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giovedì, 30 giugno 2005
pensare oltre i trenta gradi è come scaccolarsi con le muffole. ti fai male e non viene fuori niente.
la vera perdizione è non trovare neanche un peccato degno di essere compiuto.
donne e condizionatori. questo è il vero problema. coi motori è meglio. ma coi condizionatori è un disastro. tipo la principessa. si va al mare. io chiudo e metto il climatizzatore nel discovery. lei apre. arriva aria calda. un phon. io sudo. mi asciugo. sbuffo. le chiedo di chiudere. lei si incazza. oppure in camera. accendo lo split. a venticinque gradi. lei si copre fino al naso. e si incazza. altro esempio. la socia. abbiamo un pinguino in ufficio. l'altro giorno torno. lei c'è. il pinguino è spento. un caldo africano. era tornata accaldata, le dava noia. io zitto. memore delle sfuriate con la principessa, mi son limitato a riaccendere la fonte della mia sopravvivenza e basta. ma si portassero mai un golfino eh?
dantedieci senza la principessa. tornerà stasera. ieri sera a casa alle otto. comprata pizza alla coop. c'erano ventotto gradi, ma dalla collina arrivava una brezza che sapeva di bosco. mi piaceva. mi son messo al buio, nel solarium, a godermi la notte. ho tentato di farmi una sigaretta. già mi vengono invereconde quando ci vedo. era pressata che non riuscivo ad accenderla. l'ho rifatta vicino alla luce del lampione. meglio, molto meglio. pantaloncini, t-shirt, ciabatte e sigaretta. sotto al lampione volteggiava il mio amico di tutte le sere. un pipistrello. aspetta le falene attratte dalla luce e le caccia. è bravino, anche se spesso le "padella" (le manca, in toscano). fumo, fresco e buio. stavo bene. poi vado in giardino. la casa è appena percettibile, un'ombra grande ma ben delineata. qualche riflesso sulle grandi vetrate, come a ingannare l'occhio con un gioco di specchi e trasparenze. e il silenzio, interrotto dai pinoli che cadono dagli alberi alti. mi è piaciuto. stasera ci sarà la principessa. mi piacerà di più.
mercoledì, 29 giugno 2005
in realtà nessuno di noi ha la più pallida idea del perché stia facendo quello che fa. se ci penso ha più libero arbitrio un geranio di noi.
ho letto una cosa. e ci sto pensando. sembra che debba piovere. prima o poi. si, mi piacerebbe piovesse. voglio le nubi. di quelle veloci, nere, minacciose. e l'aria che si muove. a refoli rapidi. freschi. e diventa nera, quel buio da nubi spesse. e prima che piova, ma proprio prima, arriva l'odore. si, l'odore di terra bagnata. lo senti quando ancora non piove, ma è piovuto altrove, lì vicino. è inconfondibile, sa di ozono sprigionato dalla terra che si bagna dopo tanto. e lo respiri forte, è selvaggio, ti entra nel naso e ti riempie. aspetto quell'odore. lo desidero.
la vita è comunque una perdita di tempo. tanto vale perderlo bene.
quest'anno non hai voglia di vacanze. vuol dire che stai bene dove sei.
due giorni senza la principessa. gioirne o patire? spazio o vuoto? sentirsi liberi o soli? dai, son due giorni.
martedì, 28 giugno 2005
ho deciso. mi faccio le sigarette. da giovane lo facevo, ma per darmi un tono, specie con le ragazze. non sono mai riuscito a farle con le mani. mi tremano. una specie di piccolo parkinson che fin da giovanissimo mi ha sempre impedito di far l'orologiaio, di far le sigarette con le mani o di toccare una donna senza tradire l'ansia. allora avevo le macchinette della rizla e fumavo il samson. senza drogarmi, ma mi piaceva fumare senza filtro. dall'ultimo trasloco non trovo più le macchinette, ne ho comprata una nuova, e un tabacco leggero. che non conosco. cerco, spero, mi auguro di fumar meno. che sennò il parkinson mi arriva davvero.
giusto. il frainteso sta alla base dei rapporti umani.
lo strano della gente è la capacità di misunderstandment che trascende la conversazione in doppio monologo carpiato con triplo avvitamento e doppia incazzatura. coefficiente di difficoltà zero. sarà il caldo.
lunedì, 27 giugno 2005
è nata "la malaparata". non so cosa sarà. al momento è appena nata, ha gli occhi chiusi e non ha neanche un dente. digrigna, si agita, è solo gengive e pugnetti piccoli. ma mi piace pensare che sarà una roba bella. ho messo il link tra i preferiti. non lo metto qui perché non lo so fare.
ho un fratello. vabbe', chi non ne ha? io ne ho uno solo. ed è tutto quel che mi è rimasto di quel poco di senso di famiglia che ho. lo so, la maggior parte della gente non ha neppure quello, ma io ce l'avevo eccome. un padre e una madre, che col loro legame mi collegavano ad un universo di nonni, zii, zie, cugini eccetera. venuti meno loro, tutto si è come disciolto nel tempo. se dovessi pensare alla mia famiglia oggi, ci metterei lui e la principessa. uno ereditato e uno acquisito, così, per rappresentanza. manco i nipoti, che anche se gli vuoi bene loro cresceranno e faranno la vita come garba a loro. ma lui no. lui e la principessa dicevo. ecco, ora lui è in barca a vela. nello skagerrak, tra il baltico e il mare del nord. lo sento al telefono, sta bene, adesso è in porto a kristiansand, aspettando che passi la bassa pressione, poi partirà per la scozia. quando è a casa ci si sente una volta la settimana, da quando è partito cerco di sentirlo almeno ogni due giorni. e poi me lo dico, ha quarantasei anni, due figli, ormai è un ometto. ma io son chioccio, nel senso della gallina coi pulcini. raspo per conto mio, non guardo nessuno. ma se uno si allontana mi agito. e poi ho così pochi pulcini. un pollaio di merda direi.
a volte voler bene è fatica. tanta.
venerdì, 24 giugno 2005
il problema di un blog come questo è l'onestà con cui lo scrivi. io ci provo, davvero, mi sforzo di non censurarmi. roba tipo ti viene in mente qualcosa mentre lavori e lo metti subito dentro. mi limito solo nelle parolacce (qualcuna la lascio) e nelle eresie (le ometto tutte, ma sarebbero tante), che le penso ma poi scritte suonano male. ecco, per il resto vado il più possibile a ruota libera, buttando lì ragionamenti e ricordi, impressioni momentanee e frasi senza senso. questo lo faccio io, da solo, al computer. lo faccio perché mi serve, mi aiuta a ricordare, a capire, come se tu uscissi da te stesso e guardassi un altro. cioè, scrivi, rileggi e ti par di capire cosa c'è dietro. non lo so se l'analista fa la stessa cosa, non ci sono mai stato. insomma, il blog è l'attività più solitaria che si possa fare. una masturbazione mentale assoluta. infatti godi quando finisci. però poi lo fai in pubblico, e allora cerchi l'anonimato. già, puoi partecipare ad un pornofilm, ma la maschera sulla faccia non la togli. e qui arriva la parte che capisco meno. gli altri. ti leggono, commentano, con alcuni intrattieni anche un qualche tipo di rapporto. ma forse non è roba da capire, succede e fa parte del blog credo. le intenzioni iniziali erano altre. la solita, fottuta ricerca personale. un mix di velleità letterarie, egocentrismo, esibizionismo e voglia di capirsi intimamente, di mettersi alla prova. c'è un abisso tra il diario personale, il saggio argomentato e il racconto formalmente compiuto. col blog questo abisso si restringe, e nel mio caso potrebbe ridursi ad una pozzanghera. come questo post, che non l'ho scritto sotto impeto personale, ma solo perché ho saputo che qualcuno forse parlerà di me. allora mi è venuto da scrivere così, un po' come quando hai ospiti a casa e mentre entrano dici: "scusate il disordine". ecco, un blogger onesto può anche tradire le sue intenzioni. ma dopo si confessa.
giovedì, 23 giugno 2005
è inutile che ti incazzi. ogni donna è nata per prendere per il culo un uomo. non lo fanno apposta. possono amarlo fino alla follia, ma non lo tratteranno mai da pari. ritieniti fortunato. ti poteva andar peggio.
confessalo. della maggior parte della gente non te ne frega nulla. ma alcuni riescono a ferirti anche solo con lo sguardo.
mercoledì, 22 giugno 2005
ho rincontrato un vecchio amico. anzi no, il mio primo grande amico. roba tipo essere piccoli e vicini di casa e suo padre lavorava col mio. il suo faceva il pittore ceramista e lo vedevo tutte le mattine partire in bicicletta per la fabbrica. non capivo il fatto che a mezzogiorno il padre del mio amico rientrava prima del mio. eppure lui era in bici, e il mio col millecento. avevamo sei sette anni. ci si voleva bene cazzo. sempre insieme, almeno fino alle superiori. avevamo preso l'abitudine del nostro paese, che tutti avevano un soprannome di famiglia. così lui mi chiamava come chiamavano mio padre e mio nonno e quello prima e via andare finché uno non si ricorda più come mai lo chiamano così. io facevo altrettanto con lui, e questo gioco ci piaceva. lo avevo rivisto qualche volta ma insomma, roba da salutarsi e basta. sapevo di lui, la laurea in ingegneria, la morte del padre, un matrimonio finito, una figlia contesa. da un anno vive nella vecchia casa del padre, insieme alla madre. l'altro giorno una festa di compleanno, mi dicono di andarlo a prendere che lui ha un problema a guidare. bene, ci vado. entrare in quella casa. dopo almeno trentacinque anni. la madre novantenne e lucidissima mi ha colpito. vispa più di noi due messi insieme. e quella casa. l'orto lungo il fiume. il fico dove si era fatta la casetta in alto e ci si andava a fumare di nascosto. il rumore del fiume. e quelle stanze. fresche, antiche, silenziose, odorose. ogni casa ha un odore suo, particolare, unico. se una casa la frequenti per anni quell'odore si impregna nei ricordi, non va via. anzi, potresti annusarlo ad occhi chiusi e dal naso verrebbero su tutte le immagini che hai dentro e non sapevi di avere. ho dato un gran respiro di quell'odore che mi mancava da tempo. ciao chiodo, son pronto. ciao budero, allora andiamo.
i ricchi non sarebbero un fastidio, se fossero intelligenti.
troppo tardi per le parole. troppo presto per i fatti. a volte il tempo è un limbo inutile e vuoto.
già, il mondo d'oggi. una banalità. "al mondo d'oggi....", quante volte lo senti dire? bene, pensaci la prossima volta che ti meravigli di qualcuno che al mondo d'oggi non usa il telefonino. oppure non ha una e-mail. il mondo d'oggi è fatto da più di sei miliardi di persone. la maggioranza di loro se ha sete non apre una bottiglia, e non gira un rubinetto. al mondo d'oggi uno ha sete, allora si alza, prende un grosso recipiente, esce da casa, fa qualche chilometro con il caldo. dopo almeno una mezz'oretta arriva in un posto con un buco in terra. ci butta un secchio con una corda, lo lascia riempire e lo tira su, svuotandolo nel recipiente fin quando quest'ultimo non è pieno. beve quell'acqua calda e torbida, si rinfresca un po' e poi si mette il suo recipiente in testa. pesa una ventina di chili circa. si fa la sua mezz'oretta di cammino e torna a casa. ecco, al mondo d'oggi chi ha sete fa così. o peggio. se la tiene. ecco perché quella frase non è solo banale. è offensiva.
ventisettemila. grazie
martedì, 21 giugno 2005
la cucina. consegna tra il sei e il sette luglio. quattro mesi. trivaffanculo.
noi e gli animali. ci penso e mi dico: la differenza è la corteccia celebrale, ma io lo chiamerei il posto dei perché. noi abbiamo i perché, gli animali no. ci siamo staccati da loro con le domande. e siamo peggiorati. ma c'è un ulteriore margine di peggioramento: le risposte.
l'odore della ceramica. già, c'è la festa al mio paese. sono entrato di nuovo nella fabbrica dove lavorava mio padre. fa effetto vederlo stampato su pannelli, schede, manifesti, video proiettati. come uno famoso. come fa effetto trovarlo nei siti delle gallerie sparse per il mondo, dal giappone agli stati uniti. ma questo non c'entra con quel che volevo dire. l'odore. dei colori. si, in ceramica il colore ha un odore intenso. di resine forse, ma non saprei. ti prende appena entri. da piccino mio padre a volte mi portava in campionario, quando i clienti erano amici. arabi, tedeschi, americani, svedesi, finlandesi. venivano a mangiare da noi, facevano le vacanze e intanto compravano ceramica per i loro negozi. a volte giocavo con i loro figli, nel campionario, stando attenti a non rompere roba. una serie infinita di grandi stanze zeppe fino al soffitto di scaffali di ferro zeppi di ceramiche zeppe di colori. un mondo incantato e fragile il campionario. il mondo di mio padre. e poi l'odore. pungente, acuto. che ora è capace che quella è diventata roba tossica, cancerogena, proibita. ma per me era l'odore del mondo di mio padre. e intanto che lui chiacchierava amabilmente con i clienti in quella lingua sconosciuta che era l'inglese, e fumavano, e riempivano fogli di sigle e disegni, e prendevano in mano portacenere e caspot e piatti piani e piatti fondi e zuppiere e li misuravano e scrivevano le misure su dei fogli io giocavo e li guardavo. che mestiere strano doveva essere, che bisognava parlare in quel modo incomprensibile e riempire fogli di scritte e disegni buffi e tavoli di ceramiche colorate. e respirare quell'odore. su tutto mi piaceva quell'odore. non perché era l'odore di mio padre. era buono e basta. forte, dolciastro, invadente. allpervading taste, credo si dica così. si, quasi un sapore in bocca era. come una caramella strana, che la respiri e la colleghi a migliaia di forme, di colori, robe strane accatastate intorno a te. un mondo diverso, curioso. ma quando sei piccino non lo sai del cancro, oppure del mercato, del dollaro, della svalutazione. per te shipping time è solo una parola buffa, da farci una canzone, battendo i pennelli da pittore sul bordo di quei vasetti colorati a mo' di batteria. respirando quell'odore. l'ho risentito ieri l'altro sera. mi è piaciuto. si invecchia, ma non si cambia.
lunedì, 20 giugno 2005
al mio paese c'è una festa. non mi piacciono le feste, ma mi tocca andarci. tipo ieri, che la principessa era ad una recita di nipoti, e io pur di evitarla ho accettato un invito a cena alla festa. dalla mia amica di carte, che suo marito era partito per andare a lavoro. lei la conoscono tutti, e a quanto pare anche me, dalla gente che mi saluta. io non la conosco, e saluto per cortesia. con alcuni mi intrattengo anche, cercando di capir chi sono dagli argomenti, o dai ricordi, oppure dalle facce. niente, mi sento idiota, e saluto genericamente. un po' come a scuola, quando ti interrogano e non hai studiato. inventi argomentazioni vaghe, giri genericamente intorno alle domande, dai risposte concettuali. ma sai di essere impreparato. è una vita che mi sento così.
per star bene con gli altri devi star bene con te stesso. ma anche se stai bene con te stesso non è detto che tu stia bene con gli altri.
venerdì, 17 giugno 2005
si fa sera. solo in ufficio. mi ascolto "murder", un pezzo di john lee hooker e miles davis. due neri americani. dall'album "hot spot". una chitarra e una tromba si incontrano in un mood rado, minimalista. si incontrano, parola grossa. girano stanche nell'aria rarefatta, e ogni tanto si trovano. ma quasi per sbaglio. il fatto che hooker abbia la bocca libera gli permette di mugolare, come fa lui. davis no, lui soffia nella sordina. ma ogni tanto. però che armonia. che dolcezza, che velluto nero scorre, fruscia leggero nelle orecchie. nell'anima. il bello venuto su dal niente. e che bello. ma forse è il niente che rende bello quel poco che emerge. ecco, si, il deserto. il bello del deserto che esce da un suono. il ritmo, lento e ciclico, come le increspature di sabbia sulle dune. e i fatti, gli accadimenti, non succedono davanti, ma di sguincio, laterali, e tu te ne accorgi e son quasi passati. ti godi l'eco del suono, più del suono stesso. roba messa lì, apparentemente casuale, come una piccola frana di sabbia laggiù. roba poco importante. trascurabile. la vita è fatta di piccole cose. lo so, è una frase banale. ma mettiamola così: la grande musica è fatta da piccoli suoni.
dovrei fare una cosa che non ho voglia di fare. la socia è appena andata via. e mi viene in mente quel che pensavo sulle belle donne. non che me lo faccia venire in mente lei. oddio, lei è bella eccome. ma insomma, ci penso in generale. al fatto che cerco il bello. e ora che ci penso, lo cerco ma non so che farci. si, insomma, un po' come andare a vedere il pantheon, o la domus aurea. mica te la porti a casa. no, le guardi e dici "bella". ecco, mi sa che mi comporto così anche con le strafemmine che mi capitano sott'occhio. le guardo. le guarderei fino alla consunzione del bulbo oculare. e basta. e non me la spiego 'sta cosa qui. o meglio, ci son troppe risposte. uno, ho una moglie che mi basta e mi avanza. non mi avanza, ma bastante lo è. due, ma chi se lo fila un tipo come me? e poi c'è il tre. e questo è il difficile. bene, superati i punti uno e due, cosa ci faccio io con una donna bellissima? ecco, io onestamente non mi sentirei all'altezza. avrei paura di farci una figuraccia. allora le guardo. e basta. non stacco gli occhi, le fisso fin quasi all'imbarazzo. oddio, a volte ti vien la voglia, o forse il desiderio. si, avvicinarti, stringerla, baciartela ben bene. cazzo, ci son creature che ti strappan le mani da dosso, ti ci scioglieresti sopra a quei corpi giovani e flessuosi. ma poi ci pensi. non è mica una bambola. e neanche il pantheon. si, le cupole... le guardi e dici "belle". vai a casa lapo. è meglio.
vabbe', quando ordini una cucina lo sai che te la fanno su misura. ma sai cosa stai ordinando. lo vedi sul catalogo. roba tipo fornelli, lavelli, rubinetti. roba avvitata su un piano, detto piano di lavoro. il detto piano poggia su una struttura eccetera. insomma, una cucina cristo. ecco, come dicevo tu sai cosa compri. il problema sorge se quello davanti a te non sa cosa ti vende. ecco, l'ho detto. una delle primarie aziende italiane ha messo in catalogo un prototipo, montando i pezzi col bostik, facendone altri probabilmente di cartone verniciato e sagomato. ha illuminato il tutto, ha sparso due pentole e tre piatti, ci ha messo una strafica davanti e ha fatto le foto. e io l'ho comprata. non la strafica, magari, che quella è di ciccia, e si vede. no, il prototipo del cazzo. e adesso, mentre scrivo, c'è una signora (titolare della primaria azienda) che litiga con un ingegnere sul fatto che quella macchina a controllo numerico non riesce a produrre profilati in alluminio accoppiabili per montarci una cucina. la prima cucina fatta su quel modello. la mia cucina, cazzo. io non volevo fare il trendy, e neanche la cavia. volevo mangiarci dentro dantedieci, se non era troppo disturbo. uno ha una casa, e la vuole bella no? cerca le cose che gli piacciono. tra queste vorrebbe un buon posto per cucinare, che fosse pratico, ergonomico, confortevole. e bello, appunto. se tutto questo deve venire direttamente da andromeda, bastava dirlo prima. la mensa del dopolavoro ferroviario fa pasti caldi a buon prezzo.
diventando vecchi il futuro si accorcia, pesa di meno.
(pier paolo pasolini)
giovedì, 16 giugno 2005
la nostra cucina è ancora ben lungi da noi. che dio li strafulmini.
il brutto di invecchiare non è invecchiare. è guardare gli altri che invecchiano.
mi piacciono la musica, la fotografia, la letteratura, l'architettura. mi piace l'arte in genere. sono pigro all'ennesima potenza. disarmonico nelle forme e impacciato nei gesti. novantatre chilogrammi di imbarazzo distribuiti casualmente su centottanta centimetri di goffaggine. ho una faccia a culo poderosa incorniciata da barba e capelli ormai bianchissimi. mi son rimasti in bocca una ventina di denti sparpagliati, dei quali uno mi fa male e un altro mi dondola (ho paura dei dentisti). ho un mestiere che mi piace ma che non mi da molte soddisfazioni, specie nella parte economica. ho quasi cinquant'anni. ho una donna in gamba, con la quale ho un rapporto difficile, ancorché bello. non ho figli. ho molti parenti, ma non frequento mio fratello, figuriamoci gli altri. sono superficiale, istintivo, epidermico, caotico, egoista. non ho memoria. mi piacciono le donne, specie quelle belle. ma ne sto accuratamente distante (i dentisti non sono l'unica mia fobia). anzi, mi piace il bello in genere, non solo le donne. fumo come un pazzo. non so vendermi. non so comprare. praticamente non ho una lira da parte. non ho debiti. ho una bellissima casa, insieme a mia moglie. sono (ancora) sostanzialmente in salute. è tutto. c'è di peggio. c'è di meglio.
mercoledì, 15 giugno 2005
la vita è divisa in due grandi categorie di tempo. l'attesa e la delusione. preferisco la prima.
martedì, 14 giugno 2005
facile essere onesto con te stesso e con chi non ti conosce.
musica. arriva dolce dal mac. casuale, come la vita. già, random. il caso. la vita è random. come un file in un disco. il mio software continua a bloccarsi. ripenso ad una luce azzurrina, illumina un volto assorto, sullo sfondo una strada che corre veloce una sera lontana. roba bella da ricordare. come questa musica. capelli sul viso, due occhi seri, un chiarore che mi colava dagli occhi giù, dentro. quel chiarore, quel volto. quegli occhi. clic. scatti la foto e metti dentro. ma non sai che fartene. una donna bella a volte non basta. altre avanza. una donna bella è un cancro. te lo porti dentro e lo covi, combattendolo. ma è tuo, ecco. si, quel momento, quel viso di donna son tuoi, inutilmente tuoi. fino al prossimo aggiornamento software.
l'amore ha effetti diversi sulla gente. generalmente le donne peggiorano. gli uomini invece migliorano. se ne deduce che una donna è già perfetta. lo si capisce dalla funzione che ha. non può una fabbrica di vita non essere inattaccabile. l'uomo nasce per conquistare e distruggere, più che fabbricare. l'amore quindi non è che un valore aggiunto, per questa lacunosa creatura. sui gay o le lesbiche non saprei.
si, guardo la tivù. specie se c'è qualcosa che mi interessa. e ieri c'era. su raitre, quel giornalista mezzo prete che fa storie di vita. bene, sono andati a sarajevo, hanno trovato la gente amica di adriano sofri e l'hanno intervistata. cartoline da sarajevo, ma molti anni dopo. e poi sono andati in carcere a pisa da sofri e gliele hanno fatte vedere. tipo carramba ma meglio, molto meglio. c'era un parallelo. un rapporto tra ex prigionieri che salutavano un loro amico che adesso è in prigione. la tivù trasmetteva scene parallele. oggi e ieri, sarajevo "libera" e sarajevo "assediata", sotto i cecchini. quando adriano girava la città con il video otto e poi montava e commentava dei servizi che sembravano piccoli quadri, ikebana dell'informazione, fatti da pochi ingredienti, apparentemente trascurabili, ma che lasciavano il segno. ma che fallaci pensavo allora quando vedevo i suoi servizi su mixer, sofri è il miglior corrispondente di guerra che abbiamo. era vero. lui andava lì, viveva con loro, mangiava con loro, li aiutava, dimagriva, correva gli stessi rischi. e poi usava il video otto. e veniva fuori un pezzo di vita, fatto di gente normale che si arrangia, ha paura, muore sotto le granate serbe, corre scansando le pallottole dei cecchini, ma sopravvive, va avanti, cresce i figli. eccezionale non era solo la situazione. era il modo di raccontarla. normalmente, banalmente, ma con dei tagli, dei particolari, dei modi che ti facevano diventare un bosniaco, sentivi l'odore del sangue al mercato, cercavi di capire perché il serbo sparava ai bambini dalla collina. il perché non c'era. ma il fatto che te lo domandavi faceva di sofri un reporter di guerra. quattro anni di assedio mortale vissuti a casa nostra. bravo adriano. adesso è in carcere. chiuso senza volerlo. e ieri l'ho visto rivivere quei momenti passati quando il carcere lo raccontava, quello degli altri. e lo viveva insieme a loro, per scelta. quella gente che lo ringraziava, gli mostrava i ricordi, gli faceva capire di aver capito. ecco, capire, ieri sera la tivù ha aiutato a capire. che rinchiudere un'idea non serve. che uno è libero negli occhi degli altri. che il coraggio di vivere non te lo toglie né un giudice né un cecchino. che bisogna vivere, comunque sia. che in fondo la vita è facile. per noi.
lunedì, 13 giugno 2005
già, che cazzo ne sai di ernesto guevara? niente. che nasceva domani, in un posto che era il culo dell'argentina, che è già un posto che è uno dei culi del mondo (il culo è una cosa bellissima per me, specie nella zona patagonio-sacrale n.d.l.). avrebbe avuto settantasette anni. un vecchio canuto e pimpante. ma è morto giovane. quindi non invecchia mai. un po' come grace kelly o hendrix o quelli famosi che muoion giovani e i giornalisti ce li ridanno a tutte le occasioni. lui no, non ce lo ridanno tanto. forse è morto male. la fregatura è che aveva un'idea fissa. che la gente è tutta uguale. e quest'idea, avercela in sudamerica qualche anno fa era sconveniente. ed è morto giovane, sparato. e bello. ma bello davvero, roba da magliette. e infatti milioni di suoi ritratti girano ancora per il globo. le idee meno, ma non so se poi è un bene o un male. era un bel tipino il "che". "che" sarebbe l'intercalare degli argentini, come il nè dei torinesi o il dè dei livornesi. si, aveva idee belline, ma un tantino radicali ecco. e forse è bene che chi porta la maglietta sua oggi ne sappia poco. ma forse in quei posti ci voleva uno come il guevara. latifondo, soprusi, fame, ingiustizia, militari, eccidi. poi ripenso a quel ragazzino asmatico che andava a scuola a buenos aires. era in classe con un certo leandro joachin barbieri, un tipo furbo. tanto furbo che lo chiamavano "el gato". ne è passato di tempo, più di mezzo secolo. oggi gato barbieri è il sassofonista più famoso del jazz. ha scritto musiche come ultimo tango a parigi per bertolucci, ha portato nel mondo la musica argentina, l'ha sdoganata dalla storia, l'ha resa eterna. mi piacerebbe vederlo domani il signor barbieri, che si alza nella sua casa parigina. prende un croissant, lo inzuppa nel latte e ripensa alla gioventù. auguri ernesto.
certe belle donne son come il sole. senti il caldo, ti piace. poi lo guardi fisso e ti ritrovi che brancoli lacrimoso e dolorante. occhiali scuri prego.
il dolore è la cosa più tua che c'è. per questo è difficile condividerlo.
non ho mai letto due libri in contemporanea. lo sto facendo da ieri. sono a due terzi del "dolore perfetto" di ugo ricciarelli. poi ieri ho trovato un libro. l'"iliade" di baricco. ero ad una festa di compleanno. la solita trentanovenne single buddista idiota. se non fosse sorella di mia moglie l'avrei già fatta fuori. ma poi penso che in questo mondo c'è posto per tutti. e se sopportano me, figuriamoci lei. ma questa è un'altra storia. insomma, parenti, urla, auguri, pollo al curry, incenso, discorsi. io vado dove vedo il libri. tiro fuori questo librino scuro, manco tanto accattivante. inizio. prefazione. asciutta, come sempre. esaustiva, come al solito. non potevo aspettare. l'ho preso. stanotte l'ho cominciato. e son stato bene. sto leggendo l'iliade come l'avrei voluta da ragazzo.
se il valore di un uomo si misurasse in chilogrammi il sottoscritto farebbe parte della ionosfera.
chiacchere, polemiche, fraintendimenti, litigi, parole grosse, offese. si, meglio il silenzio.
giovedì, 09 giugno 2005
a volte ti tornan su. come i peperoni. i ricordi. e sono amari. come i peperoni appunto. ma non è che puoi decidere cosa ricordare. magari fosse così. roba tipo zio giacco. non so come si chiamasse, lo chiamavamo così e basta. un ometto piccolo, sempre ben vestito, con dei grossi occhiali bifocali, che lo facevano sembrare un gufo. capelli bianchi, ben pettinati, con un filo di brillantina. in realtà non era mio zio, anche mio padre lo chiamava zio. forse era cugino di mio nonno. tutti lo chiamavano zio giacco, e anch'io mi adeguavo. abitava in paese, accanto alla latteria della lina, la mia tata. allora quando andavamo a trovarlo ci si fermava da lei che ci dava un bel bicchiere di latte, e poi si andava da lui. faceva il falegname, uno dei pochi con tutte le dita delle mani. era un vero artista zio giacco. la sua bottega accanto alla latteria, la casa sopra la bottega. segatura, tavole, segacci, morse, pialletti. e ancora segatura. tutto amalgamato da una polvere sottile, chiara, che si depositava su qualsiasi cosa stesse lì per almeno un'oretta. anche la bicicletta di zio giacco era polverosa, nera, grossa, coi portabagagli davanti e dietro, con le funi per legarci le sedie che riparava oppure la cassetta degli attrezzi per i lavori a domicilio. c'eran sempre dei sacchi di liuta con le corde, che sennò si sciupava il legno a metterlo a contrasto col ferro. dai zio, una girata, una sola, dai. eravamo insistenti. allora prendeva la bici, spolverava sellino e portapacchi sollevando una nube di polvere, montava su e ci faceva accomodare, uno davanti e l'altro dietro. una girata breve, fin sulla passerella del fiume. non aveva molta forza zio giacco, aveva respirato segatura per una vita. ma ci bastava l'emozione della passerella, l'acqua che scorre sotto, quattro metri di vuoto e tu che guardi dalla bici che va e ti batte il cuore a veder l'acqua che scorre laggiù e un passamano sottile a dividerti da lei. si rideva con mio fratello, ma erano risa urlate, per nascondere la paura. mio padre ci aspettava a bottega, tornavamo tutti e tre rossi, noi di eccitazione, zio giacco di fatica. andavano di moda i carrettini. quelli fatti con tre tavole e i cuscinetti a sfere. il nostro lo fece lui. quando ce lo portò saltavamo di gioia. le macchine di leonardo da vinci erano più approssimative. sedile anatomico, sterzo con i controdadi, cuscinetti a sfere protetti antipolvere. la rolls royce dei carrettini. era sporco di segatura, chiaramente, ma fatto da un vero "mastro d'ascia". ci giocammo per una vita. passò molto tempo, poi dissi a mia madre perché non andavamo più da zio giacco. lei mi disse che era morto molto tempo prima. non piansi. ma sentii molto male. come quando ti rubano qualcosa. un pezzo di vita. e tu rimani lì, un bambino piccino e commosso, col naso pieno di moccolo e d'odor di segatura.
Abbiamo bisogno di raccontare, ascoltare e di nuovo raccontare storie, bisogno di storie come dell'acqua che impasta i nostri corpi, storie che animino i singoli e le comunità, che diano il contesto del vivere tra noi, si facciano arteria che ossigena la vita. Abbiamo bisogno di poemi epici e racconti brevi, frammenti e narrazioni alluvionali. Abbiamo bisogno di artigiani, sentirli vederli che segano e inchiodano incollano piallano verniciano lucidano il legno per farne cassapanca (in cui stivare le storie più preziose), manico di vanga (per scavare la terra in cerca di storie) o travi e travicelle, impalcature di storie a sorreggere il mondo. (Wu Ming, maggio 2005)
a volte manca qualcuno. un qualcuno qualsiasi? meglio non domandare. meglio.
di nuovo la bocca. stavolta senza capelli.
mercoledì, 08 giugno 2005
voglio la mia cucina!
ieri la principessa lavorava fino alle nove. le ho telefonato e sono andato a prenderla. ho aspettato fuori, sulla scala antincendio del palazzo. dall'ultimo piano si vedeva tutta la zona industriale, una distesa di capannoni e in fondo, verso il mare, il monte serra, accanto a pisa. un tramonto perfetto. il cielo si stava facendo nero, da firenze arrivava un temporale, nuvole buie che si illuminavano di lampi. la luce che piace a me. colori saturi, tendenti al rosso, in contrasto con l'aria nera e limpida. stavo fumando e mi godevo 'sto spettacolo quando nel capannone davanti si sono accese le luci. una confezione di cinesi. mucchi di vestiti inframmezzati da macchine da cucire con operai che prendevano un pezzo da un mucchio, lo cucivano e lo buttavano nell'altro. la luce azzurra dei neon contrastava col rosso dominante del tramonto. mentalmente ho fatto clic. bella foto. si, c'era tutto, la toscana bella, le colline, l'industria, il lavoro, il sudore, l'emarginazione. bella foto davvero. l'ho in testa. poi uno di loro, vicino alla finestra, mi guarda, sorride, saluta. io lo saluto e sorrido. è giovane, camicia aperta, lavora, mi guarda e sorride. continuo a fumare, penso ai cazzi miei, mi godo le nubi che arrivano. guardo giù. lui mi guarda, sorride, saluta di nuovo. un gesto timido, della mano, mentre lavora. lo saluto di nuovo. la scena si ripete per altre volte. mi metto a pensare. niente di più distante. niente di più vicino. due persone. comunicare. è successo. faccio clic. per ricordarmi. che adesso c'è anche lui. per me.
martedì, 07 giugno 2005
la cucina è slittata a venerdì. marrivaffanculo.
già, ma c'era la bocca. e la voglia.
eccheccazzo. possibile che in italia non si riesca a mantenere un minimo di lucidità? prendi i referendum. nessuno li spiega, ma tutti hanno un'opinione. e che opinioni, accidenti a loro. qui si fa l'italia o si muore. siamo mazziniani, carbonari, ci raggruppiamo subito in fazioni faziose. abbiamo bisogno di un nemico. di una bandiera. di fare il tifo. ecco, il tutto si riduce ad una accozzaglia di tifosi. ciechi, come solo un tifoso può esserlo. e invece ci sarebbe bisogno di occhi aperti. e capire. e parlar di coscienza. ma non di sé, dell'altro. già, perché anche se penso che a volte il bisogno di maternità fa andar contro natura, e che la scienza cavalca la disperazione per diventare importante, e la politica strumentalizza la morale per ridurre tutto a bianco e nero. e vedo comitati, squallidi, abietti consorzi di politici che aizzano, amplificano, accentuano, estremizzano. e non ci fanno capire. invece ho bisogno di capire, perché si parla di donne mamme, bambini sani, vecchi che sperano di guarire. non è l'euro o la lira che son fregnacce a confronto. è vita, salute, speranza. in quattro domande. forse è vero, a guardarle così, senza approfondire, quelle quattro domande son più grosse di me. ma me le hanno fatte 'ste fottute domande, e voglio rispondere. andrò a votare. e voterò si. sapendo che forse per me una domanda o due avrebbero meritato un no. ma mi piace pensare che chiunque nel mio paese da lunedì prossimo sia più libero. anche di sbagliare.
un buon modo di consolare una donna inconsolabile è picchiarla. si sostituisce al dolore originale un dolore più grande. ma consolabile.
chiunque tenti di consolare una donna inconsolabile col suo gesto metterà in dubbio lo stato della medesima, peggiorando quindi la situazione.
lunedì, 06 giugno 2005
non c'è niente di più inutile di un uomo accanto ad una donna inconsolabile.
non c'è niente di più inconsolabile di una donna inconsolabile.
rileggo il post precedente. vai troppo al mare. lascia perdere. stai a casa. e sogna meno.
femmine. le guardi. le bevi. occhi capelli pelle carne curve movimenti suoni aria intorno che si piega a loro e tu te le godi. son fatte per questo. guardarle da lontano. che tanto non le capisci. prendi la tua. più vicina la vuoi meno la intendi. ma ti piace vicina. che una donna da vicino è la roba più bella che uno si possa immaginare. si, immaginare, solo immaginare. che comprenderla è altra cosa.
venerdì, 03 giugno 2005
ventiseimila. grazie. ora vado al mare.
ma c'eran più capelli che bocca.
già, lo zio. mio padre si ammalò. roba seria, un tumore all'intestino. ospedale, con mia madre che non poteva seguirci. non lo vidi per un bel po', stavamo dagli zii, eravamo una famiglia di sei persone, con mia madre che a volte tornava e dava notizie su cure, interventi, degenze. si studiava insieme, con le cugine. una gran tavolona giù nel seminterrato. ma c'era il giardino lì a due passi. mio zio tornava da lavoro e diceva: "allora ragazzi? come è andata oggi?" noi tutti: "bene zio, tutto a posto". lui ci guardava tutti e quattro. aveva un'industria, sapeva pesare le gente. si metteva a tavola e la frase era sempre la stessa: "ai brodo se gli è pehora". il senso era che i risultati si vedono alla fine. mio padre tornò prima delle vacanze. era salvo, provato ma sano. quell'anno di noi quattro ragazzi bocciammo in tre, esclusa la cuginetta che faceva ancora le medie. un industriale sa pesar la gente, ma non quella a cui vuol bene. "ai brodo se gli è pehora". era tutto quello che poteva dire. e aveva ragione. è una vita che non vado a trovarlo.
la differenza tra un professionista e un dilettante? il professionista del suo mestiere conosce un milione di particolari. il dilettante solo novecentonovantanovemilanovecentonovanta. ergo, mettiti l'animo in pace.
mercoledì, 01 giugno 2005
 c'è vento. tempo da aquiloni. mi ricordo uno zio. no, un secondo padre. si partiva tutti sulla topolino. lui, io, mio fratello, le due cuginette. toglievamo la capote all'utilitaria e via, cantando tutti a squarciagola. si andava sempre in un posto. i bambini son cosi. gli piace una cosa e voglion sempre quella. andavamo a veder le mucche all'erbazoo, un allevamento vicino al paese. gli si dava l'erba e loro venivano, e noi si rideva. chissà come dalla topolino lo zio tirava fuori un aquilone, fatto con la carta dell'uovo di pasqua, spago e canne sottili divise a metà. si rompeva sempre, e lo zio con pazienza lo riparava. e poi si tornava, e si cantava, e si rideva delle cose stupide che ci capitavano quando siamo bambini. la topolino non c'è più da tempo, noi abbiamo i capelli bianchi, lo zio sono anni che sta a letto senza voce e con l'ossigeno per un enfisema polmonare. ma son rimasti i ricordi. e il vento.
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