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sabato, 30 ottobre 2004
mi son svegliato stamani con un'idea fissa, il blog è diseducativo. ma ho dovuto abbandonarla. una mattinata in giro con l'avvocato fiorentino per far volture di acqua, energia elettrica e telefono del mulino. niente, bisogna far tutto al telefono, numeri verdi, digitare questo, dischi registrati e attese infinite. e adesso in ufficio, a farle 'ste telefonate. e ci ripenso a quell'idea che mi ha svegliato stamane. il blog è diseducativo. si, uno nel blog diventa maleducato. ad usarlo come faccio io, dico. mi spiego. se uno scrive, rilegge, corregge, ritocca, allora va bene. arriva ad una forma virtuosa, elaborata ma sua. io no, penso scrivo e posto. non rileggo, lascio gli errori, la punteggiatura è casuale. insomma, mi sto disabituando al parlar forbito. sto praticando sempre le stesse zone del vocabolario. già, il pensare scritto è povero, scarno, troppo essenziale per educare chi scrive o chi legge a percorrere le sfumature infinite del mezzo. e disimpari. non so come porre rimedio a quest'increscioso fatto. ci penserò su.
venerdì, 29 ottobre 2004
ci son momenti in cui avresti voglia di dire un sacco di cose, ma è meglio star zitti. questo è uno di quei momenti.
giovedì, 28 ottobre 2004
oggi la socia mi parlava delle sue bambine, delle amiche e del gioco nefasto "a chi vuoi più bene, a mamma o a papà?". non lo conosco, o forse non lo ricordo. a pranzo mi telefona mio fratello. è a pescare in francia, beato lui. mi dice che le scritte sulla tomba di nostro padre son state modificate come volevo, se posso di controllare. dopo pranzo parto, torno al mio paese. vado su, al cimitero. strano, macchine parcheggiate. ricordo che tra un po' è il giorno dei morti. son tutti a pulire. mi faccio un giro, come sempre. a guardar cognomi, che in un paese son sempre gli stessi. vedo un mio amico, è morto in moto. accanto suo padre, gli è sopravvissuto una decina d'anni. poi gli zii, molti ormai. i nonni. uno l'ho conosciuto lì, morì prima che nascessi. un po' come quando torni in paese una domenica o per la festa. tanta gente che riconosci, ti saluta, la saluti. lì no, è un ritorno al paese di un tempo, negli anni settanta. vedi le foto, i nomi di gente che vedevi da ragazzo in fabbrica o al cine. effetto strano, un paese di trent'anni fà racchiuso in un fazzoletto di terra. poi mia madre. la tomba l'ha fatta mio padre. i fregi della robbia, ma bianchi. puri. sono arrivato a quella di mio padre. l'ho voluta io così. una lastra di marmo nero. spessa e pura. un nome un cognome e un mestiere. basta. tanto lo ricordano così. niente simboli, niente foto, niente busti, niente mausolei. orizzontale. come sta lui adesso. pochi centimetri di spessore a proteggere un ceramista che si riposa. sopra ci ho trovato due fiorellini di campo. erano fermati da una pietruzza. si, un sasso, di quelli dei campi. un niente su quella vastità di marmo nero e lucido. ma mi è piaciuto. era l'ikebana, che lui amava. ma era anche un sasso di preghiera, di quelli che mettono i tibetani nei luoghi sacri. oppure una pietra dei cimiteri ebraici. sono stato lì, a guardarmi 'sta cosa per alcuni minuti. mi è piaciuta. iniziava a piovere, son venuto via. in auto ci ripensavo a quella domanda dell'amichetta della figlia della socia. a chi vuoi più bene? ai ricordi.
devi trovarlo. un equilibrio. un modo di coinvolgerti e coinvolgerla. un processo che accorci la distanza tra sogni e vita vera. che ti permetta di spingere le cose nella direzione che vuoi. che dia un senso ai tuoi errori.
 che forse le stagioni le hanno inventate per non annoiarci. l'idea era buona, il risultato meno.
mercoledì, 27 ottobre 2004
spesso le bandiere son simboli di guerra. quelle delle nazioni prima o poi si macchiano di sangue. ma non tutte le bandiere sono uguali. alcune non guardano in faccia la lingua, il colore o i quattrini. buoni simboli per idee buone. ecco perché in casa ho delle bandiere.
in ufficio da solo. oggi tutti in ritardo. fuori piove. penombra del mattino, schiarita dalle lampade sulle scrivanie. come sempre la musica ti colora. thomas newman ti da pace. il tema di meet joe è come un campo la mattina. l'erba bagnata e i banchi di nebbiolina che stanno sospesi a mezz'aria mentre il sole alzandosi sparge il colore. arriva la socia. la nebbia si dirada. e anche il resto.
martedì, 26 ottobre 2004
aria strana in casa in questi giorni. io sto in disparte, silenzioso, faccio le cose ma con distacco, quasi in solitudine. la principessa mi sta a debita distanza, quasi come avessi il raffreddore, o meglio, la lebbra. so quel che le passa in testa, e lei sa cosa ho nella mia. mi dispiace farle sopportare le mie paturnie. ma non son capace di recitare con lei. ecco, io son io. forse se lei facesse altrettanto con me saremmo separati da tempo. ma forse no. lei con me è davvero lei. come me. direi che al momento siamo ambedue così. rassegnatamente innamorati.
lunedì, 25 ottobre 2004
in ufficio da solo coi st. germain. ripenso all'argentario. due cose mi rimangono in testa. la città di cosa, la tagliata degli etruschi e l'anguilla sfumata. ah, già, son tre, va bene lo stesso. la tagliata degli etruschi è un canale che porta l'acqua dello stagno di burano al mare. e lo fa in modo strano. attraversa rocce altissime, tagliate come con una lama. e queste gole vertiginose son strane e suggestive e paurose a farsi a piedi con il buio e ogni tanto il chiarore che ti piove dall'alto dove alzi lo sguardo e vedi il bosco cinquanta metri più in su. perchè l'hanno fatta? forse il dio etrusco si incazzava se non la facevano. cosa è una città romanica del trecento avanti cristo. ma è fortificata come nessuna. mura ciclopiche a proteggere due colline dense di templi, fori, abitazioni e teatri. il tutto che annega in una oliveta secolare. una meraviglia di posto da dove si domina dall'alto il mare davanti ad ansedonia. l'ultima cosa è l'anguilla sfumata. ad orbetello c'è la laguna e dove si pesca ci son dei pescatori. a orbetello si son riuniti in cooperativa, hanno preso in gestione le vecchie stalle dove i carabinieri a cavallo tenevano i cavalli e le hanno trasformate in casa del popolo e ristorante. e lì si mangia, e si mangia bene. la bottarga che ci fanno anche il caffè. e poi le spigole, molto buone. e le anguille, fatte a pezzi, essiccate, affumicate e fritte. l'anguilla sfumata ha un sapore intenso, fortissimo. antico. non lo so spiegare. un piatto rustico, grezzo, quasi rozzo. ma è come se in bocca ti tornassero gli etruschi che tagliavano le montagne per farci scorrere l'acqua dentro altrimenti dio si incazzava, o i romani che tiravano su mura gigantesche per controllare le loro miniere. e mentre senti la forza che si sprigiona nel palato capisci che in un posto non ci entri mai. nei posti ci vai, li guardi e non li capisci. quando ti va bene ti succede come ieri in quella strana costruzione sull'acqua che a orbetello chiamano casa del popolo. ecco, un posto o lo vivi oppure lo assapori.
già, il bello. ho letto un commento qui dentro. sull'esser belli se si hanno belle emozioni. mi ricorda un po' l'acqua rocchetta. belli fuori e belli dentro. io non son bello, ne fuori ne dentro. ora poi, mi girano i coglioni. e ci penso su. non son nato per esser bello. non ho un cervello per ingraziarmi nessuno. non ho un cuore per far favori. in questo momento ho solo due grandi, enormi, giganteschi coglioni che girano vorticosamente. due giorni all'argentario a vedere il mondo e poi ritrovarsi in città nel puzzo di gente. e nessuna speranza di uscirne. no, non son bello un cazzo e non ho neppure voglia di esserlo. uno è bello dentro se vede il bello fuori. c'è chi il bello lo vede anche in città. io no. e quindi ora come ora faccio schifo. meglio. così la gente mi starà lontana. meglio per me, e anche per loro.
anche la colonica da restaurare è andata. mavaffanculo.
venerdì, 22 ottobre 2004
donne. stai pensando alle altre. si, le altre, quelle che ti stanno intorno, al lavoro, le amiche. alcune son veramente belle. dentro e fuori. e a te la bellezza piace. ti attrae, come poche cose. ti piacciono i posti belli, le cose belle, la bella musica. le case belle, e le belle donne. un esteta contemplativo. come se la bellezza non ti riguardasse. infatti, guardati. giri trascurato, un animale. ma guardi, guardi il bello. e il bello delle donne ti colpisce. già, quando lo trovi ti avvicini, ma mica tanto. già, sei contemplativo. forse sai che la bellezza non ti appartiene. anche quella é altrove.
solo in uffico, senza donne. donne. stai pensando alla tua. e mica solo a lei. già, sarebbe facile. ma partiamo da lei. dopo il mancato acquisto della casa dell'architetto ti manda una mail. dice che non vuol vederti mogio, sul divano, triste negli occhi e che se vuoi dai, possiamo farci qualche debituccio e comprarla quella casa, che lei ti sarà vicina e un sacco di altre cose che ti hanno fatto piangere. si, piangere, dillo, non vergognarti. e poi l'altra notte che hai dormito presto ti svegli e lei è lì a letto che guarda alla tivù una trasmissione di mamme che fanno bambini e la senti piangere. tu fai finta di dormire. sei stronzo. ecco, le donne. e gli sbagli. chi vorrebbe bambini non ne ha e chi ha bambini forse non ne vorrebbe. le donne fanno scelte irreversibili, per questo son distanti da te. e se ci pensi fanno bene.
giovedì, 21 ottobre 2004
 ci sono un sacco di posti dove non sono stato. ce ne saranno molti dove non andrò mai. ma un paio di giratine vorrei farmele.
mercoledì, 20 ottobre 2004
 va bene, la vita è bella ma a volte è un po' complicata. come diceva il mio operatore, spiacente, troppi cazzi, ho un culo solo.
mi dimenticavo un pezzo di televisione che mi è piaciuto molto. roberto benigni che descrive, racconta, legge, recita, vive l'ultimo canto del paradiso di dante alighieri. ero solo in casa, la donna a lavorare. non mi vergogno, ho pianto davanti ad un sony trentadue pollici ultrawide.
la casa dell'architetto è andata. troppo distanti offerta e richiesta. da una parte son sollevato. ci saremmo svenati. niente debiti, ma sicuramente avremmo dovuto tirare la cinghia. anche se non mi fa paura. senza soldi ma nel tuo posto è comunque bello. peccato. si riparte verso casa bensa (quasi impossibile) e la colonica da rimettere (probabile). l'imprenditore mi ha garantito consegna in dieci mesi, e il costo è inferiore di circa centomila euro. che non sono bruscolini.
martedì, 19 ottobre 2004
 io la televisione la guardo. la guardo quando torno a casa, verso le otto e mezza, e mi vedo ferrara su la sette. lui è immondo, e da quando lerner è andato a fare altre cose, si circonda di compagnie mediocri. ma gli ospiti sono davvero in gamba, e gli argomenti molto interessanti. e il mio sony emette cose intelligenti mentre mangio. poi mi ricordo vayont di paolini, tre ore di pura fascinazione. quello è stato bello, e mi son comprato il dvd di quella cosa. mi ricordo anche le trasmissioni di quello scrittore famoso, come si chiama? quello che ha scritto seta e castelli di rabbia. vabbe', lui. era fantastico a raccontare. magnetico. poi l'altra sera mi accendo raitre. c'è lucarelli. racconta di mafia. storie. storie vere, truci. pazzesche. eppure è la nostra storia. ci dimentichiamo troppo facilmente la storia. è bello che ogni tanto qualcuno te la dice. ma non volevo mica dir questo. ecco, volevo dire che non esiste un mezzo (o media) stupido o uno intelligente. dipende da quello che ci metti. ci son blog belli e brutti, e così è la tivù. e poi volevo dire un'altra cosa. che il bello di tutto questo è che non conta mica se sei a teatro, al cine oppure in casa che guardi la tivù o ascolti la radio. potresti leggere un libro, è tutto uguale. il bello di tutto questo è che uno racconta, e ha voglia di farlo. e tu ascolti, con la voglia di ascoltarlo. la cosa più vecchia del mondo rende bella anche internet e tutte le diavolerie che inventeranno. raccontare.
abbiamo superato i tredicimila. dico abbiamo perché stavolta io ci ho messo parecchio del mio. ho rinnovato LaCaSaDiLaPo. e questo grazie ad una persona, paziente, gentile, caritatevole persona che mi ha istruito, guidato, seguito, confortato in questo calvario dell'html. solo per vedere quello che stavo facendo avremo aggiornato almeno cinquanta volte. ma ora son contento. ringrazio tutti per la benevolenza. e quella persona per la pazienza infinita che ha profuso con questo mentecatto.
lunedì, 18 ottobre 2004
vabbe', son vecchio. ma mi piacerebbe ancora leggere. leggere su un monitor è già faticoso. mica come sui libri, che li tieni in mano, e li avvicini oppure li allontani. no, un monitor è una roba fissa, appoggiata alla scrivania, nel migliore dei casi è attaccato al portatile, puoi smuoverlo, che so, inclinarlo. insomma, vado per blog. la gente scrive, bene dico io, così io leggo. ma scrive per farsi leggere o cosa? insomma, adesso son di moda gli sfondi. si, quelle robe colorate che il testo è un accessorio che scorre sopra. per me quasi invisibile. e non è questione di occhiali, no. li ho messi, con quelli vedo le molecole, ma 'sti blog grafici gotici criptici mimetici non li leggo. scorro col mouse, vedo roba che si muove, sarà testo dico io. l'unico modo che ho per leggerlo è evidenziarlo col mouse. diventa negativo, allora lo vedo. ma poi non lo capisco. e ci credo io. ho due coglioni soli. quando me li son polverizzati per scoprire dove è lo scritto, non ho più niente da spendere per capire cosa voleva dire. morale della favola: se hai qualcosa da dire e sei in sudafrica non dirlo in gaelico. lo swahili lo hanno inventato apposta.
ho fatto ottocento chilometri in due giorni. ho attraversato tre regioni, ho mangiato pesce al molo sud, camminato tra le palme di san benedetto e chiaccherato con gli amici. ma il bello è stato ieri sera. guidare con la musica di notte mentre gli altri dormivano. mi son messo "accosta", il cd della socia, e ho attraversato marche, umbria e toscana lasciando uno strascico di pensieri che ci vorrà una settimana di spazzaneve per ripulire le strade. ma forse rimarranno lì. li ritroverò al ritorno. no, quando torno mi piacerebbe averne altri da seminare. che so, tipo che bella casa che ho comprato, adesso devo portarci le nostre cose e incominciare a viverci. anzi, ricominciare.
venerdì, 15 ottobre 2004
 gli americani son pazzi, si sa. però non si può dimenticare che bukowski, andy wharol, mapplethorpe son tutti targati a stelle e strisce. senza andare indietro a trovarsi hemingway dos passos ferlinghetti e compagnia bella. e allora mi viene in mente che ero giovane. e mi piaceva la musica. stavo in camerina ad ascoltarla per ore. un giorno vado al negozio di dischi e cerco. il padrone è sposato con mia cugina, ma ci detestiamo cordialmente. lui è un miliardario sposato alla miliardaria, io il parente stupido e povero. io devo ottimizzare l'aquisto, ho pochi soldi e mille voglie (come sempre). vedo dei sampler sconosciuti, raccolte con un sacco di musicisti dentro. costavano poco e allora non c'era napster per sapere se la roba ti piaceva o no. ne prendo uno, il cugino mi fa lo scontrino e vado a casa. era un sampler della windham hill record. non esisteva la new age, i cd erano stati inventati da poco, e la registrazioni digitali erano ai primordi. insomma, metto il cd nel lettore e ascolto. musica, grande musica. strumenti puri, ridotti all'osso. atmosfere ricercate, esecuzioni perfette, strumentisti che a me sembravano miracolati, william ackermann, mark isham, michael edges, liz story, geoge winston, sconosciuti che mi aprivano un mondo acustico nel quale annegavo felice. comprai altri cd, sampler, album, raccolte e concerti. lessi la storia di questa casa discografica californiana. o forse era leggenda, si racconta che ackerman fosse un giovane neolaureato ingegnere con la passione per la chitarra. il padre gli aprì uno studio in una villetta che possedevano in windham hill road a los angeles. will lavorava forte, una serà uscì tardi dallo studio e fu investito da un'auto. mesi di ospedale, interventi, dolore. quando uscì era cambiato. sgombrò l'ufficio dalle cose del lavoro e ci aprì la windham hill record, radunando intorno a se solo artisti di strada, gente che suonava in giro tra santa monica e il sunset boulevard cercando di sbancare il lunario. ma erano bravi, cazzo. e lui era un produttore nato. virtuosi della chitarra, del piano, strumentisti magici che insieme cercavano di superare i limiti percettivi dello strumento per costruire armonie mai sentite. li amavo, davvero. poi venne la new age e il mercato, e sporcò tutto, la windham hill e anche me. che quando a una roba ci metti su un'etichetta è un po' limitante, gli togli la libertà di uscire dalla confezione. per questo servono i ricordi. a far rivivere un periodo in cui un gruppo di ragazzi americani provò a uscire dalle regole. e ci riuscì.
giovedì, 14 ottobre 2004
 hai voglia a fare il grafico, il raffinato, l'esteta. ci son cose in natura che ti fanno sentire stronzo al solo vederle.
mercoledì, 13 ottobre 2004
mi infilo troppo spesso le dita nel naso. se fossi l'ottavo nano mi chiamerei caccolo.
facile dirlo. è fare che ti riesce male. chiaccheri chiaccheri e poi? poi niente, il tempo passa e sei ancora lì. già, la ami, ci stai insieme e poi? poi pensi, sei altrove, lontano, distratto. come cazzo fa ad accettare una vita di scampoli, rimasugli, frattaglie di te? tu ci staresti a cibarti di avanzi?
mi sto interessando in maniera morbosa ad una casa. già, ci sto pensando. è bella, disegnata nel sessantuno da un bravo architetto. si, era bravo davvero. grandi vetrate interrotte da pareti in pietra. volumi che si lanciano nel vuoto, tra i pini di un giardino piccolo ma raccolto, intimo, quasi protetto. ecco, il fuori di quella casa è quasi un dentro. e il dentro è quasi un fuori, grazie a questo intersecarsi di vetrate e terrazze e stanze sospese nel vuoto. in realtà tra quello che chiedono e quello che offriamo c'è un abisso. c'è una possibilità su un milione che diventi casa mia. ma mi piace giocarla 'sta possibilità. e se perdo sarà un altro sogno da mettere da parte. che di sogni ce n'è comunque bisogno.
martedì, 12 ottobre 2004
due fine settimana positivi. venerdì a san benedetto del tronto. il prossimo all'argentario. adriatico e tirreno. mare mare mare. l'importante è che sia mare. e più incazzato è meglio è. sull'adriatico posso contare meno, non lo conosco. ma dal mio tirreno pretendo una performance all'altezza delle aspettative. frangenti impetuosi, mare scuro, schiuma al largo e vento teso. e se pensa di impaurirmi lo posso anche sfidare. con due urli lo riduco ad una pozzanghera.
lunedì, 11 ottobre 2004
strani momenti questi. come se ognuno ricordasse la propria vita dentro, e il fuori chissenefrega. come se la storia del mondo si cristallizzasse nella tua. siamo gente fatta di carta assorbente ma rivestita di cellophan. alla fine manca lo scambio. e si marcisce.
è finita la bella stagione. da stamane ho i calzini.
venerdì, 08 ottobre 2004
che poi uno che cazzo ne sa della felicità? io ad esempio non ne so quasi niente. mi è parso di vederla passare a volte, ma mica tanto spesso, per uno che ha già passato i quarantasette. e allora ti dici che devi impegnarti di più, e cercare di dare agli altri quel che vorresti da loro. ma poi ci pensi, a quel che vorresti. già, che vorresti? lasciamo perdere, andiamo avanti.
le voglio bene. davvero.
 non vado a teatro. come sempre, la gente accanto, il fatto che non si fuma. però c'è uno che mi piacerebbe parecchio andarlo a sentire. è alessandro bergonzoni. è chiaro, per uno come me che gli piace la parola e il gioco, quando sente un altro che del gioco di parole ne ha fatto uno stile di vita gli vengono i brividi. e poi mi è sempre sembrato una persona per bene, ecco. sai, il classico bolognese intelligente di sinistra che non se la tira perchè è bravo. insomma, ieri era la giornata nazionale contro il coma. e lui ha inaugurato come testimonial la casa dei risvegli a bologna. son dieci casine per metterci dentro una famiglia e un malato che deve svegliarsi. son fatte apposta, con tutti gli aggeggi per assistere il "dormiente". ma son comunque anche fatte per la sua famiglia, che lo assiste mentre lui ancora non si sveglia, e lo segue nei primi tempi quando riapre gli occhi. e poi ho saputo che le dieci casette non hanno i numero come nelle strade. no, bergonzoni le ha volute chiamare con parole che richiamino la vita. quindi le casine si chiamano "guardo", "faccio", "vado" e altri nomi così. alessandro bergonzoni è davvero una persona per bene.
giovedì, 07 ottobre 2004
nel pomeriggio farò una cosa che mi piace fare. che forse non è bello che faccia. ma che farò volentieri. perché a volte piacere e dovere sono antitetici. va bene così.
mercoledì, 06 ottobre 2004
 ricordi. son come i grani di un rosario. ne tiri uno e senti l'altro tra le dita. la mia camerina. ero piccolo e avevamo i letti a castello io e mio fratello. lui era più piccolo. d'età, non certo di dimensioni. a me piaceva leggere, a lui dormire. allora eran botte, e mio padre si incazzava e urlava dal piano terra che sarebbe salito a sistemarci. allora si faceva silenzio. poi un giorno mi portò 'sta lampadina buffa. la misi al capo del letto, la accesi e mi meravigliai di questo giocattolino arancione che sparava la luce proprio verso il letto, e illuminava il libro come non lo avevo mai visto. potevo leggere senza essere picchiato ne dal fratello ne dal padre. fantastico. e il giocattolino, che era fatto da due semisfere concentriche che si chiudevano l'una dentro l'altra, mi permetteva di dosare la luce nella quantità voluta. adoravo chiuderla tutta, e lei diffondeva un chiarore tenue che mi permetteva di leggere quasi al buio (allora avevo occhi buoni). era eclisse di vico magistretti, la disegnò nel '67. io avevo dieci anni, ma da allora la luce in casa è stato un mio feticcio. artemide, flos. fontana arte, targetti (ma anche ikea) mi hanno aiutato a fare in modo che essere a casa volesse dire vedere. non guardare, che è anonimo, superficiale, distratto. no, vedere, che è emozionarsi nel fare le cose che fai. farsi una pasta o leggere un libro, giocare a carte o fare il pranzo di natale, pulirsi il culo o fare l'amore (accostamento forte ma casuale). la luce è come la musica. colora la vita mentre la adoperi.
martedì, 05 ottobre 2004
 a volte la vita è una questione di sincronia. di equilibrio. ti muovi insieme ad altri, e intanto intorno a te succedono cose. io sono il re dei passi falsi. son goffo. mi intreccio, perdo il ritmo, pesto piedi. mi sarebbe piaciuto essere un tangheiro. sono un tanghero.
lunedì, 04 ottobre 2004
dodicimila. non so come dirlo. in casa mia c'è stata una folla. forse dovrei fare una festa, oppure fare un regalo al dodicimillesimo visitatore. come ai grandi magazzini, che se sei il milonesimo ti fanno fare un viaggio sul mar rosso. oppure pronunciare per la dodicesima volta la prima parola che ho pronunciato in vita mia. grazie.
venerdì, 01 ottobre 2004
come quella volta quasi venticinque anni fa che si era tutti al mare e faceva un freddo boia e tirava un vento infame e all'imboccatura del porto le draghe avevano tirato su montagne di ghiaia e tu eri in cima a quelle montagne con mio fratello e gli altri a goderti il panorama di quel mare che rompeva sul tramonto e il vento ti scompiglava i capelli e ti stringevi il cappotto e il cielo era tutto pieno di nubi strane che siccome era pomeriggio tardi quasi sera si tingevano di rosso che sembrava di essere in irlanda e in quel momento fotografai una fotografia che col grandangolo sembrava una copertina dei pink floyd ma c'eravate voi con il fiume e la città di sfondo e tutto era rosso tramonto e azzurro cielo ed io ero già innamorato di te. come adesso.
rafforzando il concetto: questo è il mio letto. è un enorme giocattolo per adulti, disegnato da mario ceroli e fatto di semplicissimo pino rosso grezzo. ma è il posto dove un uomo e una donna che vivono insieme si ritrovano tutte le sere. mica sempre 'sti due saranno dolci teneri e innamorati, si può essere esentati dal farci l'amore ogni volta che ci entri. ma portargli rispetto si. quello è il simbolo dell'unione tra due persone. della sincerità, dell'onestà, della complicità. se ci metti la mano e le dici una bugia la bocca della verità te la mozza con un morso. in questo letto ho detto mille volte alla mia donna che l'amavo, e una volta le ho detto che amavo un'altra. in tutti i casi ero sincero, infatti ancor' oggi scrivo con l'indice di entrambe le mani.
rispondo a bianca sulla grafica che ho messo nel post sotto. ma non rispondo a lei, diciamo che tiro fuori un po' di ricordi. vecchi e nuovi. e li mischio, come sempre, che tanto son rincoglionito e nessuno può farci niente. ero bambino, e mio padre tramite il suo amico architetto diventò amico di un certo professore che mise su una fabbrica di mobili. lui si chiamava professor cammilli, e la sua fabbrica poltronova (www. poltronova.com). 'sto matto riunì i più bei cervelli del design di allora, e produsse mobili con loro. il bello è che non li conosceva nessuno e lavoravano quasi gratis. mario ceroli, ettore sottsass jr, gae aulenti, achille castiglioni, paolo portoghesi, giovanni michelucci, archizoom erano lì, e le cose che nascevano in quel posto cambiavano il modo di vivere della gente sul pianeta. un giorno mio padre tornò da cammilli con un rotolo di manifesti. mostre, foto di sculture e questa grafica qui. era ugo nespolo, uno sconosciuto con delle idee matte. ad essere onesto non so che fine abbia fatto ugo nespolo, e neppure quel poster che avevo in camerina, ma 'sto manifesto è rimasto attaccato sul mio letto per tutta l'adolescenza, e forse mi ha segnato la vita. poi l'anno scorso vado a trovare i miei amici a san benedetto e sul lungomare vedo un monumento fatto esattamente come il poster. lo fotografo, metto la foto nello scanner e ne traggo un vettoriale che uso come desktop sul mac. e adesso l'ho messo nel post qui sotto. tra un paio di settimane sarò a san benedetto del tronto, dai miei amici. andremo a mangiare il pesce al molo sud, e poi faremo una passeggiata. e troverò quel segno bellissimo stagliato sul mare. un segno di libertà, di voglia di vivere, di pensiero diverso che da una fabbrica di mobili insegnava alla gente che tra piacere e dovere non c'era differenza, che si poteva cambiare il modo di pensare della gente partendo da una forchetta o un letto, che rivoluzione è una parola meravigliosa se usata bene. che tra giocare e mettersi in gioco il passo è breve.
quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare. (john belushi in animal house)
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