba da battere in terra il telefonino.
martedì, 18 ottobre 2005
come non vorrei. il falso. ci fosse un codice. una legge. tutti sinceri. la pena è la morte. invece no. il mondo ti chiede bugie. le paga bene, anche. ma forse son io, quello sbagliato.

ieri sera da mio fratello, a fotografar le ceramiche di mio padre. meraviglie cromatiche e formali, sogni visionari ma materici, concreti. cose che col tempo non perdono la loro bellezza, e neppure la loro funzione. vasi, scatole, portacenere. ripenso agli oggetti. il design. e l'architettura. in fondo non c'è differenza. un vaso di ceramica o di vetro o di legno è la casa delle cose, come la casa di muratura è la casa della gente. già, prendi un pezzo di argilla e ci fai una scatola. rotonda, quadrata, alta o bassa, vedi tu. hai creato uno spazio nuovo, con una funzione precisa. c'è un fuori e un dentro, separati da una forma che fa nascere un significato. dentro ci stanno le caramelle, fuori tu che le mangi. dentro i fiori, fuori la luce. e poi il colore, la superficie, lucida, trasparente oppure opaca e cipriata, che sembra vecchia e fragile. ecco le emozioni. c'è una consapevolezza in certi oggetti che hai in casa, e a volte la vedi. attraverso lo spazio che creano, dividendo te da quello che contengono, ti educano ad un equilibrio che non è solo formale, estetico, artistico. no, è qualcosa di più profondo, stimolante, eccitante a volte. un rapporto culturale autentico, segreto, viscerale, sacro direi. c'è gente che ci mette l'anima a fare un semplice vaso. poi qualcuno trova quel vaso in un negozio in centro, o in un magazzino sperduto in periferia, e lo compra. lo porta a casa, lo mette sul tavolo, ci mette dei fiori e guarda il tutto. e sente che quel vaso di fiori ha un'anima.
lunedì, 17 ottobre 2005
ho bisogno di tempo. per ricalcolare una vita. una vita di spazi e misure, di tempi e pause, di colore e penombra. un paio di cose le ho. non tante, tocca farsele bastare. ma c'è da sapere una cifra. di quelle in neretto, con una bella riga sopra, a far capire che è un risultato. voglio sapere se c'è un meno o c'è un più. e scordarmi il resto.
non è facile veder piangere una donna. specie se le vuoi bene. specie se sai i perché di quel pianto. che poi sono i tuoi. vedi uscir quelle lacrime da occhi celesti e dolci e sai che son sogni che han voglia di esser realizzati. o almeno provati. come fai a dirle che non ci deve soffrire? non hai il coraggio. eppure lei lo dovrà sapere. che quei sogni son belli perché son tali, che potrà goderli solo se non escono. che quando usciranno saranno cose che non le apparterranno più. come fai a dire a qualcuno che il male di cui soffre è la parte più bella che ha? ieri sera avevo quegli occhi celesti davanti. e quelle lacrime. che erano anche le mie. in silenzio. ognuno è andato a letto coi suoi perché. senza parole.
venerdì, 14 ottobre 2005
già, gli oggetti. conosco gente che non si porta niente dietro. beati loro. niente bagagli, i tuareg della vita. io no, io c'ho tutto un mondo come bagaglio. sarà che non ho memoria, e mi tocca mettere i ricordi dentro centinaia di cose inutili ai più. e allora succede che anche le cose pigliano un significato. anche quelle che non usi più. non importa, per te hanno senso. in tutta quella roba ci sei tu, e tuo padre, tua madre, e tanta gente che appartiene a una storia ormai quasi vecchia. non butti via niente, sperando che quei ricordi ti servano. magari a spiegarti un domani fatto di scelte, di facce, di storie nuove che verranno. metterai via altre cose. e il gioco ricomincerà da capo.
come quando sei a casa e ti metti a guardar le cose da lontano. le cose. non te ne accorgi, ma son lì da tempo. fanno parte di te, ma non lo sai. ti avvicini, che so, allo scaffale. prendi un oggetto. un portarobe finlandese in legno, una ciotola rotonda con una coda piatta e una piccola testa d'anatra. lo guardi, lo prendi in mano. è caldo al tatto, liscio, piccoli intarsi sulla coda, ma dolci, grafici, appena accennati. e quel becco in fuori, consumato, lucido. ci tenevi le bilie di vetro da bambino. adesso le chiavi quando torni. le lasci andar dentro, con quel suono familiare, acustico. invece adesso ce l'hai tra le mani e lo guardi attentamente. gli oggetti ti seguono, silenziosi. tu invecchi, e loro pure. non ci fai caso, ma se ci pensi alla fine vi somigliate.
mi correggo. i coglioni a volte girano. anche.
meglio un giorno da leoni che dieci anni da coglioni. ma ai leoni gli sparano. ai coglioni al massimo li grattano.
non è importante. all'inizio impressionava, metteva turbamento. poi non dico che ci fai l'abitudine, diciamo che sai che è normale. anzi, meno lo consideri e più ti senti a tuo agio. ma mille dopo mille è diventata un'abitudine, un'educazione direi. trentaquattromila. grazie.
giovedì, 13 ottobre 2005
e poi dicono che le lacrime son cose da vergognarsi. invece servono, eccome se servono.
mercoledì, 12 ottobre 2005
ferale notizia. il bagno sarà pronto tra dieci giorni. ho rivisto e provato le piastrelle e i sanitari. una vasca e un lavello squadrati entrambi col rubinetto a parete, larghi, assolutamente bianchi e grandi. e i rivestimenti. sarà un bagno di pietra. quadrate di quarantacinque in terra. poi una parete a correre di trenta per sessanta, e una a mosaico di tre altezze diverse, sempre file a correre. bellissime sfumature di grigio, dure, forti, arcaiche. superfici scheggiate, irregolari, primitive. mi sa che gli accessori mi tocca farli fare. in legno sabbiato, che gli vien fuori la venatura e quando lo tocchi ci senti la fibra. textures rudimentali e forti. che in bagno ci vai per natura, mica per tecnologia. almeno finché non inventeranno un telecomando per il culo.
è che ci si sta poco a guardar le cose, ecco la fregatura. se solo avessi il tempo. di far come la musica. già, metti il "repeat" e la magia si rinnova. ti piace un pezzo e lo riascolti fino allo strenuo. lo riosservi, lo analizzi, prendi il passaggio, te lo godi, lo riscopri ogni volta. mai che sia lo stesso. o meglio, non sei tu lo stesso. quel segnale ti trasforma. e così certa gente. ci staresti ore a guardarla. nient'altro che osservare. gli occhi, i gesti. ci son momenti che riesci a rubar l'essenza di una persona. o almeno ti par che sia così, e stai bene. ma non c'è il "repeat". ti tocca cercar di ricordare. sperando che un giorno un racconto tiri fuori quel click dimenticato che ti ha fatto piacere un tempo.
il fatto divertente è che gli uomini, quei fannulloni, muoiono prima delle donne, che dicono di far vitaccia. che siano il colore, il fard, il fondotinta, il rimmel e il rossetto a mantenerle in vita, oltreché giovani? devo interpellare un travestito. forse lui ne sa qualcosa.
martedì, 11 ottobre 2005
giusto. vero. sei chioccio. ti preoccupi. sei convinto che gli altri abbiano bisogno di te. come se tu potessi far qualcosa. salvo far la faccia di circostanza (quella ti vien bene) e tirar fuori due frasette da pubblicitario (sei bravino anche lì). di mamme ce n'è già abbastanza. e tu non hai figli.
continui a farti i cazzi degli altri. come se non ti bastassero i tuoi.
un cinquantenne dovrebbe fare il cinquantenne. uno cresce quando ha scordato i dubbi troppo grandi di quando era troppo piccino. i perché senza risposta. di solito la risposta non si trova. molto semplicemente, crescendo si dimentica la domanda. chi continua a farsela non può dichiararsi un cinquantenne compiuto.
lunedì, 10 ottobre 2005
ecco. oggi avevo quattro occhi celesti. due davanti e due di fianco. differenti, ma belli, belli da morire, ambequattro. roba da guardare e dirsi che ci faccio io qui? roba che se erano accanto e li potevo vedere tutti insieme, altro che caffè per ripigliarsi dallo "sturbo". no, meglio due alla volta. due alla volta ce la faccio. quattro no, davvero.
a volte non basta sapere che c'eri. che hai visto tutto, e sentito. che ricordi. a volte avresti bisogno di dire "io l'ho fatto". giusto o sbagliato, era il tuo sentire, e dovevi farlo. ma non ti serve l'agire. a te basta il ricordo della volontà a generare una colpa. se almeno nascesse da un'azione. sarebbe tutto un altro pentirsi. macché, a te piace il processo all'intenzione. come se la condanna fosse più lieve.
bella giornata. il sole entra dalle finestre. stasera il dermatologo mi ridà il discovery. questa settimana finiscono il bagno. se riuscissi a fare una altro paio di cosette starei a posto.
sabato, 08 ottobre 2005
e poi il vuoto. già, ti guardi indietro, e avanti. hai perso tempo. buttato occasioni. gettato valori. dilapidato energie. per cosa? niente, il niente che hai voluto, cercato, ottenuto. te lo dici tutte le sere. chiudi gli occhi, pronto a non riaprirli più. un addio vestito da buonanotte. niente di tragico. solo il sapere del nulla. il nulla che ti basta.
in ufficio per una modifica urgente. aspetto il cliente. e tanto per cambiare penso. penso alla principessa. è a vendemmiare. sotto l'acqua. ieri sera era tutta eccitata. cercava gli stivali di gomma. mi piace quando si prepara per qualcosa che le piace. aiutare la famiglia le piace. a me piace che le piaccia.
venerdì, 07 ottobre 2005
dal primo di ottobre ho i calzini. e il piumone sul letto. un rito. il passaggio da una stagione all'altra. bello sentire il freddo, nudi, e infilarsi sotto. senti l'aria fresca sul naso e il caldo che si forma sotto. ti fai il nido, e godi nell'attesa del sonno che verrà. sposti il piede e la senti. è lì, accanto a te. dorme già, d'un sonno profondo e rapido che non avrai mai. un po' la invidi, a te non riesce. ma ti piace quel momento. pensare da solo. respirare nel buio freddo della stanza, aspettando i sogni. arriveranno, e vivrai una vita parallela, fatta di voglie e paure. roba volatile, evaporerà mentre apri gli occhi. domattina.
già, il bello. si dice bene. sei ottimista tu, vedi il bello. non è il vedere. è il cercare che serve. cercare, per il puro piacere di farlo. e trovarlo, trovare il bello è meraviglioso, stupefacente. il piacere della musica. il piacere della fotografia. dell'architettura, dell'arte. e le donne? già, il bello delle donne. cercare il bello delle donne non è la stessa cosa. guardi una foto. puoi comprarla. senti una musica. compri il ciddì. mostre, musei, chiese, siti internet. migliaia di stimoli, segnali, percezioni forti, confortanti. ma contemplative. lì è la differenza. un paio di occhi, un viso che ti parla o un corpo che si muove è ben altro. intanto è roba viva. non si possiede. e poi è peccato. si, lo è. anche il solo desiderare è peccato. hai già una donna, quella che hai scelto, che ami, che ti ama. la tradiresti? no, non vorresti farlo. e allora che cerchi? cerchi il bello. per contemplarlo quando lo trovi? sii onesto. pensaci.
ho i disegni di dantedieci. quelli originali di leo ricci. in pratica li ha rubati per me il mio amico dell'ufficio tecnico, con la promessa che li copio e li rendo. disegni del cinquantacinque. cinquant'anni fa avevano inventato tutto. un esempio: le finestre della cucina del tinello e del soggiorno d'estate son riparate dal sole. l'aggetto della zona notte e del solarium quando il sole è alto riparano e ombreggiano il tutto, dando fresco e penombra. d'inverno la parabola del sole si abbassa sull'orizzonte. questo permette ai raggi oramai buoni e miti di entrare in casa, illuminare, riscaldare, rallegrare gli ambienti nei mesi invernali. certe cose non le vedi dai disegni. ci stai e osservi. poi prendi i disegni e capisci. non basta un'estetica raffinata. non basta una ricerca spasmodica del nuovo. no, ci vuol sapienza, e umiltà, e passione. ricci aveva trentasette anni quando disegnò quella casa. dopo mezzo secolo quella ricerca umile, quella sapienza secolare destano ancora meraviglia a chi la osserva. e piacere a chi la abita.
la bellezza è negli occhi di chi guarda. e tu hai ancora troppe diottrie.
giovedì, 06 ottobre 2005
ieri sera cena da mio fratello. mi ha fatto vedere delle foto che ha ritrovato. bianco e nero, anni sessanta. mio padre, mia madre, noi da piccoli. mio fratello che giocava col lego, come faceva lapo proprio ieri. nello stesso posto, con la stessa faccia, le stesse espressioni, le stesse posture attente, concentrate. le foto le fece sottsass con la sua leica (già allora aveva il timbro col copyright). io leggo, tanto per cambiare. avevo su per giù otto anni. c'è pace in quelle foto. c'è una famiglia tranquilla, bella direi (mi riferisco ai genitori e a mio fratello). poi c'è una foto di mio padre, antecedente alle prime. capelli e baffi completamente neri. a casa di mio zio. è su una poltroncina bassa, di quelle svedesi dell'epoca. fotografato quasi da dietro. lui si gira e guarda la macchina fotografica con un sorriso sardonico, ironico, intelligente. il sorriso di mio padre. in tutte queste foto si vede la mano dell'architetto. la luce, diffusa, dolce, morbida, una luce che cerca i particolari, le prospettive dietro i personaggi. poi altre foto. non molti anni fa. mio padre ripreso da un fotografo che faceva ritratti di artisti nelle loro case. foto perfette, ambientate (ho il suo catalogo) sempre in bianco e nero. stavolta fatte con l'hasselblad. mi ricorda yousuf carsh, il fotografo armeno. anche qui lo stesso sguardo acuto, penetrante, intelligente. un vecchio contento. non di sé, delle cose che fa. da quelle foto capisci che quegli occhi vecchi e quelle ceramiche che li circondano appartengono allo stesso tempo, alla stessa vita, alla stessa storia. con mio fratello abbiamo deciso di rifotografare tutta l'opera ceramica, pittorea, scultorea che abbiamo. un'operazione titanica. comprerò una digitale da nove mega appositamente. e luci, sfondi, diffusori. non tanto per catalogare o celebrare un artista. questo lo fanno già altri meglio di noi. credo che voglio farlo solo per stare un po' insieme a mio fratello, nella casa che ci ha visti crescere. per dare un senso a una famiglia. o a quel che ne resta. spero.
mercoledì, 05 ottobre 2005
oggi pranzo con la socia. kebab e birra. veder mangiare di gusto quella tipa secca mi è piaciuto parecchio. niente di erotico, ma sano piacere di nutrirsi di roba buona, saporita, rozza e forte. mentre mangiava sprizzava gioia, oltre che sugo e briciole. ci siamo insozzati ben bene. è mancato il rutto. ma non si può avere la perfezione.
vero. non ci pensi. sei tranquillo. lontano, distante, distaccato direi. e poi succede. improvviso, scatta dentro. già, vai a letto e sei tu. poi basta un sogno, un pensiero. ti svegli e sei un altro. tocca rincominciar da capo.
sulla ricerca ci sto lavorando. è la rinuncia che mi frega.
martedì, 04 ottobre 2005
trentatremila. grazie.
il vero equilibrio è tra la ricerca e la rinuncia. quando capirai che l'una non preclude l'altra sarai saggio. e sarà tardi.
se solo l'architettura riuscisse a rubare una millesima parte dell'armonia che la natura ci propone. per raggiungere certi equilibri non basta il cervello. ci vogliono milioni di anni.
a volte voler bene è più bello che amare. l'amore presuppone una richiesta. voler bene non richiede alcuna aspettativa.
ad una certa età stupirsi diventa una forma d'arte. a te riesce sempre bene. ma a te la regola non si applica. sei solo infantile. stupirsi da grandi, o da vecchi è ben altro.
lunedì, 03 ottobre 2005
non devo dimenticarmi di venerdì pomeriggio, dove ho conosciuto vincenzo cerami. già, il suo senso del racconto. il prendere e il ridare che uno scrittore fa in continuazione. e neppure di sabato mattina con il professor paolucci a san gimignano. la vita di uno scrittore algerino del quattrocento dopo cristo (sant'agostino) che si converte conoscendo un tedesco pragmatico a milano (sant'ambrogio) raccontato su affreschi da un pittore fiorentino del cinquecento (benozzo gozzoli). e qui ritorna il prendere e il ridare. paolucci lui parlava e mi sembrava di essere in africa, e poi a roma, e poi a milano, e dopo novecento anni a firenze, e poi lì, a veder dipingere quella meraviglia. paolucci ha raccontato di un pittore che raccontava la vita di un santo che raccontava i suoi dubbi nei libri. un volo di mille e seicento anni in una mezz'oretta. ho goduto.
a chi serve raccontare? a chi parla? a chi ascolta? è un bene o una perdita di tempo? ci sto pensando. o meglio, sto pensando all'arte. anche quello è un modo di raccontare. visioni elaborate, distorte da un inconscio che vien fuori impellente. si, raccontare è un bisogno che alcuni sentono come primario. se poi qualcuno ascolta meglio. ma devo ancora pensarci.
idraulico, muratori, la macchina dal dermatologo (l'ho graffiata sul muro di casa), tre clienti da soddisfare (parola grossa, accontentare, è meglio). peccato, mi aspettano giornate troppo dense, dopo una domenica passata in casa, a cincischiare, veder piovere e sentir musica. avrei voluto che ieri durasse mille ore. ma è già oggi. accidenti.
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