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venerdì, 29 aprile 2005
 che a volte la musica è bella anche da vedere. e non dico quella dal vivo.
certa gente non serve conoscerla. certa gente te la porti dentro come un parente. arturo benedetti michelangeli è così.
ieri sera torno a casa presto. volevo far mille cose. cinquecento le ho fatte, finché non ho voluto vedere dove andava una fila di formiche che partiva dal solarium. son salito su, dove la zona notte si apre su una grande terrazza che sovrasta il salone. vetri scorrevoli. troppo scorrevoli. mi chiudo fuori. quarantacinque minuti a guardarmi le formiche, aspettando la principessa che tornando a casa mi liberasse. dopo cena da mio fratello in bici. bellino, peccato che il mio nipotino omonimo dormisse già. a volte sentirsi normali non è brutto. esserlo sarebbe meglio. potendo scegliere.
giovedì, 28 aprile 2005
perché è più bello sapere che c'è qualcosa che non hai, che avere qualcosa che non c'è.
ci stanno rubando le parole. si, l'ho notato l'anno scorso. vabbe', son di sinistra. nel senso che ho sempre pensato che la giustizia fosse da quella parte. quella sociale, che mi pare la più importante. gli uomini son tutti uguali e roba del genere. ma a volte mi ritrovo anche a destra, che uno come marcello veneziani mi sembra in gamba. ecco, le parole dicevo. l'hanno scorso il primo maggio lo chiamavano la "festa del lavoro". no, no e ancora no. non lo è mai stata la festa del lavoro. lo è di chi lavora. "festa dei lavoratori". c'è un universo di differenza. poi accendo la radio giorni fa e sento che il venticinque aprile è la "festa della libertà". fermi tutti. quel giorno lì la gente ha ritrovato la libertà, ma se l'è guadagnata. l'ha pagata cara. la festa è dell'azione liberatoria, non del risultato dell'azione stessa. è morta gente per quell'azione, e tanta. dai, richiamiamola giusta, "festa della liberazione". che le parole son belle perché ti raccontano una cosa precisa. che poi tu ci creda o meno non vuol dire. quella parola è lì a raccontartela. se qualcuno te la ruba ti porta via la cosa più importante che hai. il significato.
mercoledì, 27 aprile 2005
oggi pranzo a casa. tornato da pisa mi fermo dalla principessa. la sua panda, superstrada, finestrini aperti e via. abbiam mangiato pane di sabato burro limone e salmone della coop a sconto. c'era il sole fuori, e il riverbero del giardino illuminava tutto di caldo buono. poi lei ha rigovernato quei due ciottoli nel lavandino del bagno (non abbiamo ancora la cucina) e io ho cambiato l'ampli allo stereo. adesso ha un pre e due ampli mono da centocinquanta watt ciascuno. l'ho acceso, ho messo su il mio cd "test reference". dantedieci suona come nessun altro posto. la principessa mi ha guardato e ha detto quel che aspettavo: "ora suona pulito". avanti LaPo. avanti, ce la fai.
martedì, 26 aprile 2005
secondi. momenti. attimi. roba da niente. la differenza tra star bene e male. tipo adesso, un pezzo di cielo pulito dalla finestra. una musica presa random da un hard disk. un pensiero buono che esce da non sai dove. oppure un usignolo ieri notte, mentre ti fumavi l'ultima in giardino. oppure come domenica mattina, gli occhi della principessa mentre sua madre saliva le scale di dantedieci. datemi un secondo così. tutti i giorni. e io vado avanti.
se così deve essere, che sia.
io il blog non lo capisco. lo adopero, ma non lo capisco. se è per questo manco il computer capisco, eppure lo "mando", come un motorino. già, anche il motorino... ci son parecchie cose che non capisco. ma torniamo al blog. c'è gente che ci pensa, ci ripensa, corregge, ritocca, impagina, rivede. e poi a volte non posta neppure. io no. penso, scrivo, posto. "all inclusive". nel senso che non correggo un piffero. punteggiatura, sintassi, refusi, bestemmie, sbagli, incongruenze, frasi sconnesse, pensieri inconcludenti. tutto mio. senza filtro, come le nazionali di una volta. pensare, scrivere, postare. forse dovrei far diversamente. ma ormai son partito così. un esercizio strano, fatto di cervello (poco) memoria (meno) e pensieri (tanti). mi serve perché poi rileggo, e a volte mi (ri)conosco, a volte no. ma così so che quella roba lì è comunque mia. e se no l'avessi fermata in questo posto l'avrei persa per sempre, in quello scatolone polveroso che è la mia testa. però dopo averle rilette 'ste robe le dimentico di nuovo. allora a che serve il blog? sinceramente non lo so. ma lo "mando" lo stesso.
venerdì, 22 aprile 2005
"se odi una persona odi qualcosa in lei che è parte di te. ciò che non è parte di noi stessi non ci disturba." (hermann hesse)
ho un minuto. vado per blog. su giadim.blog.supereva.it leggo un post. sulla gestione del tempo. mi fa pensare. che anch'io non so gestire il tempo. spesso lo sento un nemico. poi però ci ripenso. che più tu gestisci il tempo, e più lui gestisce te. che vuol dire gestire? modificare? no, il tempo non lo cambi, lui va avanti a prescindere. fartelo amico? il tempo non è amico o nemico di nessuno, lui fa la sua corsa e basta. utilizzarlo al meglio? no, a me viene da dire che se lo ignori, allora il tempo non è un problema. se ripenso ai momenti migliori che mi capitano, son quelli in cui mi scordo del tempo che passa. allora che lui faccia la sua strada, io la mia.
giovedì, 21 aprile 2005
infatti. oggi è passato il controllore.
far le cose. sembra facile. se ne fanno a migliaia. e altre che dovremmo fare. ma poi manca il tempo, oppure te ne scordi. ci dovrebbe essere un criterio. non so, roba tipo "è indispensabile?" oppure "è importante?". così sapresti se devi farla oppure no. e forse le giornate avrebbero più tempo. arriveresti a sera e sapresti di averlo passato giusto quel giorno che finisce. ti diresti: "bene, questo andava fatto, son contento". invece no, abitudini, doveri, obblighi. la vita va come un tram in corsa e tu ti senti come sempre. un passeggero col biglietto scaduto.
idee, storie, pensieri strani, concetti. ho un cervello tipo soffitta. roba che appare e scompare nel giro di pochi secondi. non fai in tempo a dirti "questo devo ricordarlo" che la frase successiva è: "cosa?"
dantedieci continua a prender forma. ieri sera tappeti. quello in soggiorno ha restituito all'ambiente il senso di casa. anche la musica è migliorata, si è ripulita dalle armoniche sporche che genera il pavimento di marmo. nel tinello aspettiamo, lo metteremo dopo la cucina, manca ancora tempo. sabato mattina siepi e giardino. mi aiuterà il mio ex vicino di casa bensa, finirò il lavoro se non piove. sabato pomeriggio porto via le cose inutili da cantina e garage, che son tante. purtroppo far le cose nei ritagli di tempo le fa andar lente. e manca il tempo per noi. già. lo stiamo facendo per noi. ricordarlo. sempre.
mercoledì, 20 aprile 2005
forse un senso c'è. nel meravigliarsi dico. si, ecco, sai come i bambini? oooooh. quella bocca aperta a volersi ingoiare il mondo. il segreto non è solo il racconto. è come si ascolta. esser bambini. oooooh. saper vedere il buono nella merda. e goderselo, assaporarlo, scoprirlo. oooooh. curiosità, meraviglia, stupore, entusiasmo. scoprire qualcosa e cascarci, scarpe e calzini, appunto. forse son fatto così. infantile. a quasi cinquant'anni uno non è più innocente. se ti va bene sei stupido. ma uno non si fa da solo. e poi bisogna crederci a questo gioco, che sennò non funziona. oooooh.
ieri sera carte. vinto vinto. poi ci mettiamo a vedere un pezzettino di una cassetta. totem, quello con baricco. ci son cascato, scarpe e calzini. ecco cosa intendo io per raccontare. anche il libro. è come il film, un mezzo. e il mezzo filtra. il racconto no. togli i fari al teatro, il proiettore al cinema, togli anche il libro. cosa rimane? uno che racconta. una voce. questo volevo dire. niente di meglio di una voce che racconta una storia. niente artifizi, niente invenzioni sceniche, niente effetti speciali. è tutto dentro te, ti succede tutto lì, nella mente. per questo è più forte di cinema teatro e tivù messi insieme. niente emozioni portate da fuori, viste o ascoltate. tutte "interne", "generate" da te che ascolti una voce che racconta. devo capire. devo pensarci. ho preso la cassetta. la studierò.
martedì, 19 aprile 2005
giornate strane. reticoli di incastri da percorrere, sapendo già che non hai chance. le cose le fai per dire "lo sapevo" quando non funzioneranno. strano senso del dovere, masochista direi. eppure nessuno ti costringe. confessalo. gratifica più un piccolo fallimento cercato di una grande vittoria inaspettata.
lunedì, 18 aprile 2005
come spiegarlo? non puoi. sarebbe inutile. la fretta, gli impegni, il tempo che manca, le decisioni improvvise. tutte scuse. la peggiore è "non volevo disturbarti". diglielo allora. che vivi alla giornata. che non fai programmi. che hai paura. diglielo. o meglio, usa una sola parola: "scusami". ancora meglio, taci. lei capirà.
mi sono rotto le palle. della tivù che parla di tivù. dei giornalisti che parlano di giornalismo. dei boggers che parlano di blog. mi sono rotto anche di me che parlo di me. figuriamoci.
venerdì milanese. con un cliente alla mostra del mobile. il mondo è banale. mille stands che si potevano riassumere in venti proposte. manca il coraggio. mancano le idee forse. una ragnatela di io-copio-te-che-copi-lui omologava tutto in un grigiore pastoso che invischiava la speranza. se questo è il vivere oggi, meglio ieri. o forse domani.
ventitremila. tanta gente. chi sa chi sono? che facce avranno? non lo saprò mai. e loro non sapranno di me. salvo quel poco che passa qui dentro. fa parte del gioco. grazie.
giovedì, 14 aprile 2005
son contento che domani non ci sarò. e questo è un fatto.
perché capita a tutti di sentirsi un colonnello aureliano buendìa davanti al plotone d'esecuzione. vedersi distrutte le cose che hai. o peggio, sapere di non averle mai avute. come essersi inventati tutto. che certi dubbi non te li leva manco cristo. anzi, trovi una crista e te ne mette altri. ma poi ci pensi. continuerai a cercartela, quella seconda opportunità in questa vita stupida, su questo pianeta del cazzo. il libro non è ancora finito.
Macondo era ya un pavoroso remolino de polvo y escombros centrifugado por la cólera del huracán bíblico, cuando Aureliano saltó once páginas para no perder el tiempo en hechos demasiado conocidos, y empezó a descifrar el instante que estaba viviendo, descifrándolo a medida que lo vivía, profetizándose a sí mismo en el acto de descifrar la última página de los pergaminos, como si se estuviera viendo en un espejo hablado Entonces dio otro salto para anticiparse a las predicciones y averiguar la fecha y las circunstancias de su muerte. Sin embargo, antes de llegar al verso final ya había comprendido que no saldría jamás de ese cuarto, pues estaba previsto que la ciudad de los espejos (o los espejismos) sería arrasada por el viento y desterrada de la memoria de los hombres en el instante en que Aureliano Babilonia acabara de descifrar los pergaminos, y que todo lo escrito en ellos era irrepetible desde siempre y para siempre porque las estirpes condenadas a cien años de soledad no tenían una segunda oportunidad sobre la tierra. Gabriel Garcia Marquez - Cien anos de soledad (il finale)
mercoledì, 13 aprile 2005
a volte vorrei che questo fosse un posto dove parlo da solo. altre volte no. è giusto che ne paghi le conseguenze. anche se forse era meglio se tenevo un diario segreto. l'avrei perso e amen.
sto lavorando. e mi ascolto "mother" di john lennon. è bella. la ascoltavo da ragazzo. comprai il quarantacinque giri, lo portai a casa e andai in camerina a sentirlo allo stereo. mia madre al terzo ascolto salì da me. "fammelo risentire dall'inizio per favore". si mise a sedere sul mio letto. la ascoltammo insieme. "bella" disse, mi baciò e poi scese a rifare le sue cose. continuai ad ascoltare quella canzone per tutto il pomeriggio, come facevo quando qualcosa mi piaceva davvero. ho saputo poi la storia di lennon, di suo padre e sua madre. ho detto alla socia che per me "mother" è la più bella canzone di john lennon. lei naturalmente non concorda. a quel tempo forse ascoltava le ninnenanne. ricordi. tienteli per te. Mother, you had me but I never had you,
I wanted you but you didn't want me,
So I got to tell you,
Goodbye, goodbye.
Farther, you left me but I never left you,
I needed you but you didn't need me,
So I got to tell you,
Goodbye, goodbye.
Children, don't do what I have done,
I couldn't walk and I tried to run,
So I got to tell you,
Goodbye, goodbye.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home.
Mama don't go,
Daddy come home...
martedì, 12 aprile 2005
altrove non esiste. o meglio, esiste ma non puoi andarci. che quando ci sei l'altrove è già da un'altra parte. una nostalgia al contrario. una curiosità insoddisfatta. un esotismo portato all'estremo. un eterno orizzonte da contemplare. senza esserci.
pirandello ne sapeva bene. del sentimento del contrario. amare la tua donna e desiderare di tradirla. essere il male e il bene insieme. cercarli entrambi. ma di che son fatto io? fortunatamente dalla sicilia non è venuto solo pirandello. che dal verga ho avuto altro. la malavoglia.
ieri notte chiacchierata a letto con la principessa. mi piace parlare con lei a notte fonda. e vederla addormentare piano mentre il tono della voce si abbassa. non so se ci riesco, ma vorrei toglierle lo stress delle cose che non funzionano, col lavoro, coi genitori, con le sorelle e il fratello. vorrei rassicurarla, farle sapere che va bene così, che è giusto. una cosa è certa. la mia voce la addormenta. una volta mi incazzavo. ora me la godo mentre se ne va. si invecchia.
lunedì, 11 aprile 2005
ieri pranzo tra amici. la nostra ospite è nata in un paesino verso firenze. suo padre contadino in casa dei signori del paese. le hanno regalato un nastro di quando era piccola, filmini fatti con la cinepresa una quarantina d'anni fa. il colore non c'è più, ma è rimasto il sapore. immagini sbiadite di campi e casolari e gente che lavora. di vendemmie, maniche rimboccate, donne con le "pezzole" (il fazzoletto in testa a coprire i capelli) e vecchi che bevon vino come fosse acqua. bello. vero, sporco, duro, ma bello. allora non c'erano gli agriturismi finti e turistici. lavorare, crescer figli e avanti. la tivù era la "veglia" al focolare d'inverno o sull'aia d'estate, a sbollire il caldo dei campi sennò non dormi. io l'ho solo sfiorate certe cose. ma mi piace ricordarmene.
felicità e tristezza a volte innescano le stesse reazioni. piangi in entrambi i casi. e ambedue te le godi da solo. che la compagnia diluisce le cose.
venerdì, 08 aprile 2005
 non so se il caravaggio ha mai visto il funerale di un papa, ma se fosse stato oggi a roma non sarebbe riuscito a far niente di meglio di questa foto. come sempre, l'immagine racconta più di mille parole.
reticoli, ragnatele, vicoli di pensieri. un dedalo mentale nel quale mi perdo. è bello non saper dove sei. tanto la realtà non scappa. è lì fuori che aspetta. le vacanze si pagano care.
ieri sera cena a casa bensa, dai nostri amici. notte toscana, in collina. le civette incominciano a far l'amore. panorama di luci e valli e colli a serie, a carovane, a quinte, come un teatro che ha il mare per boccascena. appena arrivati la principessa mi fa: "è inutile nasconderselo, il paradiso può essere in un posto solo, questo". ha ragione. dantedieci è bellissima, una struttura fantastica in un posto normale. casa bensa è una struttura normale in un posto fantastico. il paradiso, appunto.
giovedì, 07 aprile 2005
è già dura controllar sé stessi, figuriamoci le cose intorno.
che per "essere buoni" non basta "sentirsi buoni". bisogna "fare i buoni". e tu 'sta differenza la conosci bene.
si, l'evento mediatico. gli effetti li stiamo vedendo. milioni di persone. un esodo. caricati da giorni e giorni di tivù. a parte le elezioni abbiamo mangiato pane e papa per una settimana. poi è morto, il pover'uomo. che la morte ci fa tutti poveri. questo dimostra il valore dei soldi. ma sto divagando. il problema è altrove. la tivù, dicevo. notizie, informazione, quelle son parole. la tivù deve vendere. e la morte del papa ce l'hanno venduta bene. e come sempre, quando sei in monopolio e non puoi scegliere, abbiamo comprato. il risultato è questo. l'evento degli eventi. lo tsunami in asia, gli eccidi in africa, l'hiv, ebola, le multinazionali in sudamerica, la fame. non c'è più niente, solo un uomo steso su un catafalco. non mi piace scriver qui di politica, di attualità o di costume, ma sono sinceramente infastidito da questa cosa. soprattutto alla luce del fatto che quando era vivo e urlava "mai più guerra!" non se lo filava nessuno. si, lo ascoltavano, ma poi partivano i bombardieri, e dagli al talebano. gli stessi che hanno bombardato oggi gli rendono omaggio. e noi insieme a loro. e le tivù del mondo spenderanno miliardi per far vedere alla terra quanto siamo buoni tutti. ecco perché non credo in dio. perché se esistesse quel pover'uomo steso sul catafalco venerdì durante il suo funerale resusciterebbe e ci manderebbe a cacare tutti.
mercoledì, 06 aprile 2005
il potere dei media supera il potere dei potenti. roba da pensarci bene.
stasera carte. i miei amici. la single algida dagli occhi di ghiaccio. il calabrese matto ma furbo. la donna in carriera che non si scompone mai. comprerò cibo cinese e verranno a dantedieci. i nostri primi ospiti. spero stiano bene. che un posto lo scegli anche per questa gente qui.
martedì, 05 aprile 2005
hai una donna splendida. ci stai bene. hai tanti amici in gamba. ci stai bene. hai una casa che ti piace. ci stai bene. che ti manca? pensaci.
c'è un motivo che mi fa amare le finestre aperte dal caldo. sentire la gente. a volte rompono i coglioni, tipo quelli col clacson. altre son piacevoli. qui davanti sta un nonno con una voce da film western. la voce da nonno, acuta, entrante, sempre incazzata. ce l'ha col nipote credo. tira delle madonne inusitate, e con la socia si ride. un minuto fa ho sentito un rumor di voci concitate giù in strada. mi affaccio discreto e vedo due ragazzi giovanissimi che litigano. lei piangente e disperata e lui a difendersi da una quasi certa scenata di gelosia. la strattona, la tira a sé. la tiene stretta mentre camminano, lei a testa bassa strascicando i piedi. lui le carezza la testa dai capelli neri e lunghi. sedicenni. teneri. mi son ritirato dentro, quasi vergognandomi di aver rubato cose loro. ma mi son piaciuti quei cinque secondi da portinaia alla finestra. d'inverno si perdono certe cose.
a volte ti senti vecchio. guardi tuo nipote. dodici anni. cazzo, li hai avuti anche tu. e poi ripensi alle cose vecchie. le fidanzate, che adesso hanno i figli al militare. oppure ai fine settimana al mare, a pescare, quando il tempo per stare insieme non finiva mai. ecco, la differenza è tutta lì. una volta il tempo ne avevi sempre a sufficienza. adesso il tempo vola, corre come un matto. ecco, da vecchi il tempo non basta.
sembra che questa sia la stagione dell'amore. me lo auguro.
strani giorni questi. come a scuola prima delle pagelle. ma stavolta mi sento di aver preso buoni voti. non mi illudo. troveranno il capitolo che ho dimenticato.
lunedì, 04 aprile 2005
va bene, facciamo 'sto necrologio. mica per il papa, che morto un papa se ne fa un altro. no, mi va di scrivere di un uomo che aveva poco più di una sessantina d'anni. è morto sabato. di tumore. un ometto ignorante ma poi non tanto, faceva il vetraio al mio paese, uno dei tanti che non aveva studiato. ma gli piaceva lo sport. lo conobbi da ragazzino, alla casa del popolo. aveva il pallino dello sport. mica come tifoso, come uno che gli piace davvero, ma non ci ha il fisico. era grasso, più di me, un bell'ometto corpulento, rotondo e simpatico. non c'era sport al mio paese che non lo vedesse protagonista. come volontario, organizzatore, dirigente. io mi iscrissi a pallavolo. lui seguiva tutto e tutti, sorridente. decine, centinai, migliaia di ragazzini, squadre di calcio, pallavolo, basket, atletica, calcetto. fondò anche un circolo culturale, che intitolò a nazim hikmet, un poeta turco allora sconosciuto. rilevammo noi quel circolo culturale, trasformandolo in una cellula di simpatizzanti di avanguardia operaia. eravamo giovani, ci perdonò. poi l'ho perso di vista. ma da mia cognata, pallavolista professionista e poi istruttrice sapevo che lui continuava, gestiva il nuovo palazzetto dello sport al mio paese. e lo faceva come sempre. buona volontà, sorrisi e tanto amore per tutti 'sti ragazzini esuberanti. l'ho sempre detto, al mio paese ha fatto più bene lui per la gioventù irruenta e perigliosa di sindaco e prete messi insieme. adesso è morto. peccato. che di bambini scavezzacollo da insegnarli che la squadra è più importante del singolo, che per ottener qualcosa bisogna durar fatica, che se vuoi ce la fai ce ne son sempre tanti. e morto un "capino" (così lo chiamavano) non se ne fa un altro.
vorrei avere una bacchetta magica. mi allungherei il cazzo (momentaneamente). poi farei sparire un po' di palazzi brutti dalle città. anzi, farei sparire le città. e la gente? meglio se mi limito al cazzo. anzi no, tengo il mio. chi la vuole una bacchetta magica mai usata?
venerdì, 01 aprile 2005
domani comprerò un taglia erba. di quelli piccoli, che si possono prendere in braccio e portarseli in giro. dantedieci ha tre piccoli giardini collegati tra loro da scale terrazzi e verande. ne vorrei uno a spinta di questi attrezzi, senza neppure il motore elettrico, più leggero e silenzioso. domenica mattina mi taglio barba e capelli (questi con il cutter panasonic, specifico per la bisogna) e poi mi do alla botanica. la taglerò lunga, che il primo taglio deve esser morbido, che il sole non bruci le radici. spero che sia caldo, e spero di sudare a tagliar l'erba. adoro l'odore dell'erba tagliata nel caldo. e spero di potermi mettere poi in poltrona in giardino con la principessa, che brontolerà per il fatto che puzzerò come un caprone, ma guarderà il prato ben rasato, aprirà il suo "librino" e si metterà a leggere tranquilla. e io saprò che siamo a casa.
gente come noi, che non ha certezze. gente piena di dubbi. niente obiettivi. solo sogni. roba leggera, volatile. roba che va e viene. come noi.
la mia donna sta prendendo possesso di dantedieci. le piace la nuova casa. la vedo che si muove. è a suo agio. guarda, fa, decide. mi ha detto che non le fa più paura come all'inizio, quando la chiamava "la willa". bello vederla la mattina, che si fa colazione nella luce radente che entra dalla vetrata del tinello. tra un po' sarà il suo compleanno. troverò un modo di stupirla. o di dimenticarlo.
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