|
lunedì, 28 febbraio 2005
ho un sogno. no, a dir la verità ne ho tanti. ma uno ce l'ho, ricorrente, quasi ossessivo in questi giorni. una libreria. grande, da terra a soffitto, che occupa un'intera parete. quella che ho ha i mobili sotto, non basta più da anni, e i libri mi tocca ficcarli dove posso, in camera e anche in bagno. no, voglio una parete intera. cinque metri per tre, profonda una trentina di centimetri. in legno o metallo, non importa, purché sia semplice. da metterci dentro e riempirla con tutti i nostri libri. o almeno la narrativa. una roba da guardare la sera, quando torni stanco. e sai che lì dentro ci sono un sacco di robe che ti piacciono. vere o inventate, che tanto la differenza non c'è. gente bella, viaggi lontani, storie esotiche che ti han fatto compagnia per tanti anni. chilometri quadrati di carta sottile con messe su milioni di parole. le belle parole che quando escono da quella carta profumata ti portano in posti dove lo sguardo non serve, e neanche le gambe, o il cervello. che certe parole escono dal libro e ti entrano negli occhi per andare direttamente in posti dentro che non sapevi di avere, ma che scopri tuoi più del corpo che conosci e ti porti in giro. ecco, voglio tornare a casa e vedermi quella parete zeppa di parole. e ricordarmi.
sto pensando e scrivo. come sempre. mi faccio domande. le donne son complicate e noi no. ma chi l'ha detto? è un assunto un po' comodo, nel quale ci rifugiamo. se noi eravamo davvero così semplici, perché la maggior parte delle donne negli uomini non ci capisce niente? o peggio, li subisce? oppure il procedimento inverso: come mai un uomo che è così semplice e disarmato riesce sempre a fregare quell'essere evoluto e complesso che è la donna? penso che bisogna ristabilire un concetto analitico. capirsi non è una questione di complessità, ma di volontà, e siccome volere è potere, di potere, o potenza applicata al rapporto. non sto parlando di me, ma di quel che vedo intorno. la mia donna è esattamente come me in quanto a forza, volontà, capacità e pazzia. si, son fortunato. non so lei. ma intorno vedo molte donne deboli. schiacciate dal maschio. o peggio, dall'amore stesso. ingestibili a se stesse. incapaci di agire. ecco, quando le vedo non mi sembrano più esseri complessi e raffinati. mi sembrano macchine farraginose e immobili, improduttive e autodistruttive. c'è differenza tra esser raffinati e esosi. conosco poche donne davvero raffinate, ma molte esose, bizzose, alcune al limite dell'isteria. e mi dispiace. forse noi siamo peggio. ma tant'è.
finito di inscatolare per il trasloco. mercoledì forse avremo le chiavi di dantedieci. tutto si accavalla, si accumula, si blocca come in un imbuto. la pressione aumenta. la reggo bene. noi imbecilli sappiamo come prendere certe cose.
sabato, 26 febbraio 2005
mi sto ascoltando i van der graaf generator. una voce acuta, maschile, intensa, quella di peter hammill. un suono potente, dato da ugh banton alle tastiere e david jackson ai sassofoni. killer, necromancer, lemmings, roba dura, spigolosa, potente, ma armonica, suadente a suo modo. li ascoltavo tanto tempo fa, su vinile, in quei pomeriggi caldi da ragazzi squattrinati, in cui si parlava di politica e dei destini del mondo. a quell'età il mondo te lo senti nelle mani, come se tu potessi cambiarlo. e la musica ti aiuta a sentirti potente. poi il tempo passa. è bellissimo sentire questa musica, per me poi è quasi struggente. quella potenza è rimasta intatta. nella musica dico.
è che a volte ne senti proprio il bisogno. di litigare dico. lo senti dentro. non interiorizzi un bel niente. tu spari, a bruciapelo, senza pensare. chi c'è c'è. intanto fai fuoco, poi quando si dirada il fumo guardi chi è morto. e mica ti dispiaci poi, no. guardi il cadavere, riponi l'arma con calma e te ne vai. sei un killer perfetto. di sentimenti.
eccomi qui. in ufficio a sentirmi i led zeppelin sul mac. forse è l'ultimo sabato in città. non scapperò più da casa. sabato prossimo vivrò altrove. già, dantedieci. ripenso ai nervosismi, le tensioni, le litigate. mi inventerò altre bizze, se davvero sono stronzo come penso. avrò altri modi sottili di farla soffrire, di quelli che un uomo ha dentro di sé, innati, nel dna. o forse no, riuscirò ad essere un buon compagno di viaggio per lei, di quelli che camminano lenti e vanno, a distanza ma vicini, muti e attenti. per natura non lo sono. irruento, irascibile, bizzoso, celo faticosamente la rabbia con un velo di ironia ilare, di quelle da compagnia della domenica. mi viene in mente che conosco meglio me stesso di lei. dopo venticinque anni insieme. la so, ma non la conosco. saperla è facile. l'abitudine, la convivenza, il guardarla vivermi accanto. conoscere è diverso, bisogna capire da dove vengono i pensieri, dove nascono i sogni della donna che hai vicino. in questo mi sento indietro, parecchio. ma forse è giusto così. star vicino non è conoscere tutto. voler bene è prender quel che c'è e lasciar perdere il resto. che per il resto ci sarà tempo.
venerdì, 25 febbraio 2005
conversazione a letto ieri l'altro notte:
lei:" buonanotte amore mio"
io (baciandola): "buonanotte principessa"
lei:".........."
io: "..........."
lei:"senti."
io: "dimmi."
lei:"ma secondo te noi due siamo ricchi?"
io: "no, non mi sento ricco. perché me lo domandi?"
lei:"abbiamo speso tutto in una casa. una fortuna."
io: "ma questo non vuol dire che siamo ricchi."
lei:" e che vuol dire?"
io: "che siamo scemi."
lei:"ah, grazie"
io: "prego"
lei:".........."
io: "..........."
a volte mi sento più complicato di una femmina.
giovedì, 24 febbraio 2005
all'inizio non sapevo perché mi piaceva la mia casa. la prima volta che sono entrato in dantedieci mi sembrava di esser tornato piccolo, in casa con mio padre mia madre e mio fratello. anni sessanta, pareti di pietra, grandi vetrate su un giardino luminoso e raccolto. sensazioni, interazioni tra pelle e superfici, tra corpo e spazi. sai quando ti muovi e l'ambiente ti asseconda? ecco, mi sentivo a casa. adesso l'ho comprata. è mia. l'abiterò, tra un po' di giorni. intanto cerco di capire. capire perché l'ho cercata, l'ho voluta. perché son così, sbagliato, radicato, fortificato, arroccato. perché ho bisogno di sentirmi rassicurato. e siccome non capisco, parto dall'altra parte. dantedieci è un disegno di leonardo ricci, fatto nel cinquantuno, diventato casa una decina d'anni dopo. bene, quelle pietre nascevano insieme a me. chi era ricci? lavorava con michelucci. poi da solo, e da solo ha fatto architettura organica. non come tutti. era un solitario, come me. uno che la voleva veder diversa. uno difficile. era preside alla facoltà di architettura, poi si dimette e va a parigi. conosce picasso e altri grandi artisti e architetti dell'epoca. poi gli stati uniti, dove insegna e dipinge e continua a progettare. e fa cose diverse, niente di amabile, armonico nel senso classico del termine. non ama l'armonia formale. no, lui vuole quella vera. e fa case troppo strane per l'epoca. mica come gli americani, che fanno ville da milardari. lui le fa tutte su pendii scoscesi, come la mia. ma non spiana, no, lui segue l'orografia della terra. già, non è terreno da sbancare con una ruspa, è "la terra". ecco, il bello di queste case è che amano la terra su cui poggiano. la rispettano. non la violentano. la seguono, la supportano, la esaltano. e partono dalla terra come figli da una madre. vanno lontano guardandola sempre. aggetti, volumi, pareti, scale, sbalzi, tutto contribuisce ad un piacere solido, che nasce da una rivoluzione antica. la casa parte dalla terra e va verso chi la abita. e solo una casa che ama entrambi sarà una casa felice. si, ecco perché mi piaceva stare in casa di mio padre. c'era questa roba qui, anche se ettore sottsass dopo l'avrebbe viste diverse le sue case. leonardo ricci faceva così. pareti di pietra e vetrate, e tetti piatti e tagli di luce nei muri, e setti a chiudere queste strane scatole appena appoggiate in terra. perché chi abitasse la casa abitasse la terra, si sentisse protetto e proiettato, sicuro dentro e padrone fuori. leonardo ricci ha avuto una vita bella e dura, piena di rivoluzioni e revisioni, passi avanti e ritirate, dubbi e certezze, morale ed estetica. forma e sostanza. incomincio a conoscerlo. lo capirò abitando dantedieci. e forse capirò meglio quel che cercavo. e spero di aver trovato.
pisamerda. antico detto labronico (livornese) qui usato in modo impropriamente nostalgico e goffamente sentimentale.
nevica. imbianchino rimandato. trasloco rimandato. tutto slitta su questa neve. merda.
 dantedieci.
non c'è contatto. lo senti. freddezza. disagio. non lo capisci. forse è giusto così. non devi capire, solo prenderne atto. di una distanza che via via si allarga. peccato.
mercoledì, 23 febbraio 2005
se uno in un commento ci mette un racconto come la prendi? intanto leggilo. giusto. lo leggi. niente male. qualche errore di battitura ma niente male. un po' misogino, un colpo di noire, ma più che un colpo una voglia malcelata. ma scorre. già, più che leggere lo bevi. bene, altro materiale piacevole. da leggere e starci bene. avanti un altro.
ventimila. grazie.
martedì, 22 febbraio 2005
mi immagino la vita come il mare. ci son tempi di calma piatta, mesi dove veleggiare è facile. brezze calde che portano dove vuoi. poi ci son tempi difficili, il mare si alza, onde dure, che ti picchiano, ti sbattono. onde a carovane, a treni che non finiscono più. mare formato, nero, con la schiuma sulle cime, di quella che le sferzate di vento te la sbatton sulla faccia, e senti freddo. ecco, il bello della vita è uscire con questo mare. stender bene randa e fiocco, e anche il genoa se ce l'hai. e se scuffi pace.
solo in ufficio. penso. a mio padre, a mia madre. alla mia donna. parenti, amici, gente vicina. e lontana. dolori, sogni, speranze. facce, storie, memorie, lacrime. da oggi ho una scatola dove metterli. da oggi c'è dantedieci.
lunedì, 21 febbraio 2005
che poi sei anche un po' stronzo. fai il bello col blog, come fosse un diario. e ti chiami LaPo, ti nascondi dietro un'invenzione. parli della tua donna, senza nominarla. poi degli amici, o delle amiche. tutti anonimi, i compagni di carte, la socia, il socio. tutto velato, nascosto, ma tutti in piazza, come se ti piacessero queste grandi vetrate trasparenti. confessa, sei esibizionista. farti vedere nudo a volte ti lusinga. salvo tenerti la maschera. sulla faccia, mica sul culo.
si, sono un imbecille sognatore. ma lo prometto, non faccio male a nessuno.
bella la pace. anche se per ottenerla hai dovuto perder la guerra.
bello scrivere, ad avere il tempo. è come essere innamorato, che pensi e ti vengono parole che non sapevi prima. come i sogni da sveglio, e vedi tutto lì davanti, e non c'è fatica ad appoggiarlo sulla tastiera. come esser piccino e giocare con tutti i balocchi del mondo, che tanto se non li hai te li inventi. come sentire la musica senza saperla, che a te ti basta fischiarla. come guardare un bambino che dorme, pensando che lo eri anche tu. o un vecchio, sapendo che sarai quel vecchio. scrivere è bello, si. ci sarà tempo.
sabato la suocera a casa. domenica a far pacchi. oggi lavorare e banche. domani notaio, giovedì le chiavi di dantedieci. e poi imbianchino e trasloco. ho la schiena a pezzi. mica per i pacchi. no, per la suocera. monta il letto ospedaliero, aggiusta tutta la stanza, e poi la barella per le scale. con lei sopra. ho la colonna vertebrale in chicchi. e manco il tempo di scrivere. questo blog ha visto giorni migliori. e io pure. ma sto bene. quei giorni arriveranno. vai avanti LaPo. vai avanti.
venerdì, 18 febbraio 2005
“…ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendo" aristotele in pratica, come disse un mio collega siciliano quando facevo l'operaio: "il lavoro non te lo impara nessuno, il lavoro si rubba". 
giovedì, 17 febbraio 2005
giorni d'attesa e di furia. giorni di eventi e d' emergenze. di durezza e stanchezza. di contrattempi e problemi. occhi aperti e avanti.
mercoledì, 16 febbraio 2005
a volte la vita è come un dito in culo. ti fa male, ma devi fartela piacere. e se ti agiti è peggio.
donne. mi ripeto. ma sono i pensieri che son ripetitivi. ieri in macchina col mio "compare di carte" ascoltavo l'"ave maria", quella sarda. e poi a letto, a sentirla dormire accanto a me, mentre percorro le strade tortuose della mia insonnia fantastica, popolata di lei e di altre. dicevo la canzone. bella, una preghiera rozza e forte, specie nel verso "mama fizza e hisposa de su seniore". madre, figlia e sposa. eccolo lì il segreto. le donne son tutto. noi no. ecco perché noi stiamo bene con loro. e loro no.
martedì, 15 febbraio 2005
 ecco, come si fa a parlare con uno scatto. clic. uno sguardo. c'è una vita dentro. tutta lì, nei ricordi che si affacciano dalle pupille. un passato lontano, pieno di nostalgia, tristezza forse. da guardare con pace però. si, il passato lo guardi come se lo avesse vissuto qualcun altro. un film vecchio, che rivedi mille volte. senza paure. che il passato non torna, nel bene e nel male. lascia tracce. rughe, pelle dura, cotta. cuoio buono per quando fa freddo. perché l'inverno torna sempre. e noi lo sappiamo bene.
bene. considerazione extraterritoriale. in un blog si ragiona da soli. i colloqui vanno a puttana alla prima replica.
stanotte guardavo la mia donna. la mia donna che inscatola con me la nostra roba, e poi assiste la madre all'ospedale, litiga col padre e le sorelle, e lavora, e pensa a tutto e a tutti. la guardavo che dormiva. voglio vederla dormire. saperla con me. ancora a lungo.
lunedì, 14 febbraio 2005
giornate dense. sempre meno pause. sempre meno pensare. fare fare fare. lo reggo bene. gestione dello stress la chiamano. ma che si fottano. io la chiamo montata organica. quando la merda cresce e ti ottunde le nari. ho imparato a respirare coi bulbi dei capelli.
dopo qualche giorno di assenza è tornata la socia. per il momento non sclera. ha anche dei sorrisi. mi piace averla davanti. si, davvero, bello vederla.
oggi a otto come si dice in toscana. tra otto giorni. martedì ventidue contratto per dantedieci. devo radunare tutti i quattrini che abbiamo. sperando che bastino. per la casa, il notaio, l'imbianchino, il trasloco, e poi via, indebitato (forse) e contento.
venerdì, 11 febbraio 2005
 che poi si dice le parole. mica servono le parole. i silenzi, quelli si che servono. come una foto. la guardi e lei parla. in silenzio ma parla. come la foto qui sopra. ha vinto il world press photo award di amsterdam. una specie di oscar. una donna che piange. si vede un braccio, forse il marito. un quarto di milione di morti. lo tzunami. un continente distrutto. tutto. in un clic.
a volte il tempo sembra un nemico. contratti. un trasloco. il lavoro. la suocera che si rompe il bacino. il fratello che fa la tac per una discopatia. e lavorare. e vivere. e sorridere, perché tu sei lo stupido, il disponibile, oppure il forte, o comunque l'ottimista a oltranza. è dura. la neomamma di san benedetto ti scrive ancora. ti dice piccolo grande uomo e altre cose. e tu non sai se essere grande o piccolo. non sai se sei giovane o vecchio. a volte non sai neppure se sei tu o qualcuno inventato da gente lontana e distratta. allora senti la musica, che rende dolci i dubbi amari. gli stessi che hai coltivato per anni, oggi son rami secchi, grandi e pesanti, puntuti da portare sulla spalla. verrà il tempo di coltivarli di nuovo. e faranno foglie grandi e ombrose, buone da sedertici sotto e ripararti dal sole certo degli altri. basta saper aspettare.
aveva ragione mio padre. i vecchi andrebbero ammazzati da piccini.
giovedì, 10 febbraio 2005
cinquecentocinquantanove post. migliaia di commenti. imparare una cosa nuova. vincere i dubbi, fino a scordarseli. partire, sapendo che non arrivi. sognare, sapendo che devi vivere. parlare, sapendo che ti ascoltano. ascoltare, sapendo che è bello. ascoltarsi anche, perché ti serve. tutto in un anno. che mi è piaciuto. soprattutto grazie a voi.
mercoledì, 09 febbraio 2005
 ho sonno. ieri sera carte. uomini contro donne. vinto vinto perso. e poi chiacchiere. si parlava del far qualcosa tra amici. un gruppo di almeno trenta persone. belle teste, gente in gamba. loro ballano, io no. ho detto che secondo me dantedieci doveva essere una svolta. che vivendo lì volevo far qualcosa di bello. che bisognava far del bene, perché siamo fortunati, e tanti, e capaci. gli altri annuivano. poi la padrona di casa ha parlato. della voglia che aveva, e che vedeva in tutti noi. e negli altri amici. e quasi si piangeva. non so spiegarlo, come sempre. fino alle due e mezzo a metter giù idee, e progetti, e sogni. ci siamo lasciati che ci si doveva pensare, ma la voglia di provarsi, di mettersi in discussione, la non paura di fallire scorreva tra noi. adoro la mia gente. al ritorno la mia amica taceva. l'ho lasciata sotto casa che le brillavano gli occhi. strano, di solito è fredda come una pietra. la mia donna dormiva. non avevo sonno. "le mie puttane tristi" di marquez. l'ho finito che non era ancora giorno. grabriel ha trovato una nuova vena. forse ha esaurito anche quella. ma ne ha ricavato un gioiello.
martedì, 08 febbraio 2005
 blogs. strani posti. tutti sbagliati, o quasi. ma alcuni son grandi, e solidi, come menhir ben piantati nella sabbia del web. e le parole son metalli aguzzi che spuntan dalla pietra come lame. ci passi la mano, sanguini. quelle sillabe ti incidono la pelle. caldo che scorre. poi chiudi. ti guardi. sei lo stesso di prima. ma dentro qualcosa brucia.
 mi ha scritto la mia amica di san benedetto. la neomamma. ci aveva mandato delle foto via email della mimma, di lei, del suo uomo. le avevo scritto di getto, dicendo quel che pensavo, commentando quelli scatti familiari e nuovi, quelle facce che solo un padre e una madre apprendisti possono avere. mi ringrazia, e si meraviglia. che non parlo di zodiaco, o di igiene, o di somiglianze. mi dice poeta, e psicologo, e un sacco di altri complimenti che mi mandano in confusione. devo stare attento quando scrivo a gente che conosco. potrebbero confondermi con qualcun altro.
lunedì, 07 febbraio 2005
una musica. nithin sawhney, breathing lights. mi sa che è new age. ma è bella. tra un po' vado a casa. ho fame. niente di meglio, dopo un lunedì meschino. e prima di una settimana nefasta. no, non sarà tutta così. ma intanto ascolta 'sta roba. scaldati, che non si sa mai quando finisce di piovere.
 succede mentre inscatolo la roba da portar via. stiamo usando anche le cassette per le olive. son rigide e impilabili, quindi perfette per un trasloco. già, mentre accatasto diciassette cassette di libri, undici cassette di diapositive, piatti, stoviglie, vasi, quadri, dischi, cd. mentre sigillo una vita, anzi, due, c'è qualcuno che con un pc, tra sabato e domenica mi viene a trovare e diventa il diciannovemillesimo (come cazzo si dice?) visitatore. perché LaCaSaDiLaPo non trasloca. quella rimane qui. e dentro di me. grazie.
sabato, 05 febbraio 2005
i ricordi. quelli son roba buona. la nostalgia anche, ma bisogna stare attenti. ci son due tipi di nostalgia. una è il bene che vuoi ai tuoi ricordi. non posso non voler bene al ricordo di mio padre a quattro anni di distanza dalla sua morte, e a quello di mia madre che se l'è portata via la leucemia fulminante in un afoso pomeriggio di vent'anni fa. no, quella è roba buona. ma la metto insieme alle cose che penso oggi, e che farò domani. o che forse non farò mai, ma io le penso lo stesso. ecco, il brutto della nostalgia è quando diventa l'ieri che ti riempie l'oggi, perché non sai che fartene del domani.
venerdì, 04 febbraio 2005
venerdì sera, come sempre da solo. l'ufficio è penombra. solo scrivanie illuminate dalle lampadine a braccio. ivano fossati mi canta pioggia di marzo. niente di più adatto. me lo sto fischiando, gli faccio i controcanti, e ci fraseggio intorno a questa musica. è un pezzo dal vivo, il suo testo che è quasi meglio dell'originale, strumenti felici che si divertono a gocciolare note negli orecchi. ed io qui, a fantasticare su tutto. a pensare ad una primavera nuova che arriverà. la vedrò da una casa bella, con vetrate grandissime che si affacciano su un giardino erboso con grandi pini. tra un mese sarà primavera, e io sarò come un bambino. col naso appiccicato ai vetri. a godermi l'acqua di marzo.
E mah è forse è quando tu voli
rimbalzo dell'eco è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
margherita di campo è la riva lontana
è la riva lontana è, ahi! è la fata Morgana
è folata di vento onda dell'altalena
un mistero profondo una piccola pena
tramontana dai monti domenica sera
è il contro è il pro è voglia di primavera
è la pioggia che scende è vigilia di fiera
è l'acqua di marzo
che c'era o non c'era
è si è no è il mondo com'era
è Madamadorè burrasca passeggera
è una rondine al nord la cicogna e la gru,
un torrente una fonte una briciola in più
è il fondo del pozzo è la nave che parte
un viso col broncio perché stava in disparte
è spero è credo è una conta è un racconto
una goccia che stilla un incanto un incontro
è l'ombra di un gesto, è qualcosa che brilla
il mattino che è qui la sveglia che trilla
è la legna sul fuoco, il pane, la biada,
la caraffa di vino il viavai della strada
è un progetto di casa è lo scialle di lana,
un incanto cantato è un'andana è un'altana
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell'eco
è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
 un delfino ha il controllo del cuore. se attaccato da uno squalo può decidere di arrestarlo. e morire. bello no? uccidersi. col pensiero.
giovedì, 03 febbraio 2005
se mi guardo indietro vedo una vita quasi inutile. un sacco di tempo votato al nulla. un vuoto inconcludente. ma mi piace.
leggo un blog di foto (belle) e mi vengono in mente i numeri. dieciquindici. tredicidiciotto. diciottoventiquattro. e su, fino al cinquantasettanta. la carta fotografica. ne ho ancora, diversi pacchi ilford, vari formati, varie gradazioni. ho ingranditori, obiettivi da stampa, bacinelle, sviluppatori per negativi. ci saranno anche gli acidi in quelli scatoloni in soffitta. scaduti, neri come inchiostro, rifiuti speciali. già, faccio ancora foto. ma solo dia, da anni. comodo, poco impegnativo, facile. con scarsi risultati. da giovane fotografavo e stampavo in bianconero. con risultati peggiori. ma è come scrivere, se ti piace lo fai, il risultato pace, mica ci devi mangiare con le passioni. le passioni son come... insomma, io nelle passioni ci casco, scarpe e calzini. e mi vengono in mente nottate passate a far prove, e imposta il timer, e metti le mani sotto la luce a mascherare, e prega che venga perché la carta costa tanti soldi e tu non ne hai. poi accendi la luce, e guardi nel secchio di lavaggio. belle, lucide, riflettono nell'acqua che corre immagini che hai voluto, cercato, trovato, fissato, fermato, sviluppato, asciugato, ingrandito, impaginato, stampato, lavato, rivisto. già, eccole lì, nell'acqua che lava. poi le attacchi al filo, come mutande. ecco, lì c'è il tuo cercare goffo, che non sai cosa sia ma più guardi e più sai che non c'è. guardi l'ora. hai passato una notte in camera oscura. senza risultati eccellenti. solo passabili. ma sai che il bello è cercare, mica trovare. già, trovare non è importante, mai. cercare, quello si.
mercoledì, 02 febbraio 2005
la libertà, ci penso. libertà è scegliere. e dove scelgo io? la luce la compri dall'enel e poi? nessun'altro ti vende corrente. l'acqua la puoi scegliere? e il gas? no, solo un fornitore. nessun concorrente. il telefono poi. puoi scegliere soltanto di avere due bollette, visto che telecom è l'unica che ti allaccia in casa. poi accendi la tivù. mille canali, tutto uguale. anche lì niente scelta. vabbe', spegnamo la tivù. apri il frigo e ci trovi solo le cose della coop. vai in negozio e ha le stesse marche della coop. torni alla coop. poi al frigo. e ci piangi davanti. un uomo che piange davanti ad un frigo mezzo vuoto non è un gran baluardo di libertà. è solo un nuovo schiavo del mondo di oggi. allora chiudo il frigo. e apro un libro. almeno lì ho scelta. già. un uomo con un libro è ancora un uomo libero. di scegliere.
l'ottavo nipotino. quello nordiho. ha perso la strada di casa. peccato. spero ne arrivino altri.
martedì, 01 febbraio 2005
oggi è il compleanno della socia. son trentacinque anni. pochi, vedendoli dagli occhi miei, che ne han visti già quarantotto. molti, vedendoli da dentro un corpo di donna che ha fatto un sacco di cose, tipo crescere nei sogni, cercando sempre di metterli in pratica. diverse cose le son riuscite bene, altre no. come a tutti insomma. perché si riparte sempre dopo un compleanno. è la scusa per dare una botta alle robe grigie, farsi coraggio, lanciarsi sui desideri con forza rinnovata. e quella tipa lì ne ha di voglie, quasi quanto me, anche se è partita tredici anni dopo. no, non mi batte. ne deve mangiar di torte per arrivare ai miei desideri. potrei regalargliene qualcuno dei miei forse. che so, i doppioni, come con le figurine da ragazzi. no, i desideri meglio che ognuno tenga i suoi. e auguri.
|
|