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mercoledì, 31 marzo 2004
sii onesto. sei gradevole, socievole, ospitale, cordiale. ma alla fine non te ne frega nulla. amici, parenti, uomini, donne, animali. ti piace tutto. ma ti piace ancor di più star solo. medi evitando la troppa gente, sapendo che il più delle volte vorresti evitare tutti. o tutto, ancora meglio. ti piace la tua donna, ci stai bene, ammettilo. ma che tu abbia accanto qualcuno o meno, fa poi tanta differenza? in fondo, no, non fa differenza. confessalo, stronzo. tu ti basti.
LaPo
mi scuso ancora una volta. non pulisco mai in casa, e i commenti non c'entravano più. ho fatto le pulizie di primavera e adesso c'è posto. spero che si senta anche un odore di pulito. ho vuotato i portacenere. ma non smetterò di fumare.
LaPo
martedì, 30 marzo 2004
dovrei chiamarmi "tante voglie", non LaPo. uno ha dentro un sacco di idee, poi al massimo ne tira fuori una, e non la realizza neanche tanto bene. sono anni che scrivo. niente di serio, robe corte. la maggior parte buttate via per delusione o timidezza, o perdute nei pc che ho cambiato . forse un centinaio di aborti di carta, forse di più. anzi, senza carta. mai stampati. qualcosa ho ancora, ma molta è roba mia, mia soltanto. quella non vedrà mai l'inchiostro. perché c'è gente vera dentro, vista da vicino, troppo vicino. ricordi che hanno preso una direzione sbagliata, e sono caduti sulla tastiera. prima di essere dimenticati. già, tante voglie e poca memoria. in sintesi, una frustrazione continua, sulla quale galleggio idiota e beato.
LaPo
mi piacerebbe scrivere di donne. già, mi sento un po' salgari, che scriveva di posti esotici senza esservi stato. le donne per gli uomini hanno un che di esotico. specialmente per me, che le ho frequentate veramente poco. e poi di solito i posti esotici ci vai, li visiti, guarda bello lì, guarda bello là e poi a casa. ecco, di solito un uomo fa così. una gita turistica e poi si torna. nel caso un uomo prenda moglie, non smette di fare il turista. ha solo aperto una colonia oltremare.
LaPo
lunedì, 29 marzo 2004
si parla della sincerità, dell'esser se stessi. già, ma come si fa a stabilirlo?
non si è mai se stessi. o meglio, siamo mille persone insieme. per fortuna lo siamo una persona alla volta.
ma non riusciamo mai ad esserlo completamente.
già, mediamo sempre, a seconda di chi abbiamo davanti. perché colui o colei a cui ci rivolgiamo influenza il nostro comportamento, o almeno ci comportiamo in funzione del tipo di persona che abbiamo davanti.
anche soltanto per farsi capire, usiamo un po' della sua lingua, inquinando la nostra.
quindi?
semplice, siamo noi stessi da soli. quindi, nessuno mai ci conoscerà come realmente siamo.
salvo vederci da un buco della serratura. forse un blog è già un piccolo buco.
ma non lo è profondamente. sto scrivendo da solo, sono me stesso,
ma inconsciamente penso che qualcuno mi leggerà. e se non lo facesse nessuno, almeno io rileggerò.
allora mi viene da dire che si è se stessi quando siamo soli e senza specchi.
il blog è uno specchio, e anche gli specchi condizionano.
neppure noi riusciremo a sapere come siamo, visto che anche lo specchio per vederci ci condiziona.
non mi dispiace sapere che nessuno mi conoscerà veramente come sono, nemmeno io.
se non è stronzaggine questa?
LaPo
sabato, 27 marzo 2004
sabato "a bottega", come dico io. il sabato sto meglio in ufficio in periferia che in casa, in pieno centro a sentir la gente fare shopping. in sala video un cliente a montare non so che cosa. io ho finito adesso di acquisire sul mac un girato di medicazioni a poveri cristi ulcerati. roba da vomitare. adesso un po' di musica, una navigatina e a casa. nel pomeriggio un neoingegnere mi rimetterà a posto il pc. stasera un caro amico ci farà il baccalà. bella giornata, poca foschia. stamane il pensiero di guardarmi gambe scarnificate e piedi gonfi di pus mi ha svegliato alle sei. uscire alle sette e non vedere nessuno. la città deserta. bello, anche se sarebbe meglio in campagna. arriverà la campagna. ne ho bisogno. non sono contadino, anzi. ma ho un'idiosincrasia congenita per la città. come diceva charles bukowski, "non sopporto l'umanità sudaticcia e puzzolente". umanità della quale faccio parte, ma che mi irrita sempre di più. e non è l'età, ero così anche da giovane. campagna, musica, solitudine interrotta da pochi amici. niente di più. non chiedo gran che.
LaPo
venerdì, 26 marzo 2004
ho saputo ieri che un nostro associato aspetta un bambino. o meglio, sua moglie, lui ci ha messo la roba e basta. ci pensavo oggi, mentre andavo a comprare i quadri. pensavo al fatto che un paio di settimane fa é morto suo padre. un nonno che non conoscerà suo/a nipote. un/a bambino/a che non conoscerà suo nonno. una fregatura? non saprei. oggi la socia mi ha fatto vedere delle foto di sua madre e suo padre da giovani. foto buffe, in bianco e nero anni '60. in quelle foto c'era già lei, non so come. pose, espressioni, atteggiamenti, lei era lì, dentro suo padre e sua madre, ancor prima che nascesse. e conosco le sue figlie, due donnine piccolissime che la contengono in maniera impressionante. questo è forse il concetto di carne, carne che nasce, che cresce, che muore, che si rigenera. un principio della fisica. niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma. è applicabile alla gente? ora che ci penso, mia madre non ha conosciuto i suoi due nipoti. si, a volte morire è una bella fregatura. forse nascere non è da meno.
LaPo
già, sul ventre morbido. è bello mostrarlo a chi ti fidi. nel mio caso è una parte anche brutta, ma c'è. e non voglio nasconderla, anzi. troppo bello sentire che qualcuno ci affonda il naso. fidarsi a prescindere. tutto lì il segreto. il piacere di sentire un odore nuovo, caldo, di vita che respira con te. che poi certe cose son belle perché si fanno in silenzio. già, le cose migliori le si fanno in silenzio. non c' è niente di più bello del silenzio senza l'imbarazzo. niente, davvero.
LaPo
giovedì, 25 marzo 2004
stasera ho gente. fratello, cognata, nipoti. si, anche quello col nome che uso. ci giocherò, come uno zio qualsiasi. lo bacerò, me lo terrò stretto. come un pezzo di carne mio. non so cosa sia essere padre. non l'ho voluto. ma sento la carne. non so, forse mi sto intenerendo. quando un bambino mi bacia mi sento un dolorino dentro che non avevo mai provato. e ci sto bene. ma non molto a lungo. poi esce l'orso. meglio se non ho figli. sarei stato un problema per loro. un bambino non può crescere altri bambini, ancorchè quarantasettenne.
LaPo
sto ascoltando "c'é tempo" di fossati. per la prima volta. dice così:
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.
posso piangere per favore?
LaPo
ho pubblicato di nuovo. su "liberodiscrivere". si intitola "treni", é roba vecchia, ma per me vale. non tanto per come scrivo, che é una cosa mia. per quel che mi ricorda. in realtà il processo di scrivere non lo controlli. ti siedi, e sai che quella persona la ricordi, e vuoi scriverci. incominci, e ti meravigli. mentre scrivi stai leggendo e in quel momento sulla carta le cose succedono, gli eventi si accavallano, i personaggi si muovono senza che tu lo voglia. stai vedendo un film non tuo. tuo, ma di una parte di te che non conosci. la fantasia viene fuori senza chiamarla, e ti prende la mano. lo stupore continua, scrivi e leggi. arrivi in fondo come in trance, ti senti bene. ecco, adesso rileggi e raffini, cambi, aggiungi, togli. in questa parte sei scrittore, cerchi la forma. anzi, sei lettore che modifica una cosa di un altro per farla sua. ma l'altro sta già bene. ha raccontato una storia..
LaPo
mercoledì, 24 marzo 2004
musica, pensieri, solitudine. il tempo passa, lieve, e non ti accorgi. buon segno, invecchi bene. roba dentro, che scopri piano, senti il velluto frusciare, come a vedere la luce. poi un intoppo, il tempo si ferma. abbi pazienza, non tirare. le cose succedono nonostante tutto. succedono nonostante te. se ci sei, ringrazia.
LaPo
martedì, 23 marzo 2004
bello star soli in ufficio coi porcupine tree a volume altissimo. bello leggervi. bello sapere che stasera vedrò tre belle persone, perderò a carte, ci prenderemo per il culo, mangeremo, berremo e rideremo. bello tornare a casa e sentire il letto caldo di una donna che dorme. bello baciarla, sentirsi abbracciare, sentirsela dormire addosso. e allora, dove sta la fregatura? non saprei, ma c'é. la sento.
LaPo
su "liberodiscrivere" mi hanno votato di nuovo. e stavolta quel che ho scritto é piaciuto. due giudizi, entrambi buoni. strano, non ne sono orgoglioso adesso. non so spiegarmelo. come se sapessi che ciò che ho fatto a suo tempo era buono. sono davvero superbo. ma forse é così per tutti. scrivi, rileggi e sai se hai fatto un buon lavoro o no. mi piacerebbe fare altrettanto nella vita. lì no, o troppa benevolenza o troppa severità. mai una visione imparziale. forse perché nella vita non ci sono riletture, revisioni, correzioni. nella vita non c 'é UNDO. già, ci scriverò qualcosa su l'UNDO e la diseducazione che questa opzione virtuale crea in noi. come sarebbe una vita con l'UNDO? più facile o più difficile? quando l'avrò scritto lo saprò.
LaPo
pace. bella parola. mi piace dirla. ma non dirla così. é bello guardarsi negli occhi e dirlo. già. pace comincia dal guardarsi negli occhi. non voglio abbassarli mai. basta niente, e c' é ingiustizia. anche un lieve misunderstand genera dolore. anzi, a dirla tutta, in caso di ingiustizia il dolore é più forte nell'"ingiustiziere" che nell'"ingiustiziato". almeno a me fa così. poi uno dice una parola magica. pace. ti guardi negli occhi. e il dolore é lontano.
LaPo
A proposito di errori, nel blog comunitario c'era un argomento di cui parlare che ci chiedeva sull'essere se stessi nei blog e sul web. c'era qualcosa anche sul farsi perdonare, ma non ricordo. io ho divagato così (come sempre):
"certo, volete sapere quel che penso? va bene, eccomi, dunque, vediamo, da dove comincio? dal fatto che ho già un lavoro, tante conoscenze, un sacco di obblighi, di rituali, di codici, leggi, litanie, liturgie, convenevoli, regole, tasse, moduli, certificati, carte di credito e chissà quante altre pastoie. bene, a casa mia, con la mia donna, con gli amici e sul web questo non esiste. sono io, giusto o sbagliato che sia. anzi, dirò di più. se mi attaccano non mi difendo. se riconosco un mio difetto non lo confesso. lo dichiaro. non ho niente da farmi perdonare, e le confessioni non sono mai pubbliche, sennò ricordano l'inquisizione. ho chiesto mille volte scusa, e lo farò ancora. ma non per un peccato. per uno sbaglio. il primo lo puniscono gli altri e te ne dimentichi. il secondo ha la punizione in sé. il ricordo dell'altro."
LaPo
sono arrabbiato. tanto. con una persona. cazzo, non riesco a perdonare. non ce la faccio davvero. forse perché non voglio essere perdonato degli errori miei, allora stigmatizzo gli altrui. mi voglio attento, e voglio pagar care le mie disattenzioni. così imparo. ma quella persona che c'entra? niente. forse la voglio come me. o le voglio troppo bene.
LaPo
lunedì, 22 marzo 2004
ora mi fanno scrivere su un altro blog. non so, un blog di quelli che ti invitano e tu ci vai e ci scrivi. al momento non mi piace. tutti parlano e nessuno ascolta. non ci sono per i congressi io. mi piace poca gente, possibilmente una persona alla volta. così stai attento, ascolti,non ti distrai. la stereofonia é bella, ma non nel parlare. mi piace guardare negli occhi. vedere come colui che hai davanti ti parla. attenzione, questa é la parola. vuol dire essere disponibili. forse per questo esiste la monogamia. essere disponibili, attenti, solleciti verso l'altrui desiderio. ecco il bello del leggere. stai attento a chi ti parla. sei suo. non so, ora divago come quelli del blog comunitario. meglio se vado a letto.
LaPo
ho pubblicato un'altra roba su "liberodiscrivere". si intitola "Gauloises". si chiamava Cuore, ma poi ci ho ripensato, non volevo confondermi con De Amicis (vedi come cambia se lo fai leggere ad altri?). stavolta é davvero roba mia. certo, é nata da un pensiero, anche lui nato da un fatto. ma si può scrivere altrimenti? no, non ci riuscirei. mi vergogno ancora tanto. ma voglio farlo. ho capito più cose di me a scrivere che se fossi andato in analisi dalle medie. o meglio, adesso i miei dubbi sono più chiari. ci vivo insieme, e il tempo passa meglio.
LaPo
domenica, 21 marzo 2004
domenica sera tardi. sono a casa. gita a Lucca. un'amica della mia donna. le é stata vicina quando eravamo separati. ci vediamo ogni tanto. quelle due si vogliono davvero tanto bene, e io sono contento. casa bellissima, grandissima, proprio dentro le mura della città. lei é in gamba, il suo uomo pure. restaurano chiese in giro per l'Italia. Lucca é una una città vecchia, ma che respira ancora di vita normale. gente col cane, altri in bicicletta. non é artificiale. roba vera, concreta, che la tocchi e la respiri e capisci che là la gente ci sta bene. poche auto, le vetrine sono solo in centro (i centri sono un po' tutti uguali), e il resto é tutto un dedalo di viuzze, chiesette, fontanelle, cani che cacano, bambini che giocano, alberi che fioriscono, rampicanti che screpolano i muri. alzi gli occhi e vedi panni stesi, campanili e torri con su degli alberi, gatti sui tetti. e non scottano, ma mandano un tepore buono. mi ricordano il paesino dove io e la mia donna ci siamo fatti la nostra prima casa. una piccola chiesetta sconsacrata e ridotta ai minimi termini, ma dove la mattina sentivi l'odore del pane che veniva dall'alimentari lì vicino. perchè se un posto lo vivi non c'é bisogno che lo restauri fino a farlo diventare finto. la toscana é piena di queste disneyland medievali. Lucca forse é fatta di gente che sa quello che vuole. oggi é difficile sentire quest'aria. sono contento per i miei amici. e per le chiese che restaurano. se vivono lì, lo faranno con amore. quando sarò veramente molto vecchio mi farò restaurare da loro. mi piacerebbe assomigliare a quei vicoli dolci dove guardi in aria, vedi le vecchie mura coperte di verde e intanto stai pestando una merda di cane.
LaPo
venerdì, 19 marzo 2004
mi é passato inosservato. questo posto ha avuto più di mille ospiti. o meglio, probabilmente ha avuto molte volte gli stessi, che poi é quasi meglio. una casa non é un locale pubblico. eppure LaCaSaDiLapo ha poco più di un mese. un mese fa non conoscevo nessuno, sapevo appena cos'era un blog, non avevo mai scritto per far leggere. ancora oggi scrivo per me. e nessuno si dispiaccia di questo. scrivo quel che penso, e lo penso io, da solo. ma scrivere é tracciare. e la traccia rimane. un segno. in quel segno qualcuno vedrà i tuoi pensieri. ti dirà i suoi. e avrai di nuovo da pensare. e scrivere ancora. grazie a tutti.
LaPo
molto spesso amare qualcuno vuol dire soffrire per lui, ma mai soffrire al suo posto.
LaPo
giovedì, 18 marzo 2004
Che effetto strano. Mi stanno leggendo. Nel format di iscrizione a "liberodiscrivere" mi chiedono di pubblicare subito qualcosa. Subito? Come sarebbe a dire subito? fatemi pensare, cazzo. che ne so io che ci voglio mettere? Ok, va bene, allora, vediamo, che ci posso mettere? No, la roba forte no, partiamo con qualcosa di facile. Una roba vecchia. Una fiaba, scritta per il fratello maggiore di Lapo, il mio primo nipote. Non gliel'ho mai letta, me ne sono dimenticato, e ormai lui ha dodici anni. Se gliela leggessi mi rompe la faccia. Ok, metto questa. Brevissima, infantile. un po' stupida. Poi vado a vedere. L'hanno letta. Stroncata. Mi hanno dato quattro. Mi sento svenire. Brutta figura. Poi ci penso. Non sono mica Sciascia o Vittorini io? No, non lo sarò mai. E allora stroncatemi pure. La gioia di scrivere a un bambino appena nato, un biondino di due chili e mezzo, il figlio di mio fratello, quella non me la leva nessuno. In suo onore l'ho scritta, e in suo onore la pubblico. Stroncherete lo scrittore, lo zio mai!
LaPo
va bene. ho fatto una cazzata. ma ormai l'ho fatta, mi sono iscritto a "liberodiscrivere". lo so, sono un vanesio, un vanitoso. anzi, dirò di più. sono vano. ma mi piace troppo scrivere. e leggere. non ho giustificazioni. ma non so come spiegarmi. ho roba dentro da tirar fuori. non ce la faccio a non scrivere quel che penso, o le mie fantasie. e siccome sono scemo, le mie fantasie non si limitano alla semplice vita che faccio. se ne inventano altre di vite. vite altrui, che non so perché ma le ho dentro. allora il posto non basta, non le vivi tutte, e le scrivi. il famoso "copia e incolla", che non é una opzione di un software raffinato. è semplicemente raccontare. c'é qualcosa di più bello?
LaPo
mercoledì, 17 marzo 2004
chi son' io? e la vita? e la morte? domande. non servono. e neppure le risposte. sono un buffone. un giullare che vive per intrattenere. un nulla, sul quale sorridere un attimo e andarsene. bello l'orso, ma hai tirato tre palle. e laggiù fanno le granite. io non disseto. asseto, asciugo, prosciugo le bocche. e tutti girano e nessuno si ferma e vanno vanno lontano. ma chi son' io? una giostra che ci monti e ridi e urli ma poi senti che il su e giù non fa per te. allora ferma, ferma tutto. basta, andiamo dove fanno lo zucchero filato. o al mare, coi piedi che corrono la voglia di sabbia. io fermo, immobile. aspetto clienti.
LaPo
"Una beffarda legge della vita é la seguente: non chi dà ma chi esige é amato. Cioè, é amato chi non ama, perché chi ama dà. E si capisce, dare é un piacere più indimenticabile che ricevere. Quello a cui abbiamo dato, ci diventa necessario, cioè lo amiamo. Il dare é una passione, quasi un vizio. La persona a cui diamo ci diventa necessaria."
Cesare Pavese, Il Mestiere di Vivere, 17 Maggio 1941
Dovrebbero vietare la lettura di Pavese ai minori. Io l'ho fatto a quattordici anni. Mi ha cambiato. E lo fa tuttora. Stanotte l'ho ritrovata. E mi sono rivisto. Grazie Cesare.
LaPo
martedì, 16 marzo 2004
undici marzo, undici settembre, il terrore. parliamo tanto del terrore. come se lo conoscessimo bene. non lo conosciamo affatto. il terrore è un rumore cupo, alto di notte. lo senti lontano, un rombo. poi un fischio, un tonfo. poi nulla. niente bambini, niente casa, niente villaggio. niente, solo buio, polvere e un odore forte, di fuoco, di carne. al buio, in silenzio. questo é il terrore afgano. ma é lontano da noi. troppo. non lo sentiamo. poi c'è il terrore africano, fatto di mercenari che uccidono e bruciano. o quello sudamericano, vestito in divisa. il terrore é molteplice. un bambino che muore di dissenteria, di pura, semplice, stupida cacarella. perché neppure un mese di lavoro di suo padre può comprare una pastiglia per guarirlo. e muore solo, senza le telecamere, senza i giornalisti, senza le prime pagine dei giornali. questo é già terrore. o terrorismo, parola più a la page oggi. allora penso a uno come Gino Strada, che dieci anni fa in un ristorante milanese decise che il terrore non deve esistere. e oggi ha costruito dieci ospedali, esclusivamente in zone di guerra. e combatte il terrore tagliando pezzi di gente, cucendo, bestemmiando e regalando vite. in dieci anni un uomo con una sola buona idea (il terrore non deve esistere) ha regalato al mondo un milione di vite. vite vere, un milione di persone che c'è ancora, che parla, scopa, lotta, cresce, vive. uno come lui rende migliori anche noi. pensa tu.
LaPo
ok. l'hai voluto tu. le hai mostrato la seduzione delle parole, della musica, del pensare. hai visto crescere in lei la consapevolezza della libertà. l'hai portata dove volevi. dove non pensavi. non sei immune. già, sei solo vecchio dentro. lei no. lasciala volare.
LaPo
più che ci penso e meno lo capisco. non sono geloso. un tempo lo dicevo per atteggiarmi, per fare il "moderno e continentale". poi ci pensavo, e non lo ero davvero. non lo sono mai stato, e non capisco il perché. forse ho un fatalismo innato dentro. se le cose devono andare vanno, altrimenti via. ma non é fatalismo. é ovvietà. si, sono banale anche in questo. non ritengo giusto dover combattere per qualcosa che non mi appartiene. se amo, lo faccio e basta. e se sono corrisposto, meglio, ma non é possesso quello che sento. amare per me non é avere. facile dirlo, non ho bambini. ma ci deve essere un'altra spiegazione. forse non "possiedo" perché non voglio "essere posseduto". già, così va meglio.
LaPo
la vita é un po' come la tv. fai continuamente zapping, cercando qualcosa di meglio.
LaPo
lunedì, 15 marzo 2004
a volte servono anche certe frasi messe lì. non so, le senti vicine, come se davvero qualcuno bisbigliasse al tuo orecchio. lo senti respirare. ti viene un brivido. poi ti giri. nessuno. ma per un attimo c'é stato. bene, ti ricordi l'attimo, il piacere, la frase. copia e incolla. se invecchierai, avrai roba per scaldarti d'inverno.
LaPo
pensaci un po' su. quante volte hai voluto dire "ti amo" a qualcuno? hai taciuto. o peggio, gli hai detto "ti voglio bene". come a non voler offendere la persona che ti sta accanto. come se quella persona ti conoscesse. non ti conosci neppure tu, figuriamoci lei. ma l'amore eterno non esiste, lo sai vero? e allora? hai "deciso" lei, l'hai scelta. per amore. ok, ammettiamolo. e se poi guardi qualcuno e senti quella fottuta frase che ti esce dalle viscere? hai tanta gente vicina. la "senti" vicina. cazzo, perché non puoi dirlo a tutte le persone che ti va? come fa benigni, però non alla tv, ma prendendo le persone per le braccia, guardandole bene negli occhi nel momento che senti di farlo, gli stampi un bacio e glielo dici. "ti amo", una frase breve, che nasce e muore in quell'istante. ma che senti, la senti dentro, in quel preciso momento. e se quella persona non ama te? ecchemmenefrega. cazzi suoi. io sento così. no, forse é meglio un bel "ti voglio bene". meglio togliersi dall'imbarazzo. e tenersi la gastrite.
LaPo
la passione. la vedi negli occhi. a volte la tocchi. sei lì, ancora un millimetro. un millimetro di quell'odore. un millimetro da quel muoversi strano, che studi, e ti affascina. ecco, ci sei. lo sfiori il tuo desiderio. lo stai prendendo. ma non é tuo. lo sai. allora ti ritrai, spaventato. abbassi lo sguardo. non puoi amare qualcosa di altri. o meglio, non puoi che farlo in silenzio.
LaPo
se vuoi capire, cerca di ragionare come loro, testa di legno. ci sono due cose nel rapporto con l'uomo che fanno diventare diffidenti, dubbiose, a volte infelici le donne. l'incertezza dell'orgasmo e la possibilità della complicazione. faccio un esempio: se fin da bambino ti dicessero che puoi rimanere incinto? e se poi quando provi tu venissi soltanto una volta ogni enne volte? saresti così adesso? o ti ci vorrebbero le trombe del paradiso per avere un'erezione? tutto qui. noi giochiamo. loro fanno sul serio. il resto é letteratura.
LaPo
l'universo femminile si divide in due grandi categorie. quelle belle fuori e quelle belle dentro. poi c'é lei.....
LaPo
continuo a trovare gente bella nel web. scrivete gente, scrivete!
LaPo
per taluni ritrovare l'equilibrio, la normalità, la pace é impraticabile. ci vuole forza per farsi bastare un amore (perché non ventisei?) una famiglia (perché non l'umanità?) o un posto (perché non il mondo?). allora capisci. la tua normalità é la pazzia della ricerca inutile. non avrai mai la forza di accontentarti. lo diceva anche tuo padre. il mondo lo muovono gli scontenti. ma al tempo, tu odiavi quella frase vero? sei solo stronzo.
LaPo
il bello dell'andar per mare non è arrivare. è andar per mare.
LaPo
quanto hai in comune con lei? molto, e quanto hai in contrasto? moltissimo. allora perché? perché ti piacciono le scommesse perse in partenza. ma non ti sei rotto i coglioni? ti basta una musica e un sorriso per puntarci su tutto. e perderlo.
LaPo
una storia vecchia. un debito che si accumula dentro. un contatto. sentirla, vederla, a volte. ti basta. anche scrivere. meglio del nulla. del nulla che ha riempito di sabbia inutile gli anni scorsi. il contatto è terra fertile. non sai che nasce, ma zappi, zappi forte. sudi, ci dai dentro. poi nulla. torna la sabbia. affondi in quel materiale inerte. nel debito vecchio. forse è giusto così. il creditore starà meglio. a te la sabbia. a lei il raccolto.
LaPo
sei sempre ad aspettare il "jeu decisif". in realtà la tua è una vita di palleggi.
LaPo
domenica, 14 marzo 2004
"I caratteri che per un nonnulla si accasciano sono i più adatti a subire i grandi colpi. Vivono nell'atmosfera di tragedia più agevolmente degli energici. Hanno presto esaurita la loro riserva di strazio e tirano avanti."
Cesare Pavese, Il Mestiere di Vivere, 1 Novembre 1938
Chi ha orecchi per intendere, intenda.
LaPo
sto leggendo TRADIMENTI. ma perchè ci si devono fare tutte 'ste seghe per un atto così semplice? forse l'autrice è messa peggio di me. tutta teoria e niente pratica. che sia brutta anche lei? potrei scrivere un libro anch'io? lasciamo perdere và....
LaPo
correzione. quando parlo di "trombare" intendo far l'amore. non sono capace di fare sesso senza sentimento. per questo forse sogno solo amiche, e mai fotomodelle, attrici o sex symbols vari. devo essere coinvolto sentimentalmente per avvicinarmi a qualcuno, altrimenti faccio cilecca nel senso che non riesco ad avere alcuna erezione, neppure davanti alla più grande strafica mai vista. anche in sogno, evidentemente. quando faccio una cosa, la faccio per bene. sempre. questa si che si può chiamare "integrità morale". o "immorale", a scelta.
LaPo
sabato, 13 marzo 2004
dimenticavo. ho sognato di trombare. non dico chi, forse é meglio. ma è stato bello, dolce, e incompleto. non sogno spesso di trombare, ma direi che tutte le mie migliori amiche me le sono ripassate dormendo. non voletemene. non lo faccio apposta. però questa incomincia a venirmi a trovare un po' troppo spesso. ed è l'unica delle mie amiche notturne che non mi regala un orgasmo, mentre io lo regalo a lei. mi sveglio prima, e il bello è che non mi manca l'orgasmo con lei. mi basta di vederla godere. se qualcuno sa qualcosa, me lo spiega per favore?
LaPo
ieri a pranzo. in auto con la tua donna, state andando dai suoi. lei é contenta, una grossa trattativa che sta andando come vuole lei, e non come vorrebbe il padre. ti sorride, è felice. sentite la raccolta che hai fatto con la socia. arriva blackbird dei beatles. non riesci a trattenerti. lei ti guarda, vede le lacrime che sgorgano da sotto gli occhiali da sole. tu a malapena le chiedi se puoi piangere. lei smette di sorridere e dice si. guidi, e ti metti a singhiozzare, disperato, trattieni le urla che hai dentro. lei ti guarda. come fai a dirle che stai piangendo un bambino grasso morto che non esiste? che piangi una canzone che ti ricorda una vita fa, quando avevi la giovinezza, la speranza, un sacco di amici, di idee, una madre, un padre e la musica? ti è rimasta la musica e qualche amico. hai guadagnato una donna in gamba e un buon mestiere. spiegale che non ti basta, che dentro hai sogni arretrati di quarantasette anni. che il veleno di infiniti sbagli ti sta uccidendo l'anima. diglielo, stronzo. tu piangi, lei ti carezza la mano. e finisce lì. tutti dicono che sei allegro.
LaPo
non mi ricordavo che i commenti ai blog hanno un numero limitato, e abbiamo raggiunto il numero massimo. abbiate pazienza, come i vecchi io non butto via nulla. sapete che ci tengo al fatto che chi entra in casa mia ci possa lasciare un suo segno. forse è quello che mi piace di più di questa cosa adesso. sto ripulendo e archiviando i vostri vecchi commenti. da adesso non mancherà più spazio per voi. chiedo scusa.
LaPo
venerdì, 12 marzo 2004
a volte ci si sente come un ombrello rotto in un giorno di pioggia.
LaPo
SINCRONIA
Il bambino grasso entrò in classe, curioso, spaventato.
Sapeva di doverlo affrontare, questo momento difficile, come ogni anno, a settembre.
Era impacciato, riempiva il grembiule nero come una salsiccia.
Nonostante l’ora mattutina, come sempre quando si emozionava, stava sudando.
Sentiva il sudore che colava sul collo, sapeva che da lì alla ricreazione avrebbe dovuto affrontare molte prove difficili.
Senza che nessuno lo degnasse di uno sguardo, si sedette nell’ultimo banco a sinistra, il più lontano.
Preferiva farlo da solo, evitando l’umiliazione di doversi spostare durante la lezione.
Era grosso, ingombrante, superava di una spanna tutti gli altri bambini.
Entrarono tutti, rumorosamente, poi arrivò l’insegnante, e iniziò il suo quinto anno di scuola.
Tutto come previsto, i giorni scorrevano, gli altri bambini giocavano e facevano casino, le bambine erano brave e chiaccheravano.
Lui continuava ad starsene in disparte, preferiva così.
Sapeva che se si fosse messo in mostra lo avrebbero deriso, avrebbe dovuto picchiare qualcuno, sarebbe stato sospeso.
Era già successo, quattro volte, nei quattro anni precedenti.
Passò l’inverno, e con la primavera il sole entrò in classe potente, una luce bella, che gli piaceva.
Dalla parte opposta al suo banco, accanto alla finestra, proprio davanti alla lavagna sedeva una bambina bionda, piccola, graziosa.
Ad una certa ora, intorno alle dieci, il sole girando illuminava quel banco, e lui guardava quella cornice bionda in controluce.
Si incantava a guardarla, quella bambina che girava la testa in quella luce mattutina, e sembrava che un vortice di polvere dorata si formasse vicino alla finestra.
Si distraeva, prendeva brutti voti, ma non riusciva a smettere, la guardava, specialmente in quella mezz’ora che il sole la faceva diventare una piccola fata.
Aveva dieci anni il bambino grasso, non sapeva cos’era l’amore, ma il cuore batteva forte, sudava copioso e prendeva brutti voti.
I sintomi erano quelli.
Cercò di sapere qualcosa, la bambina bionda abitava dall’altra parte del paese, era furba, e piaceva molto agli altri bambini.
Non aveva un fidanzato vero e proprio, ma si diceva che li cambiasse spesso, senza pensarci troppo.
Lui non l’aveva mai avuta una fidanzata.
Troppo occupato a difendersi lui, nella giungla si sopravvive, non si pensa alle donne.
Ma le farfalle nello stomaco aumentavano, e quel malino dentro che non lo lasciava mai lo stordiva.
Non gli piaceva essere innamorato.
Sapeva come sarebbe finita.
Sarebbe finita che lui non avrebbe avuto mai il coraggio di rivolgerle la parola, neppure a ricreazione quando erano tutti insieme.
Ogni tanto, quando erano in giardino, lei si avvicinava chiaccherando, mentre lui si mangiava la merendina appoggiato al muro.
Sentiva la sua voce squillante, allegra, vivace.
Le farfalle nello stomaco si agitavano, si moltiplicavano, moriva dal desiderio di avvicinarla, toccarla, stringerla.
Moriva, e basta.
La fine dell’anno si avvicinava, non l’avrebbe più vista.
Un giorno durante la ricreazione si decise.
Si staccò dal muro, buttò la merendina nel cestino e si avvicinò alla siepe da dove veniva quella voce che lo sconvolgeva.
Girò la siepe, e vide quella massa di capelli dorati tenuta stretta dalle mani di un altro bambino.
Il calore lo avvolse, iniziò a sudare copiosamente, non riusciva più a muoversi.
Il bambino grasso diventò una statua di bambino grasso, in quella posa grottesca.
Quei due si stavano baciando.
La bambina bionda guardò il bambino grasso, fu un attimo.
Lui si svegliò, come un automa chiuse gli occhi e fece dietro front, tornò al cestino, riprese la merenda e la mangiò in un boccone.
I giorni seguenti furono ancora peggiori.
Lui la guardava dal suo banco nell’angolo, ma lei faceva finta di nulla.
Lui non poteva fingere il malessere, le farfalle e tutte le cose che aveva dentro.
Andava spesso al bagno, faceva pipì e piangeva.
Poi si asciugava la faccia alla meglio, col dorso della mano, tanto gli altri avrebbero pensato che sudava, e rientrava in classe.
Arrivò l’ultimo giorno, l’ultima ora, l’ultimo minuto.
Suonò la campanella, un urlo, bambini che saltavano.
Lui prese la sua roba, la mise nello zaino con calma e uscì per ultimo.
Scese le scale e entrò nella folla di bambini davanti alla scuola.
Vide la sua bambina bionda, in mezzo alle amiche, rideva, e quella risata era un pugno nello stomaco, una cosa bella, tanto, e brutta, ancora di più.
Pensò che non l’avrebbe più rivista, che non avrebbe avuto mai il coraggio di dirle tutto il bene che le voleva, che non avrebbe mai potuto accarezzare quel vortice di polvere d’oro.
Abbassò lo sguardo, e iniziò ad attraversare la strada.
Gli parve di sentire dietro quella voce squillante, allegra, cristallina.
Gli sembrò che la bambina bionda lo chiamasse, faceva il suo nome.
Si fermò un attimo, girandosi per cercarla.
Il camion del latte non frenò neppure.
LaPo
ho inserito un po' di link. li avevo nei bookmarks, ogni tanto ci vado a leggere. c'è gente bella nel web.
LaPo
giovedì, 11 marzo 2004
devo abituarmi a tutti questi commenti. al fatto che in questa mia casa ci entrano persone, guardano, leggono, e poi lasciano un segnale. un certificato di presenza, una testimonianza (brutta parola). vedo il contatore e mi atterrisco. una folla. alle assemblee parlavo a mille persone. ma sono passati trent'anni quasi. ora è diverso. "sono" diverso. eppure mi piace. si, lo dico davvero, dal cuore. scrivo perchè amo scrivere. e uso il termine "amo" nell'accezione più ampia. scrivo di me perchè sono un dilettante. e allora capisco. una casa non deve contenere te e le tue azioni. deve contenere anche la tua anima, più o meno rappresentata, più o meno sporca. anche la più sporca. perchè anche quando ti atteggi a scrittore sei tu comunque, dilettante e disperato. e forse questo stato passa nello scrivere, lo trasmetti, qualcuno lo percepisce. mi è sempre più chiaro. questa casa è un luogo di incontro. e mi piacerebbe anche che parlaste tra di voi, così io ascolto, e imparo. ma forse chiedo troppo. al momento mi accontento. ho un posto dove mi sfogo, ci metto dentro quel poco che ho, e a volte vengono a trovarmi persone davvero in gamba. ad alcune di loro mi sto anche affezionando. insomma, sono a casa.
LaPo
domanda da un miliardo di euro. essere onesti con gli altri o con se stessi? due esigenze opposte allo stato attuale. un cervello un cuore e un cazzo che vanno ognuno per conto suo. e io in mezzo a cercare di tenerli insieme.
LaPo
non sai come spiegarlo. più che qualcuno ti stringe, più ti senti solo. forse perchè quel qualcuno non è come vorresti? o non è CHI vorresti in quel momento? ci vorrà del tempo per spiegarla 'sta cosa. ma non ne hai più molto. hai aperto il cartone del latte, o lo bevi, o butterai via tutto.
LaPo
si. siamo tutti uguali in realtà. idem sentire. ma non è questo il punto. Gaber diceva se riuscissi a mangiare un'idea... io dico se riuscissimo a socializzare il dolore. no. è una cosa personale. come diceva Sciascia. a ciascuno il su. ho già citato troppo oggi.
LaPo
solo in ufficio. finalmente. a volte è dura la compagnia. specie se ti coinvolge, ti distrae, ti devia. ieri notte ho aperto una email alla mia donna, lei non sa farlo. ho coperto gli occhi sulla password. voglio che sia sua, e basta. come questa casa è mia. le ho scritto mentre lei era in bagno. mi ha risposto adesso. e piango, come un bambino di quarantasette anni. piango per lei, per me, e per un sacco di motivi che neppure questa casa deve conoscere. il più evidente è che sono fortunato. ho un sacco di cose che non merito. e che non mi bastano.
LaPo
sto sentendo Peter Gabriel. il dolore aumenta. e il senso di impotenza. ho davanti una cosa giusta da fare (un gesto d'amore). e dietro una vita sbagliata (piena di gesti d'amore). l'una cosa condizionerà l'altra. come sempre. here comes the flood. e l'annegar mi è dolce in questo mare...... porcoddio.
LaPo
mi manca il coraggio. quello di vivere davvero. di tirare fuori quello che sento, trasformarlo in gesto, in azione. ho paura di pagarne le conseguenze. ho già dato. ho fatto male, e molto. perchè non mi fido di me? in fondo, un bacio o un vaffanculo non uccidono nessuno.
LaPo
complimenti. se avevi bisogno di sentirti stronzo, ci sei riuscito. e la conferma è arrivata da tuo nipote, un bambino di quattro anni. il bambino al quale hai rubato il nome, per nascondere il tuo. tu che parli di sentimenti. devi farti insegnare da un bambino la differenza tra il sentire artificiale (cercato, immaginato, raccontato) e quello reale (che scaturisce da dentro). una serata in famiglia, tuo fratello e le sue musiche, tu e le tue, senti bella questa, e poi questa. metti su il cd di Fossati, quello di sole musiche. poi il grande dice che Lapo sta piangendo, ma non dice perché. tu vai da lui, gli asciughi le lacrime su quelle guanciotte tonde da bambino, gli soffi il naso. sei un bravo zio, in teoria. finché non gli chiedi il perché di quelle lacrime. "MI MANCA NONNO". lo dice calmo, tranquillo, ma lo senti che quella frase viene da dentro. non ha avuto bisogno di cercarla, di farci una recita, di crearci intorno un dramma. è puro, semplice, assoluto dolore. un bambino di quattro anni ti sta insegnando a piangere tuo padre. quel padre così mitizzato nell'ultimo anno, ma trascurato finché era vivo. come sempre. bello parlare di sentimenti. scriverci su. da quarantasettenne falsamente sensibile. salvo farti sputtanare da un biondino di un metro.
LaPo
mercoledì, 10 marzo 2004
può una canzone racchiudere una vita? si. Blackbird dei Beatles. la mia è quasi tutta in quei tre minuti. almeno gli ultimi trent'anni.
Blackbird singing in the dead of night - Take these broken wings and learn to fly - All your life - You were only waiting for this moment to arise. - Blackbird singing in the dead of night - Take these sunken eyes and learn to see - All your life - You were only waiting for this moment to be free. - Blackbird fly - Blackbird fly - Into the light of a dark black night. - Blackbird fly Blackbird fly - Into the light of a dark black night. - Blackbird singing in the dead of night - Take these broken wings and learn to fly - All your life - You were only waiting for this moment to arise. - You were only waiting for this moment to arise. - You were only waiting for this moment to arise.
LaPo
sono su "L TRAIN". ma il mio scompartimento é vuoto. peccato. tu dove sei? in un'altra carrozza, come minimo. forse non sei neppure sul treno. scenderò alla prossima.
LaPo
potrei smettere di fumare, visto che tra un po' non respiro più. potrei anche dimagrire un bel po', visto che peso novantaquattro chili. potrei, sforzandomi, mettere anche ordine alla mia vita, sinceramente caotica. ad esempio nel lavoro. lo sto gestendo davvero male. ma mai, dico mai, potrei fare a meno della buonanotte e del buongiorno. le uniche due buone abitudini che considero veramente importanti. andare a letto e dare la buonanotte a qualcuno. svegliarsi e dargli il buongiorno. anche se poi nel mezzo ci sono incomprensioni, litigate, gesti di stizza o d'amore. non è importante quello. sono importanti quei due momenti lì. un buongiorno onesto, sincero, assonnato, lo senti e ti dici che sarà davvero un giorno degno di essere vissuto. una buonanotte sottovoce, complice, intrigante è come una conferma che quel che hai fatto lo hai fatto con un buon motivo. che puoi continuare a farlo. strano, in ventiquattro ore di vita, quelli che preferisco sono solo due momenti. otto secondi in tutto. bastanti, per me.
LaPo
oggi c'è una persona che sta facendo una cosa. una cosa importante. delle mille che deve fare. tutte importanti. ma questa lo è ancor di più. deve togliersi un forse. i forse fanno comodo a volte. ma questo no. deve toglierlo. per fare le altre mille cose importanti. vorrei che le avesse già fatte. vorrei fargliele io, o almeno aiutarla. ma non si può. i forse sono nostri. nostri e basta. le vite si incrociano, si mischiano, si intrecciano. ma ognuno tiene la sua. che la musica sia con te. sempre.
LaPo
martedì, 09 marzo 2004
mi sono fatto un cd. o meglio, lo abbiamo fatto. io e la socia. si intitola "Accosta Che Mi Scappa Una Coccola". è la musica che si dovrebbe sentire quando ci va di farsi delle tenerezze in macchina. lei è andata via con la sua copia. io aspetto che finisca di stamparlo, poi lo metterò in macchina. come ogni martedì, sono a giocare a carte. meglio così. me lo sento da solo. questa non è musica. è tentazione allo stato puro. da ascoltarsi esclusivamente tra legittimi imparentati.
LaPo
mi piacerebbe scrivere qualcosa sul fatto che certe cose succedono senza che noi lo vogliamo. sui sentimenti o le emozioni, che non si controllano. sul fatto che non è detto che ti innamori perchè hai davanti la donna o l'uomo della tua vita. lo fai perchè eri pronto per farlo. ci devo pensare su. si accettano suggerimenti. tanto poi farò come mi va. come sempre. scrivere lo si fa da soli. e da liberi. come innamorarsi. appunto.
LaPo
eravamo da amici domenica sera. vecchie foto. la loro figlia, oggi ha quattordici anni. una ragazza bionda, normale, saggia direi. l'ho rivista da piccola. la prima bambina che ho avuto davvero vicina. a volte le cambiavo io i pannolini, e le lavavo il culo, visto che suo padre vomitava sempre. foto di lei sul nostro lettone. la nostra prima casa, piccolissima e sempre piena di gente. sentivamo la musica in camera, in dieci o dodici, tutti sul letto o in terra. questo esserino piccolo, sulla coperta, con le cuffie in testa e due occhi sgranati che sembra una volkswagen. io ero l'unico che fotografava continuamente. e lei era il mio soggetto preferito allora. prima che arrivassero i nipoti. mi ricordo una vacanza al mare in sardegna. lei senza pannolino (sua madre voleva insegnarle a stare senza) che ci riempiva la casa di piccoli ricordi profumati, e sua madre che si incazzava. le promisi che se avesse fatto la cacca nel vasino le avrei fatto una bella foto col flash. eravamo a cena sulla terrazza, e mi vedo arrivare questa mezza cartuccia bionda con in mano un vasino giallo a forma di papera. mi guarda seria, non dice nulla, lì, in piedi con questo vasino tra le mani. me lo porge, tra miasmi venefici. dentro c'è una bella cacchina di bambina di due anni. io mi alzo in silenzio, le do un bacio in fronte, prendo la nikon, mettu su il flash e scatto. non l'ho vista quella foto l'altra sera, peccato. lei ora è diventata grande. io no.
LaPo
lunedì, 08 marzo 2004
tra un po' avrò quarantasette anni. e mi trovo ancora ad emozionarmi per una musica o una bella foto, per uno scritto o una donna. dopo ventiquattro anni trovo ancora emozionante la mia. la mia donna, parola grossa. la donna che mi sta accanto. l'ultimo pensiero di oggi lo dedico a lei. salvo litigarci quando torna dalla festa delle donne. o farci l'amore. per lo stesso, identico, futile motivo.
LaPo
bello andarci giù duri. ti senti meglio dopo. bello anche farti sentire una cacca da un sorriso di mimosa. perchè lei non ha dubbi, mentre tu nei dubbi ci anneghi. bello sentirti dire ti voglio bene. anche da una moto che passa veloce. da sotto un casco che non vedi chi è. bello comunque.
LaPo
solo in ufficio. i soci sono andati via. è rimasto un odore acuto. forte. di mimosa. ci fumerò un po' per attutirlo. serata tranquilla, a casa da solo. una donna che festeggia, altrove. penserò a lei. e non solo.
LaPo
che strano effetto. essere linkati. ho scoperto ora che un paio di persone alle quali ho lasciato un commento (perché scrivono benissimo) hanno messo LaCaSaDiLaPo nei loro link. é un po' come la prima volta che ti pubblicano un articolo (a me é successo una volta sola, su una assurda rivista di cinema curata da un gesuita mezzo matto). ne sei orgoglioso, ma ti vergogni di questo. non so spiegarmelo. un po' come il fatto che i visitatori aumentano nella casa. chiamarla casa è già strano. una casa non é pubblica. ci si dovrebbe poter chiudere dentro. così un diario. ma forse il bello é questo. fare qualcosa. metterci l'anima, o quel poco che hai. sentirla tua. e regalarla a qualcuno. Pat Metheny fa sempre un bell'effetto su di me.
LaPo
festa della donna. festa triste. anche se davanti ho una delle rappresentanti più complete della categoria. non mi piace la mimosa. mi piacciono le donne. come universo. come mondo, come piccolo asteroide che gira e non lo fermi mai, che ti sembra di averlo visto lì ma é già altrove. la sto guardando, la vostra rappresentante. e vi vedo tutte. anche quelle che non conosco e non conoscerò mai. vi amo e non vi capisco. ma non importa. ci siete, e me lo faccio bastare. scusatemi se sono solo un pover'uomo.non vi dispiace mica se gli auguri ve li faccio domani? perché in fondo oggi siete solo un simbolo falso, io vi preferisco donne vere. da domani lo sarete di nuovo. e io sarò felice di guardarvi. da lontano.
LaPo
DOMENICA
Aprì gli occhi, svegliato dal solito, fottuto rumore.
Campane.
Era convinto della non esistenza di dio, ma pensò che quell’assenza rumorosa meritava una bestemmia.
Semmai si fosse sbagliato, quando lo avrebbe incontrato avrebbe preteso delle scuse, o almeno una buona ragione a giustificazione di tanto casino.
Sentì la vescica gonfia, come ogni mattina.
Guardò la sveglia lontana, le nove e quaranta.
Aveva dormito sette ore, non abbastanza per il suo arretrato.
Si alzò lentamente, schiena a pezzi, avviandosi gobbo e lento verso il bagno.
Il momento migliore, pensò sedendosi sul water.
La minzione fu lunga, rilassante, meditativa, intensa.
Si lavò la faccia evitando di guardarsi, mise su una tuta, aveva scordato gli slip in camera; ecchissenefrega.
Niente caffè,
prese la macchinetta, quella piccola, da tre e iniziò a prepararselo.
Si ricordò di una donna lontana.
Faceva gli anni, trentanove proprio oggi.
Accese il gas, e mentalmente le fece gli auguri.
La testa iniziò a prudergli, doveva farsi una doccia, ma aveva tutto un giorno per farlo.
Urgente procastinare.
Arrivò il caffè, prese un bicchiere, di quelli della nutella, coi cartoni animati, ci mise un cucchiaino di zucchero, metà caffè bollente, girare per sciogliere lo zucchero, metà latte, buttar giù in un sorso solo e sigaretta.
Faceva tutto in funzione di quella sigaretta, sempre, tutte le mattine.
Sentì il fumo caldo in bocca, lo aspirò avidamente, a sciogliere i polmoni incatramati.
Avrebbe aspettato lunedì, nullafacendo.
LaPo
scritto ieri mattina, più che un diario, una radiocronaca in diretta.
venerdì, 05 marzo 2004
domani mattina sarò nella casa in campagna. spero di imparare a potare le rose da una donna che non é la mia. domani pomeriggio spero di vedere una casa che piace a me ed a una donna. la mia. altrimenti tornerò a vedere crescere le rose. da solo.
LaPo
dio, o chiunque ci sia adesso in fabbrica. per favore, falle più brutte. lo sai, parlo delle donne. ho occhi vecchi, non la reggono una luce forte così. grazie.
LaPo
LA MACCHINA
Dovrei cambiare la macchina. È vecchia, una familiare tedesca di quattordici anni. Non mi piace cambiare la macchina. Non mi è mai piaciuto. Uno si abitua, si sente come a casa. Entri e senti i tuoi odori, vedi le tue cose, ti senti a posto. Ti senti a casa, appunto. Forse esagero, ma per me è così. Non mi interessa di fare brutta figura, non considero una macchina un valore, non giudico la gente per l’auto che guida. Mi piace la mia auto. Quando la vidi, da un venditore losco, mi piacque subito. Grande, spaziosa e per giunta col cambio automatico e il climatizzatore. Aveva l’ABS, ma di quello non me ne fregava niente. Chiedevano un sacco di soldi, almeno due volte il valore. La pagai e me ne andai contento. Era morbida, dolce, ovattata. Il silenzio, quello mi piaceva. Sembrava di essere su un hovercraft, quei mezzi che viaggiano su un cuscino d’aria. Lo sterzo era dolce, la macchina manovrava benissimo, riuscivo a far fare a quei cinque metri di panzer tedesco quel che volevo. Poi mi dissero che l’effetto “morbido” era dovuto alle sospensioni finite, ma non le cambiai, pur di non perdermi quel piacere silenzioso. E ne aveva altri di difetti, di quelli che devi riparare altrimenti non vai. E siccome a me piace l’auto efficiente, la feci mettere tutta a posto, per la felicità del concessionario, che credo mi abbia nominato Cliente Dell’Anno, viste le cifre che gli lasciavo. Ancora oggi ci monto, nella mia vecchia auto, e provo il piacere di guidare, di sentire il viaggio, morbido e tranquillo, che scorre sotto di me. Ma non sono solo questi i motivi che mi fanno amare quel vecchio carrettone. Lo comprai molto tempo fa, mi ero appena separato, e stavo con una ragazza. È inutile dire che l’amavo tantissimo. Con la macchina che avevo, quando giravamo per la città, non potevo tenerle la mano. Dovevo cambiare marcia, e questo mi dava un fastidio insopportabile. Poi trovai quell’auto, e mi piacque. Piaceva anche a lei. Si sedeva lì, accanto a me, con quel suo modo composto di stare in macchina. Le ginocchia unite, le gambe piegate verso il centro, i piedi quasi sotto il sedile. Una posizione tutta sua, quasi frontale a me che guidavo. In quella posa mi ricordava mia madre. Composta, compita direi, eppure comoda, rilassata. E io mentre guidavo le tenevo la mano. Sempre, in continuazione. Salvo quando lei fumava, col finestrino chiuso e mancando sistematicamente il portacenere. La stringevo quella mano, la carezzavo, la sentivo nella mia. Era una mano piccola, asciutta, spigolosa, dalla pelle liscia e dalle unghie piccole. Che rispondeva dolcemente a tutte le mie sollecitazioni. Quando tornavamo da casa di amici, a volte si addormentava. Allora io mi sporgevo verso il centro di quell’auto monumentale, per farle appoggiare la testa sulla spalla, e in quella posizione scoliotica guidavo piano, dolcemente, sempre tenendole la mano. E quel vecchio carro armato tedesco rispondeva attento, come se sapesse che stava trasportando qualcosa di prezioso, fragile, qualcosa di molto importante per me. Mi sentivo in paradiso. Mi stavo curando di lei. E lo stavo facendo bene, lo sentivo da come la testa premeva sulla spalla, da come la sua mano si abbandonava nella mia. Difficile trovare le parole, ma erano momenti importanti. Sono anni che non so di lei. L’ho lasciata tanto tempo fa. E l’ho fatto nel peggiore dei modi. Ma ogni tanto, quando sono in giro per lavoro, mi giro verso destra. E quello che provo non lo so dire. Un dolore forte. Per quel che è stato, che non torna più. Ma anche il dolore a volte scalda. E quando il presente è freddo, nel camino ci finiscono i ricordi. Ho una macchina vecchia. Che un giorno cambierò.
scritto tanto tempo fa. lo scrissi per ricordarmene. lo metto qui per ricordarmi di ricordare.
LaPo
voglia di mare. sole che brucia senza ombra. riverbero bianco. vento che riempie la vela, i polmoni, l'anima. il silenzio dell'acqua che scorre, materia vecchia come il mondo, molecole di ere lontane, quando il mare copriva casa tua, l'ufficio, la terra che ci sei nato su. e capisci che sei nato lì. dal mare, che c'era prima di te. e ci sarà. sempre. anche dopo di te.
LaPo
giovedì, 04 marzo 2004
c'é gente che scrive duro qui. se scrive quel che pensa, come faccio io, é matta da legare. nel senso più bello del termine. poeti. puri. il piacere della parola che suona, percuote, stupisce, meraviglia. il senso arcaico del VERBO. ciò che fa credere. che fa sperare.
LaPo
a volte cerchi nella neve, cerchi forme piantate lì, per legarci i pensieri. poi vedi due occhi illuminati d'azzurro. e la neve si scioglie. con i pensieri.
LaPo
mercoledì, 03 marzo 2004
ieri a Milano avevamo un'ora libera con la socia. abbiamo girato un po', finendo in una libreria in galleria. ho comprato un vecchio libro che avevo perso. il diario di Cesare Pavese. chiunque legga nei prossimi tempi si faccia l'antitetanica. ne avrà bisogno.
LaPo
tornato. vivo. quasi. c'era il sole.
LaPo
lunedì, 01 marzo 2004
domani a Milano. mi piacerebbe star bene. non mi piace la città. speriamo mi piaccia la compagnia.
LaPo
FOTOGRAFIA
Fin da piccolo mi è piaciuto fotografare. Il perché lo intuisco solo ora, che sono vecchio. La mia prima macchina fotografica me la regalò una coppia di amici di mio padre per la comunione. Me la regalarono prima, non sapevano delle usanze religiose. Lui era un giovane architetto, che oggi è tra i più famosi del mondo. Lei era una giovane traduttrice, che parlava dolce e pacato di Hemingway, Melville, Ginsberg, Dos Passos e Corso. Si sono separati tanto tempo fa, e sono diventati famosi. Con lui avrei conosciuto il bello delle cose, con lei il bello delle parole. Ma ero piccolo, con in mano quel coso grosso, tutto manuale, con il flash a lampadine. La prima foto la scattai all’uscita dal catechismo. Vidi una nube, forma strana, quasi sull’angolo del tetto delle suore. Click, avevo scattato, mi sentivo bene. Fu l’unica foto giusta dell’intero rullino, tutto buio o sfocato, e mio padre si incazzò. Ma io ero contento, giravo per casa con quella piccola stampa in bianco e nero. Da allora mi è sempre piaciuto, compravo riviste di fotografia, mi informavo, leggevo. Da giovane stampavo le foto da solo, con risultati a volte passabili. Ho ancora due camere oscure, una per la reflex normale e una per il medio formato. Non le uso più, faccio solo dia, da molto tempo. Ne ho circa cinquemila, ma non mi piacciono. Molte sono belle, lo ammetto, ma è solo comodità. Il bianco e nero, quello è bello. Ho vecchi ritratti, fatti molto tempo fa, che mi piacciono. Mi appassionai al ritratto vedendo gli scatti di Yousuf Karsh, un armeno fantastico che lavorava in Canada. Poi lessi la descrizione del ritratto fatta da Man Ray, e mi convinsi che il ritratto era la mia vita. Ma ero giovane. Mi sarebbe piaciuto farne di più, ma sono timido, molto. Per questo fotografo poco, ho paura di disturbare. Perché è vero, aveva ragione Man Ray, un ritratto è una vita racchiusa in un sessantesimo di secondo. Cerchi il bello, con l’obiettivo, e a volte trovi il sublime. L’essenza di una persona è lì davanti, se sei capace schiacci il pulsante, ed è fatta. Mi è riuscito, a volte, ma solo con gente a cui volevo bene. Voler bene significa vedere il bello di una persona, cercarlo, rubarglielo quando è evidente. Un professionista forse non ne ha bisogno di quel sentimento, ma io si. Per questo mi sento un dilettante. Molte foto belle le ho di mia moglie. Il primo ritratto l’ho fatto a mia madre, insieme a mio fratello. Lo ricordo, mio padre mi portò da Hong Kong una bella macchina fotografica. Una Yashica electro 35 GT, nera, con un gran bell’obiettivo, e due aggiuntivi ottici. Era quasi Natale, facevamo l’albero, eravamo insieme. Ero contento, dissi a mio fratello di sedersi sulla poltrona a dondolo, di stare fermo. Mia madre si sedè accanto a lui, non pensava che fotografassi anche lei. Io inquadrai mio fratello. Feci un passo indietro. C’era dentro anche lei ora. Mia madre lo guardava, uno sguardo unico. Schiacciai. Fatto. Mia madre era molto bella, lo dicono tutti. In quella foto non è mia madre. Era di più. Era la madre. La madre di tutte le madri. Guardava suo figlio. E oltre. Vedeva il mondo. Lo ammirava. Lì davanti c’era tutto il futuro. Mai più fatta una foto così a mia madre. Ce l’ha mio fratello, ma vorrei averne una copia. Mio padre, anche lui un bell’uomo, ciglia folte, uno sguardo intenso. Mai riuscito a fargli uno scatto buono. Non so perché, forse sono sempre stato un dilettante. Ho bisogno di sentirmele vicine le persone che fotografo. Con mio padre non ci sono riuscito. Prima per timore. Ero piccolo. Poi per quella vergogna che si crea tra gli uomini adulti, un muro che non me lo spiego, ma che non sono riuscito ad abbattere. Con mio fratello è diverso. Lui non ha paura della macchina fotografica, anzi, gioca a starci davanti, io lo conosco, e a suo tempo ne ho approfittato. Ho una foto, di noi al mare, mi piace da morire. Eravamo sulla spiaggia, una bella mareggiata notturna, e noi di mattina a cercare le cose che il mare lascia sulla riva. Sassi colorati, vetri consumati, piccoli legni contorti. Mia moglie non era ancora tale, anzi, forse non stavamo neppure insieme. Mio fratello si avvicina, porge la mano per farmi vedere i suoi tesori. Una mano grande, forte, callosa, piena di cosine piccole e belle. Dietro c’è lui, grosso, un orco intabarrato nel suo cappotto. Due metri più in là c’è lei, che cerca, i capelli neri mossi dal vento. Una posizione defilata, di quinta direi. E dietro ancora la spiaggia, il mare, l’aria che si muove veloce. Avevo la Nikon FM al collo, con su il Nikkor ventiquattro millimetri. Lo avevo comperato da poco, mi piaceva, dava aria, prospettiva, faceva respirare le foto quel grandangolo. Alzo, inquadro, scatto. Forse la più bella foto della mia vita, per me. C’è il mare, un elemento che adoro, in quel caso il mio, dove sono sempre andato, in barca, a pescare, quando era solo mare, spiaggia, pineta, pescatori. C’è l’inverno, con il freddo, il vento, le onde, gli elementi che adoro di quel periodo. C’è quella donna che mi avrebbe accompagnato nei venticinque anni successivi, fino ad oggi. C’è mio fratello, l’ultimo scampolo di famiglia che mi è rimasto oggi, la persona con cui ho condiviso l’infanzia, e non solo. Ci sono dei piccoli, insignificanti sassi colorati. L’ultimo ricordo di una giornata felice.
LaPo
P.S.: la foto sopra é del giovane architetto di allora, ma non l'ho fatta io.
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